Un prodotto in Italia non basta: la storia di Fatture in Cloud immagine-preview

Ott 14, 2014

Un buon prodotto in Italia non basta: la storia di Fatture in Cloud (che sogna gli Usa)

In un anno scarso di attività Fatture in Cloud ha portato a casa più di 17mila iscritti e 2mila abbonati. Il fatturato ha superato i 120mila euro, ma non basta: "Gli investitori italiani ci valutano meno di un decimo di quanto accadrebbe in Uk".

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Quando hai una buona idea e sei in gamba ti riesce tutto facile. Tutto a eccezione di quella ciliegina sulla torta, che spesso di non dipende da te. Dopo aver ascoltato la storia di Daniele Ratti, 22enne laureando in ingegneria informatica e fondatore di Fatture in cloud rimane questa sensazione. La sua startup fintech permette di gestire online fatture, preventivi, ordini e altri documenti simili. Si è appena aggiudicata la competizione itCup del Cnr di Pisa e avrà la possibilità di trascorrere 3 settimane presso la Startup School di Mind The Bridge. “Vediamo come andrà in Silicon Valley…”, commenta Ratti, tradendo una certa aspettativa nei confronti del mercato statunitense.

Quello che è mancato in questo primo anno di attività, durante il quale si sono iscritti al servizio 17mila e 500 utenti e hanno attivato un abbonamento in circa 2mila, è la risposta degli investitori. “Mi hanno fatto proposte da poche decine di migliaia di euro per quote del 30 o 50%. Io accetterei un finanziamento se la mia società venisse valutata 2 o 3 milioni”, afferma. E non si tratta di presunzione, Ratti spiega come un portale analogo britannico nato nel 2009 e di dimensioni non più di 2 o 3 volte superiori al suo sia stato valutato 30 milioni di euro: “In Italia si va a vedere solo il fatturato, ma bisogna prendere in considerazione anche il trend di crescita e altri aspetti”.

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Daniele Ratti, fondatore di Fatture in Cloud

I numeri, con un tasso di conversione alla versione a pagamento superiore al 10%, sembrano effettivamente premiare la scommessa di Ratti e del suo collega Matteo Milesi. Il fatturato ha da poco superato i 120mila euro, in virtù dei due tipi di abbonamento da 60 e 120 euro all’anno (la versione gratuita dà solo un mese di prova). Il giovane startupper sottolinea come nel giro di un anno sia andato a fronteggiare a viso aperto i due rivali principali in Italia: Fattura24 (di cui abbiamo parlato qui) e la tedesca Debitoor, attive rispettivamente da 1 anno e mezzo e 3 anni. E imputa a una maggiore attenzione alle richieste degli utenti il successo della sua piattaforma (effettivamente Fattura24 ha 1.200 iscritti paganti). “Gli utenti di Debitoor hanno chiesto da più di un anno l’inserimento della rivalsa Inps senza ottenerlo”, spiega, “noi in 2 settimane abbiamo aggiunto i corrispettivi (le registrazioni giornaliere degli scontrini e delle ricevute, nda)”. Ancora una volta non si tratta di presunzione, ma di un racconto sereno degli obiettivi centrati in questi primi mesi di attività.

L’idea è arrivata proprio per la necessità di semplificare l’invio delle fatture al commercialista per un’attività di sviluppo di applicazioni e giochi. Anche in questo caso i risultati sono stati decisamente discreti: l’app Nomi cose città revolution è stata scaricata 2,5 milioni e mezzo di volte da Italia e Francia. Adesso tutte le energie sono concentrate su Fatture in Cloud, con il lancio delle app per Android, iOs e Windows Phone a cavallo di fine 2014 inizio 2015 e a fine anno prossimo l’espansione in Europa, se supportata da un’iniezione di capitale. E quel tarlo:  “Vediamo come andrà in Silicon Valley…”.

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