Bitcoin entra nei negozi italiani grazie a una startup
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Ultimo aggiornamento il 24 marzo 2015 alle 11:18

Bitcoin entra nei negozi italiani grazie a una startup

La startup Tinkl è pronta a portare Bitcoin in tutti i negozi italiani. E a dare un'alternativa all'obbligo del Pos.

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Si potranno usare al ristorante, in albergo, dal dentista. L’era dei pagamenti in Bitcoin è arrivata negli esercizi commerciali italiani e lo ha fatto (anche) grazie a una startup. Tinkl (di cui avevamo anticipato qui) è online e ci sono anche i primi clienti.  “Stiamo finalizzando alcuni dettagli gestionali interni, ma siamo operativi al 90% e la piattaforma è già attiva. Inoltre, stiamo cominciando ad aprire nuovi conti”, spiega il fondatore Andrea Medri che sottolinea: “I nostri clienti ideali sono gli italiani, ci focalizzeremo principalmente sul mercato interno, successivamente partiremo anche in inglese, ma in questa prima fase la regola è quella di concentrarci sul mercato a noi più vicino e più conosciuto”.

Dalla bottega sotto casa alla multinazionale

I potenziali clienti di Tinlk possono essere esercizi commerciali, negozi ma anche professionisti, liberi imprenditori o grandi società di servizi. “Naturalmente i clienti che hanno rapporti internazionali sono quelli più interessati a livello concreto perché a volte le rimesse dall’estero possono essere più convenienti se effettuate attraverso Bitcoin rispetto ai canali tradizionali” un esempio – spiega Medri – può essere il mercato cinese “dove per effettuare un trasferimento di denaro un bonifico costerebbe una cifra assurda e con questo sistema avrebbe invece un costo bassissimo”. Per quanto riguarda invece il cliente tradizionale, il negozio, l’hotel o il ristorante,  inizialmente il vantaggio sarà prevalentemente pubblicitario, quello che viene dal presentare un modello di pagamento alternativo e innovativo.

I rivali internazionali: Bitpay e Coinbase

I due principali rivali di Tinkl sono due grosse società americane che hanno ricevuto fondi importanti, Bitpay e Coinbase. “Noi siamo partiti da questo ragionamento – spiega Andrea Medri – vero che loro sono colossi, ma nella realtà finanziaria globale anche se uno parte con 100 milioni di dollari non ha la capacità di gestire troppe cose, come può essere raggiungere la copertura di un intero Paese come l’Italia, tra l’altro una realtà molto complessa nel modo di pensare”. Ecco perché Tinkl ha scelto l’Italia, il suo mercato naturale, “quasi tutta la nostra clientela è locale, ci conosce e sa come operiamo. Perciò siamo partiti con un’azienda tutta italiana, a Padova”.

Nelle differenze con i competitor, oltre all’assistenza in italiano, tutta la movimentazione dei soldi dei clienti – pur non essendo richiesto – non sarà gestita da Tinkl ma sarà affidata a una società dotata di licenza europea per la trasmissione di denaro con cui la startup ha appena finalizzato un accordo. “Anche se ci porta un costo aggiuntivo, l’abbiamo fatto per dare una maggiore sicurezza ai clienti”, ha aggiunto Medri.

Con i Bitcoin non serve un Pos

Il modello di Tinkl  non può essere definito un vero e proprio Pos per Bitcoin, perché al contrario di quello che succede per i pagamenti elettronici tradizionali, con questo sistema basta un collegamento Internet. Non è necessaria nessuna macchinetta, per pagare basterà uno smartphone, un tablet o un pc. Quando Andrea Medri, insieme al suo team, ha ideato questo progetto è partito da due problematiche. La prima relativa al fatto che avrebbero dovuto confrontarsi con persone che nel 99% dei casi non avrebbero avuto la minima idea di cosa sono i bitcoin e che quindi gli avrebbero dovuto spiegare come funzionano. La seconda riguarda invece la protezione dagli eventuali rischi legati all’utilizzo della criptovaluta. Quindi, per prima cosa hanno pensato alla sicurezza del commerciante, sia dal punto di vista delle fluttuazioni dei cambi che da quello fiscale. Come lo fanno? Non permettendogli mai di venire in possesso dei bitcoin. Quando l’esercente emette uno scontrino fiscale accede al portale di Tinkl, quello su cui ha il suo conto, inserisce l’ammontare della fattura e subito dopo il cliente ha 15 minuti a disposizione per pagare. Nel frattempo, dietro le quinte, i bitcoin vengono ricevuti dall’exchange di Medri, The Rock Trading, e un bot li converte direttamente in euro, calcolando il tasso di cambio. Alla fine sul conto del cliente vengono quindi addebitati gli euro, non i bitcoin.

Sanzione sui Pos? “Non ci aiuta ed è anche un po’ ridicola”

“Non ci agevola, ma è rilevante”. Così Medri commenta la possibilità di introdurre una sanzione per gli esercizi commerciali. L’aggiunta della multa secondo lui obbligherebbe a detenere un Pos ma non ad utilizzarlo, “è solo una tassa in più per obbligare a tenere una macchinetta in negozi”. Sulla diminuzione dell’uso del contante “sono d’accordo, visto che è lo strumento d’evasione per eccellenza, perché non tracciabile, cose che sono invece tutti gli altri strumenti di pagamento, bitcoin compresi. Capisco la logica dell’obbligo, l’utilizzo della sanzione mi fa invece ridere, perché altri Paesi più evoluti dal punto di vista fiscale non hanno bisogno di servirsi di questi mezzi. Hanno sicuramente un fisco più efficace, ma questo è soprattutto un problema culturale”.

Assobit, un’associazione per diffondere la cultura dei Bitcoin

Proprio per fare conoscere meglio la criptovaluta è da poco nata Assobit. Un’associazione che secondo i suoi stessi fondatori ha due ragioni di esistenza. Quella di potersi relazionare con le istituzioni in maniera aperta facendo comprendere i vantaggi e i rischi di questa tecnologia. E quella, grazie alla presenza di quasi tutte le persone più esperte nella gestione di questi strumenti, di cominciare a studiare l’utilizzo di questa tecnologia non solo strettamente legata alla valuta (appunto i bitcoin) ma anche estendendola a quelli che potrebbero essere gli sviluppi futuri. C’è quindi “sia un aspetto didattico, sia la capacità di dialogo professionale e serio con le istituzioni”, ha concluso Medri.

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