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Lug 31, 2019

Sandbox fintech: cos’è e perché funziona (spiegato bene dai protagonisti)

Scrivere assieme le regole del settore: questa l'idea alla base del nuovo strumento. Vediamo che cosa significa davvero

Fintech è la parola del momento. Sono sempre più i governi che si stanno dotando di politiche speciali per consentire ad aziende capaci di innovare in un settore tutto sommato conservatore come quello finanziario di crescere più facilmente. Le banche arretrano, ma le regole, in fondo, sono state scritte per loro. Di pari passo con l’avanzare della tecnologia, nuovi modelli di business impensabili fino a qualche anno fa vengono tentati: in qualche caso con successo, rompendo un monopolio di fatto, aumentando la concorrenza e semplificando la vita a milioni di utenti.

 

Ma i nuovi imprenditori, quelli che non sono abituati ad andare in filiale, hanno fame di canali alternativi per parlare con i decisori. Il gap generazionale e la scarsa consapevolezza di dove si collochi, oggi, la frontiera dell’innovazione frenano lo sviluppo, quando non si parla, addirittura, di interessi corporativi. In questo contesto, persino il linguaggio diventa un tema importante per comprendersi. La  rivoluzione sta cominciando, guidata dagli under 40.

 

Sandbox fintech: obiettivo attrarre aziende

Anche l’Italia ha cominciato a muoversi. È stato il decreto Crescita (entrato in vigore a metà luglio) a cogliere il cambiamento in atto con l’istituzione di un “sandbox fintech”, un programma di supporto tramite cui le aziende potranno sperimentare e interagire con i policy makers. I quali manterranno un atteggiamento di ascolto, pronti a carpire informazioni essenziali su come si fa business nel 2019 e a cogliere lo zeitgeist, lo spirito del tempo.

 

Due gli obiettivi del Governo: “Innanzitutto, le nuove norme necessarie al settore non verranno semplicemente calate dall’alto ma saranno scritte assieme agli operatori” spiega a StartupItalia Giulio Centemero, capogruppo della Lega alla Commissione Finanze di Montecitorio e relatore del testo. “In questo modo si facilita la vita alle imprese italiane: ma è inutile nascondere che tra gli obiettivi rientra anche quello di attirare aziende straniere nel nostro paese”.

 

Il “Comitato Fintech” è la cabina di regia istituita ad hoc. Membri permanenti saranno i ministeri dell’Economia e dello Sviluppo Economico, la Banca d’Italia, Consob, l’Antitrust, il Garante per la privacy, il Garante per i dati personali, IVASS (Istituto di Vigilanza sulle Assicurazioni), l’Agenzia per l’Italia Digitale. Presenti, insomma, tutti i soggetti istituzionali preposti alla vigilanza.

 

Un organo trasversale dotato del potere di invitare alle proprie riunioni (con funzioni consultive e senza diritto di voto) un ampio ventaglio di istituzioni, autorità, associazioni di categoria, imprese, enti e soggetti operanti nel settore della tecno-finanza.

 

Come Italia Fintech, che raccoglie le principali realtà del settore. “La creazione del sandbox è un fatto sicuramente positivo – commenta Marta Ghiglioni, giovane ma preparatissima managing director – ma attenzione: perché siano efficaci, le nuove norme non devono essere troppo rigide. Altrimenti il rischio è quello di tornare al punto di partenza”.

 

Sandbox fintech: l’esperienza UK di Oval Money

Ma cosa significa davvero partecipare a una sandbox per un’azienda? E conviene farlo? L’esperienza di altri paesi può essere d’aiuto. In prima linea troviamo il Regno Unito, per tradizione attento a recepire le tendenze finanziarie. Un percorso, quello britannico, interessante come riferimento, e peraltro ancora attivo. Claudio Bedino è cofondatore di Oval Money, società di gestione del risparmio nata a Londra tre anni fa da un team italiano. Oval Money ha preso parte alla sandbox UK nel 2016. Di cosa si tratta, in parole semplici?

 

“E’ uno schema pensato per mettere alla prova un certo numero di progetti ad alta innovazione, business che sembrava impossibile definire nel perimetro regolamentare tradizionale – chiarisce Bedino – Il dialogo col regolatore, che di solito è un soggetto distante da chi fa impresa, nel caso del sandbox avviene in maniera disciplinata, aperta e rapida; un percorso che ci ha portato a conoscerci reciprocamente meglio, e a interagire utilizzando un linguaggio moderno e adatto alle esigenze del nostro settore, aspetto assolutamente non secondario”. Perché nomina sunt consequentia rerum: e un lessico aggiornato può fare la differenza tra un testo di legge chiaro e uno criptico, evitando zone grigie e velocizzando l’applicazione del diritto, qualora necessario.

 

Il percorso dell’azienda nello schema, prosegue il manager, è durato sei mesi. “Per entrare si presenta una domanda volta a selezionare le aziende realmente innovative. Superato questo scoglio, si definiscono i parametri su cui si articolerà la fase di test: ad esempio un determinato numero di utenti, o una particolare categoria di investitori. Questa procedura di ingresso può richiedere qualche settimana, al termine della quale si parte con il test vero e proprio. Che purtroppo – devo dire – pur essendo utilissimo dura poco: finite le fasi preliminari, restano circa tre mesi di lavoro”. Un primo aspetto da tenere presente quando si tratterà di trasferire l’esperienza in Italia è proprio questo: la durata.

 

Ma i soldi dei consumatori sono al sicuro? chiediamo. “Niente paura: il sandbox non è un lasciapassare per andare off regulation e giocare con i risparmi della gente – rassicura il manager – Il principio è: o ci troviamo già nel perimetro delle regole preesistenti e le applichiamo, oppure è necessario crearne di nuove.  Ma nessuna deroga che consenta abusi. Secondo la mia esperienza, nell’80% dei casi si ricade dentro alla normativa vigente: la difficoltà, spesso, è solo capire in che maniera applicarla a chi innova”. Chi siede dall’altra parte della scrivania a volte fatica a capire la reale attività delle startup e i modelli di business. “E’ successo anche a Oval Money, che inizialmente era stata presa per una banca: in realtà non lo siamo, e lo abbiamo spiegato”. La lente d’ingrandimento aiuta il legislatore a sviluppare un capitale di conoscenze aggiornate che sarà messo a disposizione di tutti i nuovi attori dotati di caratteristiche simili, con guadagni in termini di tempo dovuti a iter autorizzativi più brevi e procedure di controllo sperimentate. Ci guadagnano tutti: lo Stato, le aziende, e anche gli investitori, che non scommettono più al buio.

 

Moneyfarm, l’altra italiana in UK

Il dialogo è il punto centrale, conferma Moneyfarm, altra azienda con dna italiano che ha vissuto un’esperienza vicina a quella del sandbox in Gran Bretagna: ha partecipato all’Innovation Hub UK, una versione – per così dire  – leggera del programma.

 

“Siamo recentemente stati ammessi a ricevere supporto diretto dalla Advice Unit della FCA, alla quale possiamo richiedere direttamente un riscontro nel caso avessimo necessità di implementare modifiche significative al nostro modello di business o ai nostri requisiti organizzativi – afferma David Mascarello, legal counsel di Moneyfarm (domani pubblicheremo l’intervista completa)  – Ad esempio, modifiche all’algoritmo che governa la valutazione di adeguatezza, innovazioni di prodotto suscettibili di modificare il “Regulatory Perimeter” nel quale ci muoviamo quando prestiamo il servizio di consulenza o quello di gestione di portafogli”.

 

Una possibilità non da poco, considerata la posta in gioco e la rapidità con cui è necessario adeguarsi ai cambiamenti. Spesso gli uffici legali navigano al buio. “Esperienze del genere – riprende Mascarello –  danno alle imprese il vantaggio di poter sviluppare i propri prodotti e servizi in uno spazio sicuro dal punto di vista della conformità alle norme e, attraverso l’interazione con il regolatore, di comprendere meglio il quadro regolamentare applicabile alla propria offerta”.

 

Il risultato per il Regno Unito è stato una copiosa produzione di strumenti di soft law come policy statements e guidelines, che vanno a integrare le norme primarie senza scatenare gli effetti a cascata di una sostituzione tout court della legislazione pregressa.

 

 

Sandbox fintech: creare una nuova classe di “burocrati digitali”

Ma non mancano le voci critiche, che sostengono che un ambiente artificiale scoraggia gli investimenti perché non è in grado di mettere realmente alla prova le aziende.  Qualcuna si è levata anche in Italia. L’opinione di Moneyfarm è differente: “I dati dal Regno Unito aggiornati all’aprile 2019 suggeriscono l’opposto: il primo gruppo di imprese che ha superato con successo la fase di test del Regulatory Sandbox (a fine 2016) ha ricevuto più di 135 milioni di sterline  in equity funding e l’80% di queste imprese sta ancora operando sul mercato”.

 

Adesso ci sono 180 giorni per scrivere i regolamenti attuativi: un lasso di tempo sufficiente ma non infinito. Il sandbox fintech è un’occasione da non perdere per creare una classe dirigente ricettiva e pronta a cogliere le sfide del futuro in maniera responsabile ma aperta. La crescita digitale di un paese passa anche dalla creazione di una burocrazia in grado di cogliere il cambiamento. Le università hanno da tempo cominciato a formare professionisti esperti in queste tematiche, ma sarebbe peccato mortale rinunciare all’esperienza di chi è in prima linea sul mercato. Una sorta di open innovation applicata alla cosa pubblica. Finalmente.

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