Cosa sta succedendo a Bitcoin (tra regole e il problema del 51%) immagine-preview

Giu 24, 2014

Cosa sta succedendo a Bitcoin (tra bisogno di regolamentazione e il problema del 51%)

L'Italia accende i riflettori su Bitcoin, tra sbarco alla Camera e il primo bancomat tricolore, mentre il problema del 51% potenza di calcolo in un'unica mano sembra in via di risoluzione.

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Rischio e opportunità. Fragilità e potenziale. Anarchia e bisogno di regole. In Bitcoin convivono parecchi estremi, sia a livello globale sia in Italia, dove il dibattito sulla criptomoneta si è fatto sempre più martellante e concreto.

Giovedì 26 giugno avrà luogo a Montecitorio il secondo incontro dedicato alla valuta digitale. Questa volta, dopo il primo esperimento dell’11 giugno, si inizierà probabilmente a parlare di regolamentazioni vere e proprie. Il cappello, a livello legislativo, prova a mettercelo ancora una volta il deputato di Sel Sergio Boccadutri, autore lo scorso anno di una prima proposta poi abortita. In questo momento, senza dimenticare che la criptovaluta non deve diventare la mano destra di chi vuol far sparire o transitare capitali in modo illecito, è importante rendere favorevole e non repressivo il contesto in cui stanno iniziando a operare startup e giovani imprenditori.

“La questione è delicata: un eccesso di regolamentazione potrebbe essere deleterio, ma molti giovani imprenditori e innovatori hanno bisogno di risposte per utilizzare Bitcoin in modo legale”, conferma a SmartMoney Carola Frediani, giornalista che ha scelto di aprire ai pagamenti con la criptovaluta l’ebook ‘Deep web. La rete oltre Google’. “Mi sembrava coerente con il contesto: un libro in edizione digitale autoaggiornante”, aggiunge, “trovo la moneta molto interessante con la possibilità di abbattere al minimo i costi di transazione, pagare velocemente senza limiti geografici ed effettuare anche microtransazioni”.

Tornando agli imprenditori nostrani attivi con soluzioni legate all’ecosistema Bitcoin, due esempi sono Robocoin Italia e CoinCapital. La prima piazzerà a Roma proprio giovedì 26 il primo bancomat Bitcoin italiano e i secondi (ne abbiamo parlato qui) agiscono come società di consulenza e hanno realizzato nei nostri confini una delle prime vending machine, macchina che eroga solo bitcoin e non compie il percorso inverso, venduta poi a Bit-Wallet che la mette a sua volta in vetrina a 3.100 euro. Perché realtà come queste possano operare senza temere il rischio di blocchi (anche retroattivi) serve un primo riconoscimento di quello di cui si sta parlando. Non a caso la piattaforma di trading The Rock Trading ha deciso di stabilirsi a Malta per poter svolgere tranquillamente l’attività. Lamentano una situazione non competitiva rispetto al resto del mondo anche i miner, quanti lavorano per assicurare la potenza di calcolo necessaria al corretto svolgersi delle transazioni. Un minatore italiano, che preferisce rimanere anonimo, racconta a SmartMoney di aver abbandonato l’attività: “Non è più profittevole, il costo dell’energia elettrica è tremendamente svantaggioso rispetto agli altri paesi. Si concorre tutti sullo stesso prodotto e gli altri hanno un vantaggio insormontabile”. Partendo da guadagni in calo per tutti i minatori (vedi grafico sottostante: dai 5 milioni di dollari complessivi al giorno di fine 2013 ai  2,4 milioni odierni), a fronte di una riduzione progressiva della moneta in circolazione e di un aumento della difficoltà di calcolo, la strada per chi agisce dalla Penisola sembra ulteriormente in salita.

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Grafico di The Economist

Un problema (anche) di costi quindi. “In Italia conosco poche persone con le macchine ancora accese, e sanno di essere in perdita”, spiega. La questione della potenza di calcolo porta a parlare di un’altra criticità, a livello globale questa volta: il potere assunto dal gruppo di minatori Ghash.io. La necessità di fare gruppo nasce proprio dalla difficoltà sempre crescente dei calcoli. Il rischio è che un gruppo diventi così nutrito da avere sotto il suo controllo più della metà dell’intera potenza di calcolo. In un caso del genere, come spiega a SmartMoney il fondatore di Bitcoin Foundation Italia Franco Cimatti, “una sola persona, un’industria o un governo possono causare danni importanti, come il blocco di tutte le transazioni o la duplicazione di bitcoin già spesi”. Un’ipotesi che, Cimatti non lo nega, “causa preoccupazioni, anche se siamo sicuri che chi è a capo di Ghash.io dovesse commettere un’azione pericolosa tutti gli altri minatori si disconnetterebbero dal suo servizio”. E la pericolosa maggioranza crollerebbe. “Io lo considero un problema temporaneo”, aggiunge, “ci sono già 3 o 4 proposte per risolverlo. Si tratterà di un cambiamento importante ma necessario”. La situazione è continua evoluzione, e su queste pagine continueremo a tenerla d’occhio.

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