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Apr 8, 2014

Così Bitcoin ha espugnato il tempio dei gotha della finanza e dei banchieri di sistema

L’inserimento nel programma della 25 edizione del workshop “Lo scenario dei mercati finanziari, del loro governo e della finanza” della European Ambrosetti House di un intervento su Bitcoin aveva destato già dal principio non poca curiosità. Un incrocio insolito tra tradizione e innovazione, dato che la cryptomoneta che ha sempre dichiarato guerra proprio alle banche,... Read more »

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L’inserimento nel programma della 25 edizione del workshop “Lo scenario dei mercati finanziari, del loro governo e della finanza” della European Ambrosetti House di un intervento su Bitcoin aveva destato già dal principio non poca curiosità.

Un incrocio insolito tra tradizione e innovazione, dato che la cryptomoneta che ha sempre dichiarato guerra proprio alle banche, presentandosi come un sistema di pagamento anti-sistema, è stata trattata come fenomeno di interesse  in un contesto che da sempre riunisce il gotha della finanza e i cosiddetti banchieri di sistema. Ancora più insolito se si pensa che l’economista Nouriel Roubini, uno dei protagonisti del Forum,  ha recentemente twittato tutte le sue perplessità sulla cryptomoneta definendola uno “schema Ponzi”, un “modo poco efficiente di accumulare valore”. E poi ancora: “Bitcoin non è una moneta” e “viene usata per attività illegali e non è al sicuro da attacchi hacker”.

Lo spunto era stato dato a Roubini dagli eventi delle ultime settimane legati alla bancarotta di MtGox (ne abbiamo parlato qui), la piattaforma di exchange giapponese, che al momento del suo crack era la terza al mondo per volume di scambi di bitcoin. Con il suo fallimento sono spariti nel nulla 750mila bitcoin di proprietà di migliaia di utenti (più altri 100mila di proprietà della stessa società). Che in valori reali ammontano a una perdita di circa 473 milioni di dollari (345 milioni di euro). Roubini si era detto convinto che Bitcoin non ha alcun futuro. Nessun prodotto, attualmente, è prezzato in criptovaluta. E a suo avviso ciò non avverrà anche in futuro. L’economista si è poi concentrato sull’eccessiva volatilità della valuta, passata in una anno da 14 dollari (dati gennaio 2013) e quasi 1.200 dollari (dati novembre 2013) per poi crollare nuovamente. E si è lasciato andare in un tweet eloquente: “La volatilità di bitcoin implica enormi rischi per il mercato”.

Mentre così si esprimeva uno degli economisti più illustri presenti al Forum, nel corso del workshop “Young Leaders Meeting On Finance”, Stefano Pepe fondatore e Ceo di Bitquota e co-fondatore della Italian Bitcoin Foundation, raccontava a un gruppo giovani curiosi, cos’è il Bitcoin è perché avrà invece  un futuro certo. Bisogna pensare a Bitcoin (o alle altre cryptomonete) come ad un tipo di valuta complementare rispetto a quelle a oggi in circolazione. La moneta di Internet, il cash dell’online. Un’idea, una visione o meglio previsione dato il mondo sempre più connesso e decentralizzato in cui viviamo oggi. Perché ciò che davvero conta, spiega Stefano, quando si parla di Bitcoin non è la moneta in sé, quanto il protocollo che sta dietro essa e permette di generarla. La matematica è garanzia di un sistema che per funzionare ha bisogno (ma quale innovazione non ne ha?) di fiducia e di massa critica di utilizzatori. L’intuizione che viene dal Forum, dal workshop e dalle chiacchierate seguenti è che potrebbe acquisire entrambi qualora la cryptomoneta fosse sponsorizzata da una istituzione, una sorta di banca del Bitcoin (anche se  forse ciò ne snaturerebbe la natura anti-sistemica) o da un’intera comunità, come avviene in Sardegna con il Sardex ad esempio (abbiamo raccontato qui la loro storia).

Da qui la provocazione, di chi vede nel bitcoin non un modo semplice di far soldi ma uno strumento per incidere sul futuro e cambiarlo, che possa ben presto esistere un paradiso del bitcoin così come oggi esistono i paradisi fiscali o, perché no, che possa essere la moneta corrente in quelle zone geografiche che potremmo anch’esse definire anti-sistema. Potremmo quindi sentire presto parlare di un VenetoCoin o altre monete preferite alle tradizionali. Perché Bitcoin è tutt’altro che tradizione. Tutt’altro che centralità. Il protocollo usa la tecnologia peer-to-peer per non operare con alcuna autorità centrale o banca; la gestione delle transazioni e l’emissione di bitcoin viene effettuata collettivamente dalla rete. Bitcoin è open source; la sua progettazione è pubblica, nessuno possiede o controlla Bitcoin e ognuno può prendere parte al progetto. Attraverso alcune delle sue uniche proprietà, Bitcoin promette utilizzi entusiasmanti che non potrebbero essere coperti da nessun altro sistema di pagamento precedente. Presto per dire se si tratta solo di suggestioni, di fantasie. O forse no, se a Cernobbio, ovvero in quel luogo in cui dal 1975 ogni anno si incontrano Capi di Stato e di Governo, massimi rappresentanti delle istituzioni europee, ministri, premi Nobel, imprenditori, manager ed esperti di tutto il mondo per confrontarsi sui temi di maggiore impatto per l’economia globale e la società nel suo complesso; ai giovani economisti del futuro si è parlato anche e soprattutto del Bitcoin.

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