La vera innovazione è quella che ci aiuta a fare scelte intelligenti
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Ultimo aggiornamento il 19 marzo 2014 alle 8:23

La vera innovazione è quella che ci aiuta a fare scelte intelligenti

Mio figlio ha 4 anni ed è ossessionato dal termine cool (figo). Sia chiaro: la sua comprensione del concetto è limitata. Sa che è positivo. Sa che i suoi amici lo associano ai dinosauri carnivori. Conosce l’altro significato – cool ovvero freddo, l’opposto di caldo – ma non lo usa con entusiasmo. Invece, continua a... Read more »

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Mio figlio ha 4 anni ed è ossessionato dal termine cool (figo). Sia chiaro: la sua comprensione del concetto è limitata. Sa che è positivo. Sa che i suoi amici lo associano ai dinosauri carnivori. Conosce l’altro significato – cool ovvero freddo, l’opposto di caldo – ma non lo usa con entusiasmo.

Invece, continua a chiedermi: “Papà, è figo questo Lego? È cool questo? Pensi che questa cosa qui sia cool?” Sono tentato di avere una conversazione con lui sul valore e l’impulso umano di giudicare le cose in quanto attraenti, alla moda o impressionanti in un modo o nell’altro. Ma non è ancora pronto. Forse quando avrà 5 anni. E quando ne avrà 6 potremo indagare i tranelli degli aggettivi esageratamente abusati.

Il suo interesse nel cool mi è tornato in mente di recente perché il mondo tech ha la stessa ossessione – e non è sempre una buona cosa. Faccio una critica alla cultura tech, da applicare anche alle startup money-related: idee e innovazioni apparentemente sovversive spesso non riescono a fare nulla di più che offrire a gente già ricca un modo lievemente differente di trasferire valore quando comprano un caffè.

Questo non vuol dire che l’innovazione, per contare davvero, debba avere per forza obiettivi nobili, occupandosi solo della base della piramide, e che per essa la finanza inclusiva non debba essere nient’altro che guardarsi l’ombelico. Sarebbe ridicolo. Ma c’è spesso una vera disconnessione tra quello che vogliono e di cui hanno bisogno i consumatori e ciò che le aziende stanno sviluppando per loro.

Nel campo dei pagamenti, ad esempio, un ritornello comune è che vogliamo ridurre l’attrito – il costo – del denaro, se questo costo è dovuto a commissioni, ritardi, vulnerabilità della sicurezza o qualcos’altro. Certi operatori del settore tech portano questo discorso ancora più lontano. Al Wired Money dell’anno scorso, un dirigente di PayPal disse che i pagamenti dovrebbero essere completamente invisibili. Chris Teso, fondatore e Ceo di Chirpify, una startup pionieristica di social commerce, ha detto che comprare dovrebbe essere come taccheggiare. [Parentesi: una volta ho portato avanti la promozione di un libro con Chirpify]. Penso che questi intelligentoni, come molti altri thought leader nel mondo del denaro digitale, stiano fondendo “invisibile” e “senza difficoltà” in un modo che non aiuta, e che potrebbe essere persino rischioso per i loro brand e i consumatori.

La ragione è il concetto economico della disponibilità a pagare e il suo stretto cugino, il cosiddetto dolore della spesa. Spesso, le nostre decisioni di spesa (e di risparmio) dipendono in parte dalle differenti forme di moneta con cui abbiamo a che fare, e con gli attriti a loro associate. In modo simile, l’esperienza dei fondi che si assottigliano catalizza un responso emozionale diverso a seconda della forma di denaro. Spendere 100 euro in contanti è differente dal pagare 100 euro con una carta di debito, cosa che sentiamo diversa rispetto trasferire 100 euro tra conti bancari, specie se il bonifico costa 15 euro. Ahi. Questa variazione nella compravendita influenza il nostro comportamento finanziario, e non sempre in meglio.

Le tecnologie per ridurre l’attrito del denaro sono fantastiche. Ce ne vorrebbero di più, e chi ce le ha portate potrebbe fare denaro a palate fornendo allo stesso tempo un enorme beneficio sociale ed economico alle masse. Ma fare sì che i pagamenti siano completamente impercettibili potrebbe generare proprio l’opposto. Le persone non sono buone manager del denaro. Abbiamo già problemi a pianificare le spese, risparmiare e investire (guardate questa storia allarmante sulla Turchia). Se spendere dev’essere come taccheggiare, potremmo risparmiare tempo prezioso nella nostra giornata facendo un acquisto, ma potremmo anche rimanere in mutande. E questo non sarebbe cool.

Ciò di cui invece abbiamo bisogno sono strumenti del ventunesimo secolo per fare transazioni che, allo stesso tempo, ci facciano sentire attori finanziari più furbi. Detta in altro modo, abbiamo bisogno di innovazioni che ci spingano più verso l’homo economicus e lontano dalle nostri affabili ma irrazionali personalità. Questa è una delle ragioni che mi fa apprezzare Simple, la startup di online banking acquisita di recente da BBVA. Invenzioni come Safe to Spend, Locked Goals e gli update in real time sui soldi che entrano ed escono mettono ogni tipo di nuovi dati – e potere – nelle mani del consumatore. Suona quasi come una fantasia: una banca che vuole fare soldi non confondendoti, ma aiutandoti a comportarti in modo più responsabile (leggete un po’ di più su questa tesi qui, oppure nel mio libro). La prossima settimana sarò all’Innovation Project, organizzato da quelli di Pymints.com. Nella pioggia di nuove idee e progetti che verranno presentati, forse alcuni combineranno con eleganza la ricerca per ridurre l’attrito del denaro con l’obiettivo di autorizzare i consumatori a fare scelte più intelligenti. Non sarebbe cool?

Testo tradotto da Francesco Riccardi.

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