Ho vissuto un anno senza contanti (e ho capito perché esistono 5mila monete alternative)
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Ultimo aggiornamento il 9 Giugno 2015 alle 7:17

Ho vissuto un anno senza contanti (e ho capito perché esistono 5mila monete alternative)

In The End of Money David Wolman racconta il suo viaggio nel mondo dei contanti e della contraffazione e prova a immaginare un sistema alternativo.

Brutti, sporchi e cattivi, i soldi sono i protagonisti onnipresenti di tutto quello che ci circonda, di tutto quello che intorno a noi ha un valore. Se volessimo ribaltare la prospettiva, è perché esistono i soldi che tutto quello che abbiamo intorno assume un valore, di solito oggettivo. Lo fa David Wolman in The End of Money, pubblicato da CheFuturo! in collaborazione con CheBanca e Laterza. Dal titolo sembrerebbe un romanzo distopico-apocalittico di fantaeconomia, ma per fortuna non lo è.

È molte altre cose: una ricerca, un esperimento, un gioco, una previsione statistica sulla fine del contante che rivela moltissime sorprese. La prima è una premessa scontata ma ancora non abbastanza diffusa: il denaro è finzione. Le monete che ci riempiono le tasche e le banconote allineate nei nostri portafogli sono frutto di un accordo tra noi e il negoziante, tra noi e l’impiegato di banca, tra noi e il nostro amministratore di condominio, infine tra noi e lo stato.

Non hanno alcun valore intrinseco, almeno dal 1971, anno della fine della convertibilità in oro, sono variabili nello spazio e nel tempo, sottoposte a oscillazioni e tassi di cambio e valgono solo in virtù della fiducia che vi riponiamo e solo se siamo in tanti a riporla.

Che il denaro sia un dio (o Satana, come sostiene il pastore battista Glenn Guest, intervistato dall’autore), infatti, non è solo un’affermazione moralista medioevale, ma è una verità consolidata. I soldi sono sottoposti alla stessa fede che rende vera, diffusa, condivisa, una religione. In più, è una fede molto più massiva di quelle religiose.

Se qualcuna delle persone intorno a noi improvvisamente perdesse la fede nel denaro, non usandolo e non accettandolo da altri, incorrerebbe in problemi di natura economica, sociale, e – in certi luoghi del mondo – di sopravvivenza.

Un anno senza contanti

È quello che ha fatto David Wolman per un anno, ostinandosi a lavorare, viaggiare, prendere un caffè senza contanti per dimostrarci quanto, dalla microdimensione familiare a quella finanziaria, il denaro sia la più grande bufala dell’umanità.

Lo si può capire confrontando le difficoltà della banconota – e moneta – del regno di Kublai Khan con i nostri, a distanza di secoli: problemi di convertibilità, di inflazione, di fiducia nell’autorità emittente. Ma anche consunzione, peso, facilità di smarrirla.

E dalla crisi del 2007-2008 in poi, anche la stabilità su cui poggia il dollaro, sancita dal patriottico faccione di George Washington sulla carta che la Crane & Co. abilmente sforna, è venuta meno. Ancora di più per il nostro euro, su cui non abbiamo alcun potere, di emissione, ritiro, regolamentazione, controllo. Uscire dall’euro, si dice. Ma perché non uscire dalla moneta?

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Il contante è costoso, tanto per cominciare: battere moneta equivale al consumo di metallo, trasporto, sicurezza ed è un costo che si ritorce su tutti. È sporco oltre misura, probabilmente l’oggetto più sporco che si possa immaginare se è vero che banconote che fanno il giro del mondo contengono – alla fine del loro viaggio – ancora tracce di cocaina, figuriamoci l’orgia di batteri che vi si depone. È scomodo e pericoloso, e per niente gestibile in termini di controllo o sicurezza.

I dati sulla quantità di monete false che circolano liberamente negli Stati Uniti esaminati da Wolman sono impressionanti – quanto tenuti accuratamente nascosti da chi riconosce come unica rispettabilità degli stati federali la stabilità monetaria: solo nel 2009, negli Usa, il valore delle banconote false si aggirava intorno ai 177 milioni di dollari!

Il sistema bancario si attrezza per diventare Houdini perché tutto quello di cui il denaro necessita per sopravvivere è l’illusione: senza fiducia c’è fuga dal titolo e la fuga dal titolo mette in crisi l’economia mondiale.

È per questa variabilità che nel mondo sono nate circa 5mila monete alternative che si fondano sullo scambio di servizi e prodotti, o su bits e bytes, senza intaccare il capitale finanziario. È un sistema allettante, sia per le imprese che per i privati, ci dice Wolman, anche perché permette di bypassare il circuito bancario “classico” e quindi la sua egemonia. In fondo forme di scambio senza i costi bancari che rivendicano la competitività e flessibilità che manca alla moneta “di corso legale”. Una piccola goccia per contrastare lo tsunami della crisi, come è successo in Grecia, dove dal 2012 anche nelle grandi città come Salonicco si è potuto sostituire la moneta con il cambio merce. In una parola, col baratto.

Un commercio senza intermediari

Non si tratta di tornare indietro, ma di reinventare un commercio senza intermediari finanziari, sostiene Wolman, che se la prende con la lingua inglese pur di inventare un termine che non sia “comprare”, ma “comprare a credito”: curchase.

Prevedibile, naturalmente, l’alzata di scudi che tesi del genere devono contrastare: oltre all’instabilità della moneta complementare e alternativa (ma anche del pagamento tramite carta di credito), il mancato controllo e gli effetti psicologici che la mancanza di denaro porta con sé: è scientificamente provato, infatti, che si compra di più e si ha meno contezza del denaro facendo strisciare una carta invece di maneggiare banconote e impilare monete. È verificato poi che sapere che un oggetto costa di più lo rende più utile, più efficiente, migliore ai nostri occhi. E ancora, che con del denaro intorno riusciamo a tollerare meglio il dolore.

Ci renderemo conto che è difficile, d’altra parte, dare l’elemosina, pagare un gelato (ma anche un parcheggio abusivo) se non si hanno contanti, ma nonostante gli ostacoli Wolman ci è riuscito per un anno, se si esclude la permanenza a Delhi, in cui le decine di zeri delle rupie ha messo in crisi il suo umano meccanismo mentale di cambio rispetto al dollaro.

Certo non ce l’avrebbe fatta in Italia, dove le transazioni tramite carta di credito sono aumentate ma ancora sotto le 100 operazioni a persona all’anno e dove molti negozi, ristoranti, alimentari e botteghe non accettano il pagamento con carta.

Paradossalmente il trasferimento di denaro tramite cellulare è molto più frequente nei paesi in via di sviluppo che nel nostro occidente a fibra ottica. Il sistema M-Pesa in Kenya è arrivato a tredici milioni di utenti e l’India è il banco di prova più fortunato del mobile banking delle compagnie telefoniche, che offrono la possibilità di transazioni anche senza connessioni internet, come dichiara Ignacio Mas del Bill & Melinda Gates Foundation, intervistato dall’autore.

Quanto al senso del pericolo, che ha presa sulla mente dell’uomo più del denaro, è vero che i circuiti (e le monete) virtuali possono essere usate per frodi e scopi criminali, ma esattamente come lo sono i 177 milioni di banconote false di cui sopra. Nonostante ciò, ne uccide più la paura che lo scambio nocash.

La paura dei sistemi alternativi

È quello che è successo poche settimane fa in Somalia dove l’Office of the Comptroller of the Currency, ente federale prima, e il Kenya poi hanno deciso di chiudere il trasferimento di denaro in Somalia tramite il metodo hawala, considerato illegale perché non tracciato dalle nostre banche, ma più antico – se possibile – della moneta stessa. Pare, infatti, che parte di questo denaro possa finire nelle mani del gruppo jihadista Al-Shabab. Esattamente come il denaro trasferito con Western Union, e sottoposto a regolari controlli.

Tramite il circuito hawala, fatto da intermediatori presenti da un lato all’altro del mondo, è possibile trasferire denaro tramite codici, in modo eccessivamente semplice: purtroppo, però, la piccola economia di molti paesi “diasporizzati” (tra cui la Somalia o il Pakistan) si basa proprio sulle rimesse degli immigrati. Dai lavoratori pakistani in Medio Oriente arrivano 2,5 milioni di operazioni di rimessa all’anno, mentre in Somalia 1,6 miliardi di dollari, il 50% del reddito nazionale lordo. In più, il sistema non ufficiale hawala, proprio perché non sottoposto a tassi di interessi (immorali per la religione musulmana) è stato usato nel 2011 durante la crisi umanitaria somala dalle associazioni umanitarie per inviare denaro a 1,5 milioni di persone. Questo meccanismo, con tutti i rischi annessi, permette di bypassare i costi bancari e di mantenere l’anonimato. Come biasimarli? Wolman ci dice che il costo di ogni transazione regolare per persona ammonta più o meno a un dollaro, e per molti un dollaro è la metà del reddito giornaliero, senza contare che in molti casi chi manda rimesse alla propria famiglia lavora clandestinamente nel Paese di arrivo, non può quindi avvicinare il circuito regolare e le banche non hanno ancora messo a disposizione sistemi più favorevoli a situazioni economiche svantaggiate.

Hawala è uno degli esempi di come si può demonizzare un sistema alternativo di scambio in nome della presunta sicurezza.

 Lo scopo di Wolman non è certo quello di favorire i traffici incontrollati, ma quello di fluidificarli, convincendoci di come – volenti o nolenti – presto il contante sarà solo oggetto di collezionismo patriottico e cimelio storico e le nostre crisi non saranno più sottoposte a folli oscillazioni o pesi e misure macchinosi imposti da Federal Reserve o Bce.

D’altra parte, che la sfiducia nel denaro si faccia sentire proprio in tempi di crisi, portando a soluzioni innovative come il Bitcoin o primitive come il baratto è la prova che il contante penalizza i più poveri, afferma l’autore. E lo ammette dopo un anno senza denaro contante, in cui ha intervistato falsari, bancari, ingegneri e indispettito ragazzini che vendevano la limonata per strada senza possibilità di pagamento con carta.

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