Zuckerberg non teme il boicottaggio pubblicitario: "Torneranno presto" | Smartmoney
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Ultimo aggiornamento il 6 luglio 2020 alle 9:31

Zuckerberg non teme il boicottaggio pubblicitario: “Torneranno presto”

Da una decina di giorni la campagna "Stop Hate for Profit" sta raccogliendo adesioni pesanti. I brand chiedono più decisione su odio e violenza verbale. Ma qual è l'impatto reale della crociata contro il social?

Da una decina di giorni Facebook è travolta da una campagna di boicottaggio della pubblicità lanciata da diverse associazioni fra cui l’Anti-Defamation League, la Color of Change e la Naacp. Queste organizzazioni accusano Mark Zuckerberg e la sua piattaforma, così come Instagram, di non contrastare in modo efficace contenuti e utenti che incitano all’odio e alla violenza, in particolare razziale. “Cosa faresti con 70 miliardi? Noi sappiamo cosa ci ha fatto Facebook – si legge sul sito della campagna battezzata Stop Hate for Profit – ha consentito l’incitamento alla violenza contro i manifestanti che combattono per la giustizia in America dopo i casi di George Floyd , Breonna Taylor, Tony McDade, Ahmaud Arbery e Rayshard Brooks”. E ancora: “Hanno definito Breitbart News una ‘fonte affidabile di notizie’ e assegnato a The Daily Caller il ruolo di ‘fact checker’ nonostante entrambe le pubblicazioni abbiano lavorato con i nazionalisti bianchi”.

Chi ha aderito a “Stop Hate for Profit”

Al momento sono oltre 240 i gruppi che hanno aderito, anche se altre fonti indicano 400 o 500 realtà, forse spacchettando i tanti brand controllati da holding uniche. Ci sono pezzi da novanta come Ford, Coca-Cola, Adidas, Microsoft, Patagonia e The North Face, Honda, Levi’s, Puma, Reebok e Unilever che aveva aperto la strada, pur con diversi distinguo nel merito della decisione di sospendere i propri budget investiti in advertising. E ancora Hershey, Ben & Jerry’s, Denny’s, Diageo, Vans, Target e Viber. Nelle ultime ore, si sono aggiunti Pfizer, Novartis e AbbVie. In quasi tutti i casi l’impegno è quello di sospendere almeno per il mese di luglio le inserzioni e dunque gli investimenti pubblicitari sulle piattaforme di Menlo Park e, in certi casi, su altri social network. Tutto questo per spingere il colosso ad assumere decisioni più chiare ed efficaci sul contrasto alla violenza e alla disinformazione sui social, per esempio – spiegano i promotori – “promuovendo audit a cadenza regolare da terze parti indipendenti per identificare odio e disinformazione” o integrando rappresentanti dei diritti civili nel consiglio di amministrazione.

Zuck: “Torneranno presto”

Le reali conseguenze economiche di questo blocco pubblicitario si vedranno in occasione della prossima trimestrale. Se da un lato è vero che il 99% del fatturato di Facebook è legato alla pubblicità, è altrettanto vero che la fetta più succosa arriva da realtà medio-piccole che vedono nella sterminata platea della piattaforma un’audience irrinunciabile. Intanto Zuckerberg – dopo mesi in cui ha sguinzagliato portavoce e vice, fra cui l’ex vicepremier britannico Nick Clegg, a snocciolare investimenti e strumenti implementati per contrastare l’avvelenamento da hate speech – è tornato sul punto. Dicendosi convinto, lo ha rivelato The Information, che gli inserzionisti torneranno “abbastanza presto” e che le conseguenze del boicottaggio avranno risvolti “più di reputazione e di partnership” che economici.

8 milioni di inserzionisti

“Non decidiamo le nostre politiche sulla base della pressione sul fatturato – ha detto Zuckerberg ai dipendenti – non stabiliamo le nostre politiche sulla base di nessuna pressione che possa arrivare dall’esterno, anzi, tendo a credere che se qualcuno ti minaccia perché tu faccia qualcosa, il risultato sia metterti in una situazione nella quale diventa ancora più difficile farti fare quanto viene preteso perché apparirebbe come una capitolazione e ciò, nel lungo termine, fissa incentivi negativi al ripetersi di episodi analoghi”. Sono parole forti degli 8 milioni di inserzionisti che pagano ogni giorno per le pubblicità, veicolate in modo chirurgico e su misura, sul social: per Deutsche Bank il 76% dei ricavi di Facebook arriva appunto da piccole e medie imprese.

Le prospettive

Ma pure rimanendo ai grandi nomi, il Wall Street Journal ha stimato fra le altre cose che se tutti i cento principali azionisti americani di Facebook dello scorso maggio boicottassero la pubblicità sulla piattaforma e su Instagram per un anno, e non per un mese come annunciato in gran parte, il gigante perderebbe il 18,6% dei suoi ricavi sul mercato statunitense e canadese e il 9% complessivo su quello globale. Fra l’altro, molti di questi marchi non hanno sospeso la pubblicità in tutto il mondo ma solo sul mercato americano. Continuano insomma a spendere per promuoversi nel resto del pianeta o nei mercati a cui sono interessati.

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