Ultimo aggiornamento il 26 Febbraio 2020 alle 14:10
«Lo smart working richiede un nuovo ecosistema lavorativo»
L'intervista a Marco Russomando, Head of Human Resources di illimity. «L'errore più grave sarebbe considerare il lavoro agile come misura d'emergenza»
È una delle parole chiave di questi strani giorni: lo smart working. Spesso ostracizzato da alcune persone, è diventata l’ultima àncora per molte aziende che hanno dovuto fronteggiare con misure preventive la diffusione del coronavirus. L’errore più grave che si potrebbe fare, però, è considerare il lavoro agile come una misura temporanea o addirittura emergenziale, quasi in antitesi alla presenza fissa in ufficio. StartupItalia ha così voluto intervistare Marco Russomando, Head of Human Resources di illimity per capire quali siano le tecnologie necessarie per realizzare lo smart working e, soprattutto, quale il cambio culturale per la nuova mentalità manageriale.
Russomando: Abbiamo analizzato la situazione complessiva, prendendo in considerazione quali sarebbero state le prescrizioni consigliate dalle istituzioni competenti. Grazie alla nostra natura di banca “smart native”, abbiamo comunicato durante il weekend che tutti avrebbero lavorato in modalità smart working per due settimane continuative fino al 6 marzo. Complice un’architettura fully digital e fully on cloud che ci permette di garantire senza difficoltà la normale operatività anche da remoto per tutti i dipendenti. A Milano in questo momento ce ne sono 350 attivi in questa modalità, il 100%, a Modena altri 50 a parte poche, ma necessarie figure presenti in filiale. Questa situazione non ci ha colto impreparati perché lo smart working fa parte del nostro quotidiano modo di lavorare.
Russomando: Innanzitutto una precisazione: il successo o meno dello smart working non dipende dalla dimensione di un’azienda. In ballo c’è un nuovo ecosistema lavorativo da costruire. La banca che vuole mettere a disposizione lo smart working per i propri dipendenti e collaboratori deve tenere in considerazione due parti: il front end e il back end. Il primo è, se vogliamo, la parte più semplice, perché richiede che ogni lavoratore abbia a sua disposizione un pc e un cellulare; il secondo aspetto è più delicato: se i dati e gli applicativi necessari per lavorare non sono accessibili da remoto è un problema. Avere un sistema potenziato dal cloud semplifica e velocizza il lavoro soprattuto se accompagnato da processi semplificati e da tecnologie e strumenti di social collaboration. Ad ogni modo, che si lavori in ufficio o in smart working, il time to market deve essere identico nei confronti degli altri colleghi prima e del cliente poi.
Russomando: Personalmente vedo smart working a più velocità. Tante aziende nel mondo dei servizi sono avanti su questo tema, altre in ritardo. Va evitato un fraintendimento di base: in futuro il lavoro agile non sostituirà quello in ufficio sempre e comunque. Piuttosto tra vent’anni immagino scenari nei quali i lavoratori avranno responsabilità e in parte si autoassegneranno obiettivi, ma sarà una loro decisione decidere come raggiungerli e soprattutto dove lavorare.
Russomando: Ritengo quel decreto giusto perché semplifica l’accesso allo smart working in un momento di difficoltà come quello che stiamo vivendo. In generale comunque la normativa italiana è ben costruita e priva di troppi adempimenti. Alla fine, si tratta di un accordo stipulato tra l’azienda e il lavoratore. È positivo inoltre che diverse Regioni e Comuni, ad esempio Milano, pensino allo smart working come ad una modalità di lavoro da incentivare.
Russomando: Non sto adottando lo smart working se non fornisco strumenti e tecnologie necessarie ai miei dipendenti per poter raggiungere gli obiettivi a prescindere da dove siano. D’altra parte, è semplice capire se il lavoro agile è efficace o meno: bisogna dare priorità agli obiettivi da raggiungere chiari e misurabili in termini di valore e qualità. Se questi saranno raggiunti, la quantità di ore trascorse in ufficio passerà in secondo o in terzo piano.
Russomando: Lo smart working è stato sperimentato inizialmente in Nord Europa e in Nord America. All’inizio era una soluzione di conciliazione per venire incontro soprattutto alle donne nei periodi successivi al congedo di maternità o anche come forma alternativa al partime. Poi sono emerse le potenzialità che andavano oltre il “genere” a cominciare dall’eliminazione dei tempi di trasferimento casa/lavoro.