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Lug 12, 2016

Un centesimo come un “mi piace”. L’idea della startup sarda che vuole farci guadagnare per quello che scriviamo su Internet: Paymeabit

Paymeabit è la piattaforma che vuole far fruttare i contenuti online con micropagamenti (e micromance) in bitcoin. E' nata e cresce in Sardegna ed è stata l'unica italiana selezionata tra le 10 startup di NexusLab

NexusLab è un programma di accelerazione concentrato sulla blockchain. Tra le 10 startup selezionate per la prima edizione c’è stata un’italiana: Paymeabit. Dentro al giochino di parole c’è tutta l’idea: pagami poco (a bit), pagami con frazioni di bitcoin (un bit). Tutto funziona su una piattaforma dov’è possibile creare contenuti. La condivisione può essere gratuita (con mancia), oppure richiedere un micro-pagamento: un bit equivale a meno di un centesimo di euro.

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L’idea di 2 “veterani” dell’innovazione

La startup è nata nel 2014 con le radici ben piantate in Sardegna. È incubata da The Net Value, la nursery (come si definisce) delle imprese innovative con sede a Cagliari.

«I due fondatori, Mauro Pili e Sergio Masala, sono due veterani dell’ICT e imprenditori seriali» – racconta Mario Mariani, managing partner di The Net Value. «Li ho conosciuti ai tempi di Video On Line, quindi oltre vent’anni fa. Entrambi sono appassionati e cultori della blockchain e dei bitcoin. Sono venuti poco più di un anno fa a trovarmi per discutere alcune loro idee di business intorno al tema. Abbiamo fatto tanto brainstorming fino a quando non è venuta fuori l’idea di Paymeabit».

I primi capitali sono stati quelli personali dei founder. Poi è arrivato un voucher messo in palio da Sardegna Ricerche per contribuire alla messa a punto e al lancio del servizio.

Il team si allarga: «Era troppo tecnico», afferma Mariani. «Serviva allargarlo con competenze di prodotto, di go to market e legali. Paymeabit mi ha convinto quando, anche grazie alla frequentazione di The Net Value, il team si è allargato fino a comprendere un product manager (Giuseppe Laddomada) e un legale esperto di critpo-currencies (Massimo Simbula)».

Come funziona Paymeabit

L’idea era chiara sin dall’inizio. «Su Paymeabit, chi crea contenuti (blog post, video) o gestisce gruppi (come su Facebook o Reddit) – spiega Giuseppe Laddomada – guadagna una piccola cifra direttamente dai propri utenti ogni volta che riceve un mi piace».

Non è la prima piattaforma che tenta di remunerare i contenuti. «La differenza con le soluzioni attuali è che la cifra è piccolissima: perciò per l´utente finale è molto leggero trasferire valore con un click. Ed essendo il bit piccolissimo può ricompensare anche ad un commento. E permette di vendere un contenuto per pochi centesimi».

Per Laddomada i bitcoin non sono solo una moneta ma «una tecnologia capace di muovere il valore su Internet e di cambiare molti paradigmi considerati indiscutibili». Come quello che vuole i contenuti online gratuiti. «Pensiamo ad un blog post, a un commento in un gruppo su Facebook o a un video su Youtube. Quanto valgono al momento? Zero. Sappiamo che sembra una roba da pazzi ma con il bitcoin questo può cambiare. Proprio perché sono divisibili, i bitcoin potrebbero risolvere uno dei più grandi problemi del web: la giusta valorizzazione dei contenuti».

Perché pagare (anche in bit)?

Paymeabit immagina un mondo nel quale un post si paga in bit. Dove con un like si trasferisce meno di un centesimo all’autore. E dove si lascia una bit-mancia a chi ha dato la risposta più utile. “I bit potrebbero essere dappertutto e creare una nuova economia”, dice Laddomada.

L’importo è minimo e incoraggia ad aprire la tasca degli spiccioli. Gli autori ci guadagnano. Ma resta una domanda: perché un utente dovrebbe pagare (seppur in bit) quando è circondato da contenuti gratuiti? «La risposta – dice Laddomada – viene da Blendle, una startup olandese che ha convinto gli utenti a pagare per leggere articoli di giornale (in media 20 centesimi). Quello che hanno scoperto è che gli utenti non pagano per le news generiche, perché le possono trovare dappertutto. Quello per cui pagano sono articoli, editoriali e opinioni di un certo livello. Noi su Paymeabit immaginiamo questo tipo di contenuti: contenuti premium». Non è l’unica strada possibile. L’autore del contenuto può decidere se venderlo oppure diffonderlo gratuitamente. In questo caso la remunerazione (non obbligatoria ma possibile) arriva dalle mance. E di nuovo: perché un utente dovrebbe pagare? «Esistono diversi esempi di piattaforme dove il tipping funziona: uno dei più citati è Younow. La realtà è che il tip deve essere leggerissimo: nel nostro caso è una cifra piccolissima».

NexusLab, nascita di un network europeo

Paymeabit è ancora agli inizi. I primi riscontri sono promettenti: “Abbiamo iniziato a testare la piattaforma aprendo la nostra beta alla comunità bitcoin italiana”, racconta Laddomada: “E’ incredibile come con poche centinaia di utenti sia stato possibile creare una piccola economia”.

E poi c’è stata l’ammissione a NexusLab: «È stata una esperienza di altissimo livello. Nella prima fase del programma ci hanno portato in giro per l’Europa: abbiamo seguito workshop nelle sedi di Startupbootcamp ad Amsterdam, Londra e Berlino. Nella fase finale, siamo rimasti per un mese a Zurigo a lavorare sul pitch e ad incontrare mentor e investitori in Svizzera. Tutte le idee nel programma erano molto ambiziose: da Taqanu Bank, una banca per rifugiati basata sulla Blockchain, a Zeptagram, uno stock exchange per diritti musicali».

Gli ostacoli per il cambio di passo

Servirà cambiare passo. Superare il muro dei contenuti gratuiti per diritto di natura non sarà semplice. Così come allargare la cerchia degli utenti oltre gli iniziati della criptovaluta.

«I prossimi passi sono uscire dalla beta e chiudere delle partnership che ci permettano di coinvolgere anche chi non ha ancora i bitcoin”, conferma Laddomada. Anche perché “la blockchain è ancora lontana dal diventare mainstream». Ma l’insegnamento più importante arrivato da NexusLab “è che intorno alla blockchain si sta creando un network europeo di altissimo livello”. E in Italia? Non è ancora popolare, ma «si sta sviluppando rapidamente una scena molto interessante. Basti pensare al Blockchain Lab di Milano. Anche in Sardegna c’è interesse intorno all’argomento».

Paolo Fiore
@paolofiore

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