Giancarlo Donadio

Giancarlo Donadio

Dic 22, 2016

Così Google avrebbe fregato il fisco per 16 miliardi, l’accusa di Bloomberg

L'atto di accusa arriva da uno dei colossi della finanza Usa, Bloomberg, che ha ricostruito come parte dei profitti di Google verrebbero sottratti a tassazione facendo girare i soldi in società tra Irlanda, Singapore, Paesi Bassi e Bermuda

Donald Trump avrà il suo bel da fare per riportare in patria i soldi offshore dei big dell’hitech: 2,6 trilioni di dollari. In campagna elettorale il presidente eletto aveva promesso di tassare il rientro dei capitali al 10%, rispetto all’attuale 35%. Tuttavia, stando alle ultime notizie provenienti da Bloomberg, la strada da fare è molta. La vicenda, raccontata dalla rivista americana, ruota ancora ai uno delle aziende più chiacchierate per le sue politiche di ottimizzazione fiscale. Parliamo di Google che solo nel 2015 ha risparmiato $3,6 miliardi di tasse, spostando in un paradiso fiscale, le Bermuda, una cifra vicina ai $16 miliardi. Alla base una precisa strategia che vede i soldi transitare per una sussidiaria nei Paesi Bassi e poi finire nella filiale in Bermuda.

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La giostra dei soldi, tra Europa e Bermuda

“Double Irish” è uno dei soprannomi con cui viene descritta la “via di fuga” dal Fisco attuata dal colosso americano. Ecco come funziona in pratica. Si parte dall’Irlanda dove Google raccoglie, attraverso una sussidiaria, la maggioranza dei suoi profitti pubblicitari fuori dagli USA. Poi si arriva a Singapore dove un’altra sussidiaria custodisce un’altra fetta dei guadagni. Da qui i soldi vengono trasferiti in Olanda, in un’azienda chiamata Netherlands Holdings BV, aperta da Google nel 2004.  L’azienda olandese si occupa dell’ultimo step, quello cioè di inviare i ricavi a una compagnia offshore, Google Ireland Holdings Unlimited, che ha il diritto di licenza sulla proprietà intellettuale dell’azienda al di fuori dagli Stati Uniti.

Questo è lo schema che ha permesso al gruppo di ridurre del 6,4% la pressione fiscale delle revenue originate fuori dagli Stati Uniti. Altro dato: la cifra totale dei profitti che Google avrebbe messo al riparo dalla tassazione statunitense, quella transitata dai Paesi Bassi al Bermuda, è cresciuta fino a raggiungere i 58,3 miliardi di dollari nel 2015.

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Non solo Google

In linea generale, moltibig del tech scappano dalle tasse, con strategie di certo diverse, ma con gli stessi risultati. Secondo i dati del Congress’s Joint Comittee, l’azienda di Brin e Page e solo l’ultima tra le cinque aziende che depositano più capitale offshore.  Sul podio ci finiscono Apple (con 216 miliardi), seguita da Microsoft (111 miliardi), Cisco (60 miliardi) e poi Alphabet (con una cifra stimata tra i 48 e i 58,3 miliardi).

Donald Trump si è giocato una buona parte della sua campagna elettorale proprio sulla questione delicata del Fisco, promettendo agli elettori un rientro dei capitali dei big del tech in patria. L’incentivo è un abbassamento della tassazione dal 35 al 10% che avrebbe, nei piani del presidente eletto, fatto tornare in USA diversi soldi con cui si sarebbero creati nuovi posti di lavoro.

Ma quello che esce dalla porta può rientrare dalla finestra. Almeno secondo Bloomberg. L’articolo “Trump’s Offshore Cash Plan Will Benefit Investors Not Jobseekers” è un’analisi estramemente critica sul sistema. In sostanza la tesi è che i dollari che rientreranno con la misura, finiranno nelle mani degli investitori e non saranno usati per creare nuovi posti di lavoro. Microsoft, Apple e Google useranno la misura per raccogliere grandi cifre di cash comprando azioni e incrementando i dividendi tra i loro investitori. Lo insegna la storia.

La giostra dei capitali di rientro

Nel 2004 un’altra misura ha permesso alle grosse aziende di far rientrare capitali a tassi molto vantaggiosi. Anche se la normativa lo vietava espressamente, molti di questi capitali sono stati usati per ricomprare azioni e per aumentare i dividendi. Alla buona pace dei lavoratori.

Bloomberg pensa che sia difficile che le aziende useranno questi soldi per aprire fabbriche e creare posti di lavoro. Nella migliore delle ipotesi potrebbero fare delle fusioni per aumentare i loro profitti o investire in fabbriche all’estero nei Paesi asiatici. Tanto per fare un paragone, un operaio cinese guadagna 4,12 dollari all’ora, rispetto ai 36,49 di un americano. D’altronde è impensabile che aziende come General Motors che fanno più della metà dei loro utili all’estero, decidano di investire in America.

Anche quelle che fanno tanti profitti in patria non sembrano così pronte a creare nuove fabbriche, visto che il trend è quello opposto. Ridurre la forza lavoro con i robot, come ha fatto per esempio con le sue Speed Factory in Baviera, oppure Intel che ha aperto fabbriche in Arizona, Oregon e New Mexico, con pochi operai e tanti androidi.

Ciò premesso, la notizia di Google divulgata sui maggiori siti stranieri non potrà non scatenare una reazione di Trump e big G inizierà ad avere seri problemi anche in Usa. In Europa non gli sono mai mancati, con la Francia e la Spagna in prima linea per contrastare la politica fiscale dell’azienda. Mentre anche in Asia iniziano ad accorgersi delle “scorrettezze” del “motore di ricerca”. L’Indonesia ha chiesto all’azienda di sanare il suo debito con il Fisco, pena una multa di 223 milioni di dollari. Bruscolini, rispetto ai 1,6 miliardi chiesti quest’anno.