Le cose da tenere a mente di un anno di fintech nel mondo e i trend del 2017

Dagli investimenti in calo alla crescita della Cina, il futuro dei soldi visto con i fatti e i mercati di cui si è parlato di più nel 2016. Un anno di report e scenari fintech, in un solo post

Si chiude tra poco il 2016 del fintech e, quindi, è tempo di report. Ne abbiamo analizzati e riletti alcuni, da quelli di banche e società di consulenza finanziaria a quelli dei siti di settore. Ecco quindi una sintesi e un bilancio di quello che quest’anno ha rappresentato, delle startup che nel mondo hanno saputo emergere e dei nuovi trend che sono destinati a caratterizzare il 2017.

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15 miliardi di investimenti

Anche se il 2015 è stato l’anno record del fintech con 19 miliardi di investimenti, il 2016 è destinato a concludersi sulla stessa scia. Sono 15 i miliardi investiti nel settore fino alla fine di agosto 2016. Il dominio resta gli Stati Uniti, anche se l’Europa e l’Asia hanno attratto molti investimenti.

Questo è avvenuto soprattutto grazie alla crescita dell’ecosistema, con la nascita di acceleratori, incubatori e programmi specifici che hanno permesso a molte idee di business di crescere e trovare un investitore o un compratore. Il 2016 ha visto l’affermazione definitiva della Cina. Come abbiamo scritto delle 10 migliori fintech al mondo secondo Kpmg, metà sono cinesi e per McKinsey il settore nella nazione asiatica è cresciuto fino a raggiungere il valore di 1,8 miliardi di dollari, dominato dal payment. L’affermazione della Cina si contrappone al calo di investimenti nella Londra del post Brexit, con la nascita di nuovi attori che provano a spodestare il trono di Londra, ne parliamo qui.

Tra gli investitori non ci sono più solo venture capitalist, ma anche privati. Il più grande round del 2016, quello di Ant Financial (4,5 miliardi) è stato realizzato da privati.

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Dove si investe di più

È il settore del robo advisor, software intelligenti che offrono consulenza a risparmiatori e investitori, quello che ha conosciuto la crescita più impressionante, si stima che questo mercato avrà un valore di 8 miliardi entro il 2020. La più conosciuta startup nel settore è senza dubbio Betterment, che usa un algoritmo per consigliare titoli e gestire i portafogli, soprattutto dei risparmiatori. Altre invece come Scalable Capital puntano a un pubblico composto perlopiù da investitori ricchi. Mentre altre come Longwave Adisor mettono nel mirino i più giovani, i millennials, consentendo a chi ha meno di 25 anni di scommettere sui mercati con un minimo di 3mila dollari.

C’è poi l’insurtech che è diventata la terra promessa degli investitori nel fintech. Gli investimenti dei VC sono cresciuti del 225% tra il 2014 e il 2015, anche grazie ai vantaggi scoperti che una tecnologia come la blockchain può apportare al settore assicurativo, ne scriviamo qui.

In questo settore le startup si dividono in due categorie. Quelle che creano proprie polizze assicurative, Oscar e Lemonade sono due esempi di successo, insieme a Zhong An, il primo gruppo assicurativo online che ha rilasciato circa 630 milioni di polizze da quando è stato lanciato. In tre anni ha ottenuto oltre 900 milioni di dollari di finanziamento e una valutazione di 8 miliardi. Tra i suoi investitori ci sono Morgan Stanley, China International Group, Alibaba e Tencent Holdings.

E poi c’è la seconda categoria di insurtech che sono quelle startup che non puntano a sostituire le assicurazioni, ma vogliono lavorano in partnership con loro e ottimizzare alcuni processi.

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I trend nel banking

Sono nate molte banche digitali nel 2016 (qui facciamo una lista). Dopo la nascita di Ally, lanciata in USA nel 2008, è stata la volta di Monzo, Tandem, N26, insieme ad altre fintech in India (Digibank) e B1NK in Kazakistan. Queste banche hanno diversi vantaggi rispetto alle filiali tradizionali, la libertà dai costosi investimenti in immobili e in diversi Paesi delle legislazioni favorevoli. Hanno poi il vantaggio di essere strutture più snelle e poter più agevolmente adattarsi alle necessità dei clienti.

Tuttavia, hanno bisogno delle banche per operare, per ottenere i dati dei consumatori e poter raggiungere una massa critica. E soprattutto per guadagnare la fiducia dei consumatori che sono esposti a un numero sempre crescente di banche digitali e hanno paura di lasciare i vecchi istituti finanziari, per una startup sconosciuta, non promossa da nessun big della finanza.

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Il futuro è la blockchain

Secondo un report di Santander la blockchain, la rete peer–to–peer che consente di pagare bene e servizi, scambiare proprietà e siglare contratti senza intermediari, potrebbe far risparmiare alle banche ben 20 miliardi all’anno.  Nel settore finanziario la blockchain può accelerare le transazioni, renderle più sicure, ridurre i costi tagliando gli intermediari, registrare gli scambi su database condivisi.

Molte banche hanno capito il valore dei registri distribuiti, e si riuniscono in gruppi di ricerca più o meno aperti per studiarne insieme evoluzioni e campi di applicazione. Eppure ad oggi nessuno dei 50 istituti finanziari riuniti in R3, il consorzio sul futuro della blockchain promosso dai colossi di Wall Street, ha fatto il primo passo.

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Ma comanderà sempre il payment

Le startup specializzate nel payment sono quelle che hanno attratto la maggior parte degli investimenti: Transferwise e Stripe sono solo alcuni delle fintech che hanno rivoluzionato il settore.

Il payment è il settore più maturo (il volume dei pagamenti digitali ha raggiunto la quota di 426,3 miliardi), secondo il World Payment Report. Secondo CB Insight nella prima metà del 2016 le startup del settore hanno raccolto 912 milioni di dollari in 150 deal.

PayPal resta il leader indiscusso nel settore, mentre Apple Pay, Android Pay, Alipay e WeChat, faranno a gare negli anni a seguire per spartirsi la fetta più importante della torta.

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