5 grandi intuizioni di molte startup che stanno sfondando nel fintech

Se vuoi davvero avere successo nel fintech sai bene che parti svantaggiato rispetto a qualsiasi altro settore dove fare startup. Ma chi ha saputo cogliere queste 5 sfide sta davvero rivoluzionando il mondo

Dura la vita dello startupper? Lo è ancora di più quello della startupper fintech che deve dimenarsi tra banche, authority, abitudini di utenti così radicate che rivoluzionarle è un’impresa. Eppure c’è un mare di opportunità, investitori attenti, settori in cui innovare è un bisogno, una necessità. Abbiamo riassunto le cinque sfide principali che chi fa business nel fintech deve affrontare. Solo alcune delle tante, con un pizzico di ottimismo finale.

max klein

1. Difficile essere lean

Prototipazione veloce, subito test sui consumatori, sono alcuni principi cardine dell’approccio lean startup elaborato da Eric Ries. Ma è possibile trasportare il modello nel fintech con tutte le normative da rispettare e la necessità di stringere partnership con gli istituti finanziari per accedere, per esempio, ai dati dei conti bancari degli utenti?

Max Klein, fondatore di Float, startup che con una soluzione per gestire i flussi di cassa, ha raccolto più di 1 milione di dollari ed è incubata a 500 Startups, importante venture americano, esemplifica bene questo problema in un suo intervento su Techcrunch: «Abbiamo già dimostrato di poter attrarre utenti. Ed è il compito più facile se paragonato alle difficoltà che abbiamo nel stringere partnership con le banche per offrire i nostri servizi ai consumatori».

Uber

2. La soluzione deve essere buona, ma anche nelle regole

Gli startupper nel fintech hanno poi un’altra sfida davanti: convincere una banca, un partner industriale, un venture, che il loro modello non è solo profittevole e scalabile, ma anche legale. Se è vero che il nodo burocratico pesa anche sulle startup nel mondo del fintech con tutte le authority coinvolte, le procedure di controllo e approvazione sono più lente.

Recentemente, abbiamo parlato delle 86 piattaforme di lending inglesi ferme al palo, perché aspettano da mesi l’autorizzazione della FCA (acronimo di Financial Conduct Authority), l’ente che regola i mercati dei prodotti finanziari. I tempi di approvazione possono arrivare anche ai 12 mesi, in casi come questi.

Ryan-Falvey-FinLab

3. Gli acceleratori hanno percorsi troppo brevi

La terza sfida è un po’ figlia della seconda. I ritardi legati allo sviluppo delle pratiche burocratiche, rallentano l’uscita sul mercato. «Spesso gli “acceleratori tradizionali non hanno percorsi così lunghi da dare ai founder il tempo, le risorse e i numeri necessari per lanciare un prodotto e per poi scalare» spiega Ryan Falvey, direttore dei Financial Solutions Lab, programma che supporta nuove soluzioni nel fintech con la partnership di JP Morgan Chase.

Anche gli acceleratori lo hanno capito e stanno nascendo sempre più verticali dedicati propriamente alle esigenze degli startupper fintech. Il già citato 500 Startups, ha da poco inaugurato uno spin-off interamente dedicato al fintech e alle tecnologie disruptive in ambito finanziario. Si chiama 500 FinTech e investirà 25 milioni di dollari.

Valentin-Stalf-small

4. Devi collaborare con i tuoi competitor

Se ben ci pensi è una delle cose che non esiste in altri mercati. Per costruire un prodotto che funziona sei obbligato a collaborare con le big company del tuo mercato (es. gli istituti finanziari) con i quali saresti in competizione.
Basta prendere dei casi di successo per capirlo. Come Number26, una delle startup fintech più interessanti. L’idea del 26enne austriaco Valentin Stalf, permette all’utente di scaricare un’app in pochi minuti e con un semplice video aprire un conto corrente a distanza. La startup ha ricevuto più di 12 milioni di dollari di finanziamento e ha tra gli investitori anche Peter Thiel, il fondatore di PayPal.Tutto bellissimo non c’è che dire, ma non sarebbe stato possibile senza l’accordo che il fondatore è riuscito a realizzare con una banca tedesca, la Wirecard, della quale tecnicamente la startup non è altro che la faccia digitale.

E poi capita spesso che i competitor invece di collaborare ti mettano i bastoni fra le ruote. Recentemente abbiamo raccontato di una nota di Jamie Dimon, Ceo di JP Morgan Chase. Nella comunicazione agli azionisti, Dimon fa notare come molte app del fintech prendano molti più dati e informazioni di quelli di cui hanno bisogno “per fare unicamente i loro interessi economici”. Minacciando interi segmenti del fintech che per sopravvivere hanno bisogno di accedere in tempo reale ai dati dei conti bancari degli utenti.

5. Ma c’è davvero tanto da fare (e da prendere)

Tante sfide, questo è vero. Ma anche un bacino straordinario di opportunità. Ryan Falvey vede un grande potenziale inespresso nel mercato delle assicurazioni nel quale la rivoluzione del fintech è arrivato solo parzialmente. E offre dei numeri su cui riflettere che riguardano il mercato USA.

«In America sono aumentati gli investimenti dei venture americani nel fintech, 14 miliardi di dollari tra 2014 e 2015 (dati KPMG e CB Insights). Ma ben pochi di questi soldi sono spesi per rivoluzionare il mercato dei servizi finanziari che negli Stati Uniti vale 138 miliardi di dollari» spiega il sito americano.

«Per fare innovazione – conclude Favley, occorre che le istituzioni, le authority, fondatori e venture, riconoscano che c’è un problema, disagi che riguardano tantissimi consumatori che non hanno accesso a servizi finanziari giusti. E da qui collaborare per crearli. Ci riusciranno? È una domanda da 138 miliardi».

Giancarlo Donadio
@giancarlodonad1

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