Miglior attore non protagonista, la banca. Così i soldi hanno rapito cinema e tv

Da “La grande scommessa” a “Mr. Robot”, il 2016 dell’industria dei film entra in banca. Ma non apre nessun conto, anzi, al massimo lo svuota

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“La verità è come la poesia, e la poesia sta sulle palle a parecchia gente”: è questa la frase-motto de La grande scommessa, il film di Adam McKay basato sul libro di Michael Lewis “The big short: Inside the Doomsday Machine”. La pellicola racconta cosa accadde al mercato finanziario durante la crisi scoppiata nel 2008. Da varie inquadrature, attraverso gli occhi di chi intuisce prima o dopo la catastrofe, veniamo guidati all’interno dei meccanismi di un sistema malato, arbitrario, in cui è specialmente la classe media ad averci rimesso ma dove alcuni sono riusciti a guadagnare, e molto: la storia parla proprio di loro.

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Il credit default swap

Mike Burry soprattutto, interpretato da uno splendido Christian Bale, è colui il quale subodora per primo l’esplosione già in atto: constatando la fragilità dell’immobiliare statunitense, dato dall’accumulo di mutui subprime estremamente rischiosi, ben presto ne profetizza il crollo e le irreparabili conseguenze. Siamo ancora nel 2005, e Burry decide di scommettere addirittura contro il settore immobiliare, a torto considerato sicuro, mettendo su un mercato di Cds (Credit default swap): in teoria delle polizze assicurative, in pratica «una scommessa speculativa bella e buona a sfavore del mercato», come leggiamo nel libro di Lewis.

Il collasso del 2008

Motivi del crack? Il più semplice è che le banche prestavano soldi, naturalmente, ma anche a chi non ne aveva: primo perché il valore delle case era comunque in aumento, secondo perché rivendevano ad altri il mutuo, e terzo grazie ai bassi tassi d’interesse decisi alla Banca centrale Usa.
Mike Burry lo capisce in anticipo e decide di sfruttare la situazione. Considerato irragionevole per questo, se non addirittura schizofrenico, avrà però ragione sui suoi investitori.

Come una vera e propria Cassandra dell’economia americana, alla fine dei giochi realizzerà un guadagno strabiliante, ed è quasi epica la scena in cui l’attore si avvicina alla lavagna appesa al muro, cancella i numeri precedenti, e appunta un profitto del 489%.
Burry però non è il solo coinvolto nell’operazione. I suoi studi arrivano anche sul tavolo di Jared Vennett (Ryan Gosing), che decide di puntare anche lui nel circuito dei credit default swap. Vennett è esattamente un trader, ovvero un venditore di prodotti finanziari indirizzati ad investitori. Contatta così Mark Baumm (Steve Carell), un altro trader, e con lui scopre che la scoppio della bolla finanziaria avrà dimensioni spropositate.
Non mancano poi i giovani e intraprendenti Charlie Geller e Jamie Shipley, che s’imbattono casualmente nell’annuncio di Vennett e si convincono della validità dei suoi calcoli. Così, tramite il banchiere in pensione Ben Rickert (Brad Pitt), riusciranno a partecipare all’American Securities Forum e a concludere affari incredibili, guadagnando in pochissimo tempo ben 80 milioni di dollari.

Più che un film, quindi, La grande scommessa è una lunga didascalia del dietro le quinte della crisi del 2008, e insieme degli sciacalli che con poco o molto senso di colpa hanno saputo sfruttarla.

Guadagnere, costi quel che costi

E se da una parte sembra non avere una morale, sembra essere un circo impazzito dove l’importante è guadagnare, non importa alle spalle di chi e al costo di quale prezzo, è anche vero che nel finale Brad Pitt rimprovera duramente Charlie e Jamie. Giusto e sbagliato non affiorano mai nella pellicola, non tramite i dialoghi almeno, ma nella scena appena menzionata emerge un giudizio durissimo contro il sistema bancario, e contro quell’avidità giovanile che non vede ciò che provocherà la crisi: il collasso di milioni di famiglie, e il terremoto di un intero sistema.

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E ora c’è Mr. Robot

Situazione rovesciata invece nel caso di Mr. Robot, serie ideata dallo sceneggiatore Sam Esmail e attualmente alla seconda stagione. Ancora poco conosciuta nel nostro Paese, ma seguitissima in America, la storia racconta di Elliot Anderson, giovane ingegnere newyorkese che lavora nel settore della sicurezza informatica. Paranoico, depresso, morfinodipendente, alienato dalla società, il ragazzo è però anche un hacker, una sorta di giustiziere digitale che tratta le persone come macchine, semplici computer da analizzare e schedare.

Ma la vita di Elliot sarà destinata a cambiare, grazie all’incontro col misterioso Mr. Robot che lo introduce nel mondo di “fsociety”: un gruppo anarchico-insurrezionalita che intende liberare l’umanità dai debiti bancari, e di punire coloro che continuano corrompere e danneggiare il mondo. Opponendosi a multinazionali, sistemi di guadagno perversi, logiche assassine di profitto, “fsociety” fa leva sulla necessità di chiarezza e di uguaglianza da parte della gente.

Come una versione moderna della fiaba di Robin Hood, dove si ruba alle banche per dare ai cittadini, e si puniscono i bugiardi arricchiti per premiare gli ignari sempre più poveri, Mr. Robot diventa una critica pungente alle nostre dinamiche finanziare. Cyber-thriller pieno di suspance, così come è stato definito, addirittura l’erede spirituale di Fight Club, la serie fa riflettere pesantemente sull’universo bancario. Anche in questo caso si cerca la verità, proprio come nella Grande Scommessa, ma da una prospettiva diametralmente opposta. Attraverso gli occhi di chi non intende più promuovere o subire la dittatura monetaria, Elliot e i suoi amici regalano agli spettatori una lente diversa attraverso cui guardare. Guardare e riflettere.

Angela Bubba
@angelabubba

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