C’era una volta, Powa. Nascita e morte di un unicorno fintech

I round da record tra il 2013 e il 2014. I tentativi di espansione e il desiderio di grandezza. Fino a casse vuote e collasso. Così scompare un unicorno

La fondazione nel 2007, uno dei più massicci round della storia nel 2013 e altri due deal multimilionari nel 2014. La valutazione che si moltiplica per 5 nel giro di 10 mesi. Poi il crollo. La scoperta che dietro alcuni accordi c’erano solo memorandum. E quella delle casse vuote. I posti di lavoro persi. Questa è la storia di Powa Technologies, un unicorno in bancarotta. Questa è la storia di una bolla. Perché non si tratta di lenta erosione ma del crollo di un gruppo che voleva diventare “più grande di Alibaba”.

POWAci ancora, Dan

Intervista Dan Wagner: “la mia startup poteva diventare unicorno solo a Londra”

2007: la fondazione

Powa Technologies nasce nel 2007, fondata da Dan Wagner. Wagner non è un signor nessuno: è il padre di Dialog (esperienza chiusa con un altro tonfo) e Venda. Le risorse non mancano. Secondo alcune stime, Powa cresce inizialmente grazie a circa 20 milioni di dollari, sborsati in gran parte da Wagner. I primi finanziamenti esterni arrivano sei anni dopo la fondazione. Ma si tratta, da subito, di cifre enormi.

2013: il round da record

Ad agosto, il round A di Powa raccoglie 76 milioni di dollari, sborsati da Wellington Management. Resta, ancora oggi, uno dei round singoli più corposi nella storia delle startup tecnologiche. Le risorse serviranno a espanderele tre unità del gruppo: PowaPos (sul modello di Square), PowaWeb (che supporta le imprese nell’e-commerce) e PowaTag, una piattaforma che ambisce a diventare il punto d’incontro tra e-commerce e punto vendita fisico. Il gruppo assume 250 persone e conserva la sede in Inghilterra. L’operazione riceve anche la benedizione del premier David Cameron, “molto contento del contributo di Powa” alla ripresa economica del Paese.

2014: la pioggia di milioni

Febbraio. La pioggia di milioni è solo iniziata. Il 2 febbraio Powa chiude un deal da 20,7 milioni. E con più di 96 milioni in cassa, inizia l’espansione.

Giugno. Con le nuove risorse, il gruppo lancia l’app di PowaTag. E punta da subito all’espansione internazionale. Il 12 giugno acquisisce MpayMe, una concorrente di Hong Kong, per 75 milioni. Wagner dichiara che, grazie a questo affare, Powa ha un valore di 2,7 miliardi di dollari. Il gruppo è diventato un unicorno. Dieci mesi prima, al momento del primo finanziamento, era stato valutato 500 milioni.

Novembre. La valutazione data da Wagner viene confermata in un round C da 80 milioni, chiuso sempre da Wellington Management il 7 novembre 2014. E’ il momento di sbarcare sul mercato americano.

2015: “Saremo più di Alibaba”

Con la pancia piena, nel 2015 Powa chiude una serie di accordi con (tra gli altri) Nobly Pos, Bindo, Ingram Micro, PosPal, S-Cubism. CompuSoluciones. E soprattutto con la cinese UnionPay. Occhio alla data: l’accordo è chiuso il 17 dicembre 2015, appena due mesi prima del collasso. I contratti si moltiplicano, ma gli incassi sono scarsi e i debiti crescono. Ad aprile Dan Wagner dice: “Sto costruendo un business più grande di Alibaba”. Anche se nessuno dei fondamentali di Powa si avvicina lontanamente a quelli di Jack Ma. Se Powa avesse avuto successo, sarebbe stata la frase di un genio visionario. Alla luce della bancarotta, pare essere quella di un manager che ha perso il senso della misura.

A dicembre, in un video aziendale, Wagner ribadiva la concentrazione sulla Cina e indicava il 2016 come “un anno di fantastica crescita”. L’anno in cui “raggiungeremo il successo”. “Il fallimento – diceva – non è un’opzione”.

Guarda il video: Quando il Ceo di Powa diceva “fallire non è un’opzione”

Febbraio 2016: il collasso

Il 17 febbraio, Wagner guarda nelle casse della sua società e si accorge che sono vuote. Dopo i 50 milioni investiti nel 2015, in banca sono rimasti meno di 250 mila dollari. Una briciola rispetto ai 16,4 milioni di debiti. Tradotto: Powa non ha risorse sufficienti per pagare fornitori e dipendenti. A gennaio saltano i primi stipendi. Il ceo scrive ai lavoratori, affermando che “ci saranno ritardi o perdite salariali”. Aggiungendo però che, superato questo momento, “i ricavi inizieranno a fluire in modo significativo”. La realtà pare andare oltre le difficoltà del flusso di cassa. Il 16 gennaio, Il gruppo aveva comunicato che “più di 1200 brand di tutto il mondo hanno firmato con PowaTag”. Viente fuori però che non si tratta di contratti chiusi ma di manifestazioni di interesse. Tradotto: erano solo clienti potenziali, che però non hanno scucito un soldo (e tantomeno vorranno farlo adesso). Al di là delle promesse, il collasso di Powa mette a rischio circa 311 posti di lavoro.

Marzo 2016: lo smembramento

Per evitare che il crollo seppellisca tutti i lavoratori e la parte (potenzialmente) profittevole del business, il 3 marzo Powa entra in amministrazione controllata. Dan Wagner esce di scena. L’amministrazione controllata smembrerà la compagnia per tentare di vendere le singole divisioni. Deloitte, che ha preso in mano la situazione, ha confermato che PowaTag è stata acquistata da un consorzio guidato da Ben White. PowaWeb è stata invece venduta alla Greenlight Digital. I posti in salvo sarebbero così 69. Altri 74 lavoratori hanno già conosciuto la propria sorte: sono stati licenziati. I numeri per la sede britannica sono questi. Resta da capire che cosa ne sarà dei 168 lavoratori distribuiti tra New York, Francia, Spagna, Italia, Hong Kong, Shanghai, Corea e Tokyo.

Paolo Fiore
@paolofiore

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