Instapartners, Moneyfarm, Satispay: aperitivo tra protagonisti del fintech italiano

Un solo appuntamento ha riunito tre delle più promettenti startup fintech italiane. Per parlare delle loro esperienze, delle opportunità e dei problemi da risolvere. Insieme

Sul palco ci sono round da oltre 38 milioni. Non male per tre imprese che hanno 8 anni e 5 mesi di vita (messe insieme). Sono MoneyFarm, Satispay e Instapartners, realtà del fintech italiano che si sono incontrate in un evento organizzato a Milano dalla startup fondata da Paolo Galvani e Giovanni Daprà. MoneyFarm, che ha presentato i risultati e le strategie d’investimento, ha fatto gli onori di casa. Ha invitato a una tavola rotonda le altre 2 startup, cui è seguito un aperitivo per entrare in contatto (con investitori e clienti potenziali) e conoscersi meglio davanti a un bicchiere di prosecco.

"Italians do Fintech Better": da sx Alberto Dalmasso (Satispay), Ignazio Rocco di Torrepadula (Instapartners e Giovanni Daprà (Moneyfarm). (copertina di Aldo V. Pecora)

“Italians do Fintech Better”: da sx, Alberto Dalmasso (Satispay), Ignazio Rocco di Torrepadula (Instapartners) e Giovanni Daprà (Moneyfarm). Copertina di Aldo V. Pecora

Riassumiamo: chi sono e cosa fanno

Nel 2015 Moneyfarm ha raccolto 16 milioni, è stata premiata all’Open Summit con il titolo di migliore startup fintech ed ha ampliato le proprie attività al Regno Unito. Un caso, più unico che raro, di startup fintech italiana da esportazione.

Satispay, l’app che consente di pagare e trasferire denaro con il proprio smartphone, di milioni ne ha raccolti 8,5 da ottobre 2014 a oggi. Entro fine anno, dice Andrea Allara, head of sales & business development, da Cuneo e l’Italia dovrebbe aprirsi a nuovi mercati.

L’ultima arrivata è Instapartners. È nata nel settembre del 2015, non è stata ancora battezzata sul mercato ma ha già raccolto 8 milioni. Partiamo dai più giovani, anche se quelli di Ignazio Rocco di Torrepadula (ceo della società) sono i soli capelli bianchi su un palco di trentenni. Ex partner di Boston Consulting, Rocco di Torrepadula è tra i fondatori, assieme a Sabino Costanza, Roberto Arnetoli e Jacopo Anselmi (ex MoneyFarm).

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La new entry, Instapartners

Instapartners si inserisce nel mondo delle fatture. Un mondo popolato da ritardatari e caratterizzato da tempi che spesso non combaciano con le esigenze delle imprese. Se l’incasso arriva dopo una scadenza di pagamento, una pmi è costretta a chiedere in banca l’anticipo della fattura. Non perché sia vicina al fallimento, ma solo perché serve liquidità, in attesa che arrivino i soldi dovuti. Il costo, però, è spesso elevato. Senza contare la trafila burocratica che le banche esigono. Instapartners si piazza in questo spazio: valuta le richieste grazie alle informazioni disponibili, snellisce la procedura, riduce i costi, anticipa i soldi delle fatture. E fa un passo in più: cartolarizza. Trasforma le fatture in titoli sui quali è possibile investire (con scadenza a 3 mesi).

“Sono investimenti molto liquidi e a basso rischio – sottolinea Rocco di Torrepadula – perché hanno alle spalle una fattura in pagamento. È un’opportunità sia per le pmi che per gli investitori”. Si tratta di un mercato da 400 miliardi, che oggi costa alle imprese complessivamente il 6-8%. Come una banca, anche Instapartners deve valutare il rischio del prestito, cioè la probabilità che la fattura venga pagata. “Adesso, grazie alla tecnologia, le informazioni che è possibile prendere in considerazione per valutare il rischio sono moltissime”. E, in alcuni casi, diverse. Ad esempio, oggi si piazza la lente sulle pmi ma “non sempre viene presa in considerazione la solidità di chi pagherà la fattura”.

L’idea ha già attirato investitori di prestigio come Alessandro e Mauro Benetton, il chairman di Boston Consulting Hans Paul Burkner, Lorenzo Pelliccioli, la famiglia Venesio (proprietaria di Banca del Piemonte), Tikehau Capital e Giovanni Landi, partner di Anthilia Sgr. E lo stesso Rocco di Torrepadula, che da investitore è diventato startupper in prima linea:

Negli anni ’90 un dirigente di una grande banca mi disse che il suo lavoro era spiegare al direttore generale perché le cose non si potessero fare. Dopo aver sentito per 20 anni cose come questa, mi è venuta l’idea di provare a vedere se le cose si possano fare.

Che ne sarà delle banche tra 5 anni?

MoneyFarm, Satispay, Intapartner sono una serratura che permette di spiare il futuro di payments e servizi finanziari. E allora, grazie alla moderazione di Paolo Gesess di United Ventures, ecco emergere tre nodi: le banche, la tecnologia, la competizione.

Per Giovanni Daprà, ceo di MoneyFarm, “tra cinque anni le banche saranno molto simili a oggi”, ma guardando più avanti, “tra vent’anni sarà tutto diverso”. Molto dipenderà dalla lungimiranza degli istituti tradizionali e dalla forza dei nuovi attori. Allara (Satispay) indica due esempi virtuosi. Da una parte Iccrea (il gruppo delle Bcc italiane). Spesso associato a un perimetro provinciale, è tra i finanziatori di Satispay. Dall’altra la partnership tra Number26 e TransferWise, nuovi soggetti forte del fintech. Rocco di Terrepadula si aspetta “un cambiamento lento, perché comporta l’abbandono di dipendenti, fornitori, interessi”. Ma poi “sarà inevitabile”.

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I vantaggi della tecnologia

Nuovi business e nuove tecnologia. L’idea si struttura in base alle opportunità del digitale. Per Satispay la tecnologia consente di “eliminare gli intermediari”, in modo da fare dello smartphone il proprio portafogli. Superando il problema del micropagamento (Satispay non esige commissioni sotto i 10 euro).

Daprà sottolinea la riduzione dei costi e la maggiore trasparenza. A patto che ci sia un costante aggiornamento della piattaforma. “La tecnologia ci ha permesso di avere l’intero processo in un’unica filiera”.

Per Instapartners, “la tecnologia è decisiva per avere banche dati agili, che mutano e analizzano le informazioni per dare una maggiore predittività sul rischio. Il prodotto non deve solo essere efficace, ma deve saper cambiare in modo veloce”.

Ostacoli e nuove opportunità

La tecnologia e le buone idee devono però scontrarsi con alcuni problemi. I soliti. “Instapartners è un’impresa di otto persone e abbiamo dovuto preparare per la Banca d’Italia un’istanza di 400 pagine. Se volessimo ampliarci all’estero, dovremmo ripetere una trafila simile. La regolazione e l’assenza di un vero mercato unico valgono anche per il fintech”. Allara, che con Satispay presto si amplierà su nuovi mercati, sottolinea “la maggiore intensità dei capitali esteri”. In altre parole: sono poche le startup che attirano cifre importanti e altrettanti i venture capital nazionali con le casse piene. MoneyFarm e Satispay sono due eccezioni. Ma le imprese e il mercato italiani restano esposti a concorrenti esteri. Un’esposizione che diminuisce solo perché, dice Daprà, “l’Italia è ancora visto come un mercato complicato”.

E ora? A vedere insieme tre imprese così, il pensiero (correndo in avanti) va a possibili sinergie. Sarà così o, anche questa, è una logica da vecchio sistema? “Il digitale – dice Rocco di Torrepadula – consente di non essere obbligati a tenere tutto assieme”.

Le aggregazioni ci saranno, ma “saranno verticali”. Con una coagulazione in settori specifici e in un panorama che mescola poteri costituiti e forze nuove. “I motori dell’aggregazione potranno essere sia banche che decideranno di investire in innovazione, sia nuovi attori emergenti che vorranno rafforzare il proprio business”.

Paolo Fiore
@paolofiore

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