Non solo crowdfunding: la metamorfosi di Musicraiser (un anno dopo i 350mila euro)

La startup Musicraiser ha rastrellato 350mila euro lo scorso anno: ecco come li ha usati per diventare lo Spotify delle produzioni discografiche dal basso.

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Poco meno di un anno fa, dieci mesi per essere precisi, la piattaforma italiana di crowdfunding musicale Musicraiser rastrellava 350mila di euro di fondi. E puntava con decisione all’espansione all’estero, con particolare attenzione per i Paesi anglofoni. Oggi Giovanni Gulino, il frontman dei Marta sui tubi e fondatore della startup, ci racconta come la voglia di allargare i confini sia andata oltre la semplice dimensione geografica: Musicraiser intende proporsi a livello globale non solo come portale per la raccolta di denaro per realizzare singoli progetti ma come punto di riferimento per rendere sostenibile l’attività degli artisti. E, grazie al finanziamento ottenuto lo scorso anno, lo sta già facendo.

Lo Spotify del crowdfunding

“L’idea è quella di dare un servizio nuovo che ci permetta di non essere visti come una piattaforma regionalista ma attiva a livello internazionale. Un po’ come ha fatto Spotify, nato in Svezia e oggi percepito come marchio globale”, spiega Gulino, che Musicraiser lo ha fondato con la compagna Tania Varuni. I due hanno appena avuto un bambina, ma l’attenzione per il primo pargolo non è diminuita. Al contrario, la nuova versione del sito contiene gli elementi che superano il concetto di crowdfunding classico: Wishow è la variante per gli spettacoli dal vivo. L’artista organizza un evento e propone online i biglietti. Raggiunta la soglia necessaria può procedere con la vendita vera e propria. I biglietti possono essere anche abbinati a gadget, magliette, consumazioni per la serata stessa o un incontro con l’artista dietro le quinte. “Vogliamo dare ai musicisti diversi strumenti per monetizzare oltre alla semplice vendita dell’album”, racconta Gulino. Interessante anche la funzione di pre-vendita dei lavori in uscita: “Ci rivolgiamo a chi non ha bisogno di soldi per lanciare il suo disco ma vuole creare un po’ di buzz e interesse e, ancora una volta, permettere di offrire altro ai sostenitori”.

Si scrive crowdfunding si legge visibilità

In questo modo uno degli aspetti più utili del crowdfunding può essere sfruttato alla luce del sole anche da chi è più che altro alla ricerca di visibilità. I maggiori successi delle piattaforme statunitensi nascono proprio così: si pensi alla recente vendita del primo tablet di Jolla, società giovane ma già ben avviata, attraverso Indiegogo che ha superato i 2 milioni e 300mila dollari di raccolta. Se di raccolta si può ancora parlare. Oppure a Pebble, il marchio di smartwatch noto per aver sbancato Kickstarter con il primo modello e capace di sfondare il muro dei 19 milioni dollari con il nuovo Pebble Time. Chiedere fondi online vuole dire soprattutto crearsi un seguito prezioso per quando il gioco si fa (davvero) duro e bisogna piazzare il prodotto. Nel campo della discografia, in cui il digitale ha reso indispensabile una strategia che vada oltre la vendita dei brani, può trattarsi di uno strumento rilevante. Soprattutto se non si ha alle spalle uno dei giganti del settore, intenti a loro volta a prendere le misure con i vari Spotify e Deezer. Chi si appoggia a Musicraiser raccoglie fra i 7-8mila euro con picchi oltre i 20mila per realtà note come i Csi.

1 milione e 700 euro e 40 progetti stranieri

Con il milione e 700mila euro raccolti e le 500 campagne chiuse Gulino e Varuni guardano con ottimismo al futuro. E confermano l’intenzione di insistere sull’estero: i nuovi servizi, come il resto della piattaforma, sono disponibili anche in inglese. La presenza è garantita in 203 nazioni e i progetti stranieri, soprattutto americani, portati a bordo sono una quarantina.

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