9 startup Fintech italiane da tenere d’occhio nel 2015

Dall’e-book gratuito di StartupItalia! le 9 startup Fintech italiane più interessanti

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Fine-inizio anno e tempo di bilanci. Mentre il report di KPMG Australia, AWI e Financial Service Council (leggi qui la nostra analisi) elenca il meglio del Fintech internazionale, con Stati Uniti e Regno Unito che si confermano terreni più fertili, StartupItalia! si è concentrata sull’ecosistema nostrano.

Come spiega il direttore della testata Riccardo Luna nella presentazione dell’e-book gratuito sulle 100 migliori startup italiane, non solo Fintech quindi, “per formare questo elenco siamo partiti dai numeri: abbiamo passato in rassegna tutti gli investimenti e le poche exit del 2014; abbiamo considerato tutti quelli che avevano vinto una delle tantissime startup competition; abbiamo valutato il potenziale dell’idea per quelle appena partite e infine abbiamo tirato una linea. Fermandoci a quota 100. Voglio chiarire subito che chi è rimasto fuori non deve sentirsi bocciato, anzi”.

Le Fintech presenti nell’elenco sono 9, due delle quali (Sardex e S-peek) presenti nella top ten. Ecco chi sono e le loro storie:

SARDEX
Nel 2014 in Sardegna si sono scambiati beni e servizi pari a 32 milioni di euro senza uso di moneta corrente. Senza che un solo euro venisse utilizzato. Un piccolo miracolo di una startup di Serramanna, una comunità di 9mila nel Medio Campidano, nata nel 2010 e che proprio nel 2014 ha avuto la certezza di essere diventata grande registrando un fatturato di 1,2 milioni di euro. Si chiama Sardex.net. È una moneta virtuale creata da Carlo Mancosu, 31 anni e i fratelli Gabriele e Giuseppe Littera, 28 e 33 anni. Hanno cercato e travato un’alternativa al credito delle banche. Ma, precisa Mancosu “noi non vogliamo, né possiamo, sostituirci alle banche. Offriamo un sistema di credito che vada ad affiancarsi a quelli tradizionali aiutando le Pmi a far fronte alla stretta creditizia”. Grazie al suo circuito di vendita di prodotti e servizi pari a 36 milioni di beni di 2500 aziende destinati a rimanere invenduti hanno mosso l’economia dell’isola e creato valore. L’azienda è cresciuta sempre raddoppiando i propri numeri. Fatturato, dipendenti, aziende coinvolte. L’idea nasce per sostenere le piccole imprese locali sfiancate dal credit crunch. Oggi si può pagare in Sardex in tutta la Sardegna. Le aziende che vogliono entrare nel circuito devono iscriversi e dare una quota annuale in relazione al proprio fatturato. I piccoli pagano circa un centinaio di euro. Le grandi fino a 3mila euro. Ed è dalle iscrizioni e dalle quote che in sostanza arriva il fatturato. “La nostra fortuna è stata far entrare grandi aziende come Tiscali nel circuito” spiega Mancosu, “perché è vero che nasciamo come sostegno alle Pmi, ma anche le grandi aziende sanno che se crolla la base delle Pmi gli effetti si vedranno anche su di loro. Sardex è un circuito virtuoso, che sta funzionando bene a tutti i livelli”.

S-PEEK
Il termine Big Data è ormai entrato nel linguaggio comune più di quanto lo siano le applicazioni concrete legate ai dati stessi. La startup italiana modeFinance è un perfetto esempio di come l’analisi scientifica delle informazioni finanziarie possa dare un contributo innovativo importante al settore. Fondata a Trieste nel 2009 da Mattia Ciprian e Valentino Pediroda, rispettivamente classe ’76 e ’72, la società analizza i dati di bilancio delle aziende per calcolarne lo stato di salute. Stiamo parlando, ecco perché si entra nel campo dei Big Data, di qualcosa come100 milioni di bilanci. Ciprian e Pediroda hanno sviluppato l’algoritmo che analizza questa incredibile mole di numeri e li “restituisce” in una forma unica, trasparente e coerente. Questo vuol dire, spiega Ciprian, che “se un professionista è interessato alla situazione di un cliente francese e di uno tedesco non avrà bisogno di entrare nel merito dei rating dei singoli paesi o di calcolare le eventuali differenze di partenza dei mercati in cui si sta avventurando”. Fa tutto l’algoritmo. Il modello di business della società, composta da 10 analisti finanziari e con sede a Trieste,  consiste nella vendita di report specifici “a più di 300 multinazionali in tutto il mondo e a una cinquantina di realtà nazionali”. Il gioiellino è l’applicazione gratuita s-peek per iPhone e Android, scaricata già 20mila volte, con cui visualizzare graficamente lo stato di salute delle di 20 milioni di aziende in 43 stati europei ed eventualmente attraverso la quale acquistare report più completi. Ciprian e Pediroda sono partiti con il supporto di BVD, provider estero a cui si erano rivolti per acquistare il database di dati da analizzare. In fase embrionale hanno anche ottenuto un finanziamento di 60mila euro dall’Innovation Factory di Area Science Park.

JUSP
Quella di Jusp è una storia bella, ma anche complicata. Fondata dai 27enni lombardi Jacopo Vanetti e Giuseppe Saponaro, la startup è partita a fine 2011 con un obiettivo ambizioso: fare in Europa quello che Jack Dorsey sta e stava facendo negli Stati Uniti con Square, il lettore di carte da attaccare agli smartphone per permettere a esercenti e professionisti di accettare pagamenti diversi dal contante senza il classico Pos (e spese annesse e connesse). Un’idea interessante e potenzialmente vincente, tanto da ottenere nella primavera del 2013 un finanziamento da 6 milioni di dollari e da venire accolta nell’incubatore del Politecnico di Milano Polihub. Per iniziare a fare sul serio con la commercializzazione dei dispositivi, però, è stato necessario attendere il settembre del 2014. Saponaro spiega a che “l’attesa è stata dovuta alla decisi one di non esternalizzare l’ingegnerizzazione del prodotto”. Una mossa che ha permesso di abbattere i costi: Jusp applica una commissione del 2,5% su ogni transazione ed è in questo modo competitiva nei confronti dei servizi analoghi che intanto sono spuntati come funghi. La macchina, insomma, si è messa in moto e i dispositivi venduti sono migliaia. Le mani esperte sul volante sono quelle di Stefano Calderano, ex Banca Intesa e Poste Italiane che veste i panni di Ceo. Non si tratta più di procedere solo sulla strada di Dorsey, ma di vedersela come realtà già ben posizionate come, oltre a Payleven, iZettle o SumUp.

SCLOBY
L’idea di partenza  è semplice: trasformare ogni singolo dipendente di un negozio o ristorante in una cassa mobile. Il perché sia balenata nella mente del laureando in ingegneria informatica Francesco Medda, classe 1986, altrettanto. Pensate ai punti vendita Apple, dove i commessi tendono a far trottare il cliente fra i prodotti e a completare la transazione senza doversi spostare in una zona specifica del negozio, quella in cui tradizionalmente troviamo la cassa. In quel punto, o più parti del punto vendita, la startup Scloby posiziona una stampante dalla quale escono gli scontrini elaborati con gli smartphone e i tablet su cui gira l’applicazione. Medda ha quindi creato un ambiente cloud che consente all’esercente di gestire in mobilità tutte le operazioni legate alle cassa e di attivare una serie di funzioni aggiuntive come le carte fedeltà, l’attivazione di promozioni o gli acquisti online. E l’Agenzia delle Entrate ha dato il suo benestare. Non solo, l’ingegnere sardo ha messo le sue Api a disposizione di sviluppatori e altre startup interessate a fornire servizi ulteriori. L’app di Scloby è disponibile per iOs e Android. Per tutti gli altri sistemi operativi c’è una Web app. I dispositivi comunicano con la stampante, realizzata dall’italiana Rch o dagli stabilimenti italiani di Epson, via Internet e sono in grado, in caso di assenza di connessione, di rivolgersi alla stessa via Bluetooth. Fra i partner della società anche Banca Sella.

BORSADELCREDITO
Il primo portale di ricerca del credito via Web per le imprese”. Antonio Lafiosca, responsabile marketing e operations, definisce così Borsadelcredito, la startup fondata da Alessandro Andreozzi e Ivan Pellegrini per aiutare le piccole e medie imprese a trovare finanziamenti. “L’imprenditore va sul portale e inserisce le sue esigenze in modo semplice – spiega Lafiosca -. Ad esempio: 50mila euro per 5 anni, oltre ai dati dell’azienda. A quel punto entriamo noi in azione con procedure automatiche che valutano l’azienda e la sua richiesta. Una volta individuate le offerte più adatte mettiamo in contratto diretto le due parti”. Le valutazioni fatte da Borsadelcredito si basano sui requisiti commerciali forniti dalle banche partner. “Noi, in parole povere, intercettiamo la richiesta e facciamo una prima istruttoria creditizia”. La startup è partita il pri mo ottobre 2013 con la partnership del gruppo Banca Popolare di Milano e Banca Sistema e ora annovera, Cariparma Credit Agricole e il gruppo Credem. Il suo punto forte sta nella possibilità di avere tempi certi di risposta “In massimo 24 ore forniamo una risposta sulla fattibilità per ottenere un finanziamento”. Sono circa 500 le imprese che ogni mese contattano la startup non pagando nulla, qualunque sia il risultato della richiesta. “Gli imprenditori riescono ad avere i soldi del finanziamento in un massimo di 4 settimane”. Sono ancora tante però le richieste che si perdono per strada e non sempre a causa del credit crunch, ma perché i termini in cui viene presentata la ricerca sono spesso approssimativi. Per questo uno degli obiettivi della startup fondata meno di un anno fa è l’educazione finanziaria delle pmi.

CRYPTODEER
Lorenzo Gavazzeni e Matteo Assinnata sono due studenti del Politecnico di Milano con idee e obiettivi molto chiari: prendere quello che c’è di buono di Bitcoin e metterlo al servizio del settore dei pagamenti. Il cuore della giovane impresa Cryptodeer è il software sviluppato in febbraio: “Siamo partiti proprio da quello che non quadrava in Bitcoin”, spiega Gavazzeni. Secondo l’ingegnere il tallone d’Achille della più nota criptomoneta è il guadagno legato al mining, ovvero all’attività di creazione della valuta stessa. “Abbiamo tolto questo aspetto in modo da eliminare speculazione e volatilità del valore”. I Tetra, così si chiama la moneta alla base del sistema di Cryptodeer, sono disponibili in un numero fisso e sono già stati tutti generati. A un Microtrera corrisponde 1 centesimo, a un Tetra un euro e così via. “Così facendo gli investitori sono meno timorosi”, spiega il giovane ingegnere. Anche la questione della tracciabilità è stata affrontata diversamente: “Ogni transazione è registrata e tramite i codici seriali è possibile bloccare il singolo Tetra nel caso, molto difficile, in cui venga duplicato o falsificato. Tutto lo storico è accessibile”. Il resto risponde al bisogno a cui Bitcoin deve il suo successo: trasferire denaro in modo veloce, semplice, sicuro e abbattendo i costi. Gavazzeni fa l’esempio dei bonifici da una parte all’altra del globo, vedendosi come eventuale partner della banca interessata a dare questo servizio senza problemi. Per quello che riguarda le commissioni sulle transazioni, Cryptodeer mette sul piatto un competitivo 0,5%.

WOLF OF TRADING
Sensazione di soffocamento, nodo allo stomaco e palpitazioni sono i sintomi dell’attacco di panico che hanno portato Davide La Spina – fondatore della startup Wolf of Trading – in un pronto soccorso. Gli stessi  sintomi lo hanno reso un imprenditore seriale. “Avevo 17 anni quando mio padre mi disse che quell’estate avrei lavorato come magazziniere. Avrei passato il miglior periodo dell’anno in un maledetto magazzino polveroso. Odiavo quel lavoro tanto da causarmi un attacco di panico”. Davide, che ora ha 37 anni, si è trovato grondante di sudore e senza fiato in una sala d’attesa del pronto soccorso. In quel momento ha capito che avrebbe preferito lavorare 12 ore al giorno facendo ciò che gli piaceva piuttosto che passarne 8 in un luogo che odiava. Nato e cresciuto in un paese del varesotto, Davide ha fondato la sua prima società subito dopo quell’episodio e ha abbandonato l’università prestissimo. “Ho dovuto scegliere tra la scuola e la mia società”. Oggi è il fondatore di Wolf of Trading: “È un portale per trader e istituzioni che operano sui mercati come fondi di investimento e banche. Per i primi il servizio è gratuito, saranno i secondi a pagare e sostenere il business”. “Rispetto alle piattaforme di social trading tanto di moda ti permette, grazie alla banca dati, di avere informazioni su migliaia di trader. È proattiva – aggiunge -, ti avvisa anche in mobilità sull’andamento dei tuoi investimenti”. Wolf of Trading ha 2mila utenti iscritti grazie al film Wolf of Wall Street. “Ho proposto un concorso alla casa produttrice 01 Distribution – stava per uscire il film con Leonardo Di Caprio – mettendogli a disposizione la mia piattaforma. Hanno accettato ed è stato un successo. Duemila iscritti in due settimane, i migliori trader avrebbero vinto biglietti per la prima. Subito dopo ho dovuto chiudere l’accesso al resto dell’utenza o sarebbe esploso il server”.

MONEYFARM
Quanto si può risparmiare?” Questa la prima e inevitabile domanda da fare al co-fondatore di MoneyFarm, la startup italiana che permette sull’omonimo portale di pianificare e gestire gli investimenti. “Il 50% rispetto a un intermediario tradizionale”, ha risposto Giovanni Daprà, che nel 2011 ha concepito la startup con Paolo Galvani e Andrea Scarso. Si sta parlando di organizzare il proprio denaro con uno sforzo economico che non supera l’1% del capitale. “Questo permette anche a chi ha piccoli patrimoni, si pensi a 20mila euro, di seguire questa strada senza dover pagare consulenti che possono arrivare a costare 400 euro per mezza giornata”, spiega Daprà. L’abbattimento dei costi di deve all’utilizzo della tecnologia per rivoluzionare un anello della catena finanziaria tradizionale. A occuparsi del denaro degli utenti sono solo quattro persone. “Gli sviluppatori sono sei: siamo una società tecnologica prima di tutto”, tiene a sottolineare il fondatore di MoneyFarm. I due numeri effettivamente rendono bene l’idea di una realtà particolarmente snella proprio nell’ambito più delicato e vicino al canale canonico, quello della consulenza finanziaria. La ricetta sembra funzionare. MoneyFarm ha già rastrellato più di 4 milioni di euro da fondi di venture capital e conta 15mila utenti attivi sul portale. Il numero di risparmiatori Daprà non lo scuce, ma ci dice che la media di soldi investiti è di 45mila euro a cliente.

RISPARMIO SUPER
Perché l’Italia ha paura dell’e-commerce? Perché la grande distribuzione teme la progressiva eliminazione dei punti vendita fisici. Ha le idee chiare Barbara Labate, co-fondatrice e Ceo della startup di comparazione prezzi Risparmio Super: sia sull’approccio degli esercenti nostrani al digitale sia su come intervenire per spingere il settore. “La soluzione è il click and collect, che in Inghilterra rappresenta già il 20% degli acquisti effettuati online”. Si tratta della possibilità di ordinare in Rete i prodotti da ritirare poco tempo dopo, non più di un’ora, nel negozio. Risparmio Super ha già siglato un accordo con Carrefour per un servizio di questo genere. Con Kimberly-Clark, invece, l’accordo è di vendita diretta attraverso Risparmio Super. “Proprio perché i produttori si stanno muovendo abbastanza rapidamente la GDO  sta facendo altrettanto”. L’aspetto interessante, in questo secondo caso, è l’integrazione con il servizio originario della startup con sede a Milano e uffici a Roma e Catania: oltre a proporre l’acquisto digitale dei prodotti del marchio la piattaforma presenta all’utente le eventuali offerte più convenienti nei punti vendita fisici. La fondatrice dell’azienda nata nel 2011 spiega come l’originaria comparazione prezzi, effettuabile anche scansionando il codice a barre dei prodotti che si ha in casa, e le entrate pubblicitarie collegate fossero già sufficiente per tenere in piedi la baracca. Il tassello dell’e-commerce è arrivato per ampliare il raggio d’azione e cavalcare il boom atteso  nei “prossimi tre anni”. Come tramite per la vendita totalmente digitale o da finalizzarsi in negozio Risparmio Super trattiene una percentuale “inferiore al 5%”. Il punto di forza con cui il servizio si presenta ai grandi marchi sono i 400mila utenti registrati, “che trascorrono più di dieci minuti sulla piattaforma”, la 100mila foto e 250mila codici a barre presenti nel database.

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