Fare un blog, venderlo a 315 milioni, lasciarlo e ripartire da una startup (a 66 anni). Storia di Arianna Huffington

La chiamano “la Murdoch del web”. Founder dell’Huffington Post, se oggi il suo nome è uno dei più potenti dell’editoria digitale è perché non si è mai arresa, né quando il suo uomo non vuole sposarla né quando fallisce (miseramente) in politica. E ora molla tutto e riparte, di nuovo

 «Tutto quello che mi è successo nella vita è avvenuto perché un uomo non ha voluto sposarmi», racconta Arianna Huffington: l’ideatrice di Huffington Post, uno dei blog più celebri al mondo divenuto un impero editoriale. La “Rupert Murdoch” dell’era digitale, così come è stata soprannominata, ha oggi un patrimonio di 50 milioni di dollari e all’età di 66 anni lascia la direzione del gruppo editoriale che ha costruito per ripartire con una startup. E ci vuole coraggio (tanto). Come quello dimostrato fin da giovane, quando da Atene arriva a Londra senza alcuna padronanza dell’inglese per studiare in una delle Università più elitarie del Pianeta, Cambridge. Poi sono arrivati i primi libri, le delusioni d’amore, New York, i fallimenti in politica, e quel sito che partito nel 2005 come un blog personale diventa il caso più stupefacente di personal branding, con oltre 100 milioni di lettori al mese e revenue per 150 milioni di dollari.

 

Riflessioni sul fallimento

«Mia madre mi ha insegnato che il fallimento non era qualcosa di cui aver paura. Non era l’antitesi del successo. Ma il trampolino di lancio», spiega l’ex blogger a Success. D’altronde di fallimenti la famiglia Stassinopoulos se ne intende. Il papà di Arianna, Konstantinos, è un giornalista che prova a lanciare diversi quotidiani, tutti senza grande riuscita. Dopo il divorzio dei genitori, Arianna si trasferisce a Londra. L’imprenditrice racconta che legge su un giornale greco di questa università esclusiva, Cambridge, e che sua madre conoscendo il talento di sua figlia, la spinge a provare: «Vuoi andare a Cambridge e lì ti porterò», le dice tra lo stupore e il divertimento dei parenti: allora madre, figlia e sua sorella abitavano in una piccolo appartamento nella capitale greca.

Con una borsa di studio riesce a iscriversi a Economia. Conosce non perfettamente l’inglese, ma impara presto. Ha una propensione e un gusto per il dibattito e un’ambizione senza freni che la portano a diventare la prima straniera e la terza donna di sempre a diventare presidente della Cambridge Union, una delle più esclusive associazioni studentesche, che negli anni ha incontrato Winston Churchill, Theodore Roosvelt, e il Dalai Lama. È qui che Arianna impara le regole su “come stare in società” che sono alla base della costruzione del suo incredibile network di contatti.

«Il mio successo? Un uomo che mi ha rifiutata»

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A 21 anni si innamora di Bernard Levin, critico letterario e giornalista. L’uomo sarà fondamentale per far conoscere Arianna negli ambienti più esclusivi di Londra e l’aiuterà nelle prime pubblicazioni. La prima è “The Female Woman”, nel 1973. Un attacco al movimento femminista, un libro che fa discutere per le tesi conservative. Ma Levin condiziona più di tutti la vita di Arianna perché non vuole sposarla. Dopo una forte crisi sentimentale, la giovane decide di mollare lo scrittore e provare fortuna altrove: New York è la meta e può recarsi con un po’ più di certezze. La sua storia con Levin, i contatti maturati a Cambridge e il libro diventato un oggetto di discussione nei salotti letterari (a cui seguiranno i casi delle controverse biografie di Maria Callas e Pablo Picasso, accusate di plagio), le aprono le porte dell’America delle elite, ambienti nei quali mostra di sapersi inserire con naturalezza.

A New York vive nell’Upper East Side e conduce una vita mondana che le consente di conoscere le famiglie più ricche d’America, come Ann Getty, discendente di una di petrolieri che la introduce a un altro rampollo dell’industria dell’oro nero, Michael Huffington, che diventa poi suo marito.

Il divorzio e la fallite scesa in politica

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Dal matrimonio con Michael ha due figlie e inizia ad affacciarsi alla politica che conta, supportando suo marito nella campagna che lo porterà a ottenere una poltrona nel Congresso: è il 1992. Michael e Arianna sono una delle coppie più chiacchierate dello showbitz, ricchi, potenti e felici. Ma non dura tanto. Dopo otto anni, la donna chiede il divorzio. I giornali di gossip del tempo spiegano l’accaduto con la scoperta degli orientamenti sessuali del marito (Michael farà poi outing dichiarando alla stampa di essere bisessuale).

È la seconda grande delusione d’amore per Arianna, una “caduta” che non mina, tuttavia, le sue ambizioni: «Dopo un fallimento, l’unica cosa saggia che puoi fare è metterti alla ricerca di nuove opportunità», spiega.

Prima le cerca in politica. Nel 2003 punta alla poltrona di Governatore della California. Ma poco può fare contro l’altro candidato: il “Terminator” Arnold Schwarzenegger che la surclassa.

Quando nasce l’Huffington Post

Quando decide di puntare sul web per rilanciare la sua immagine, con un blog per discutere di attualità e politica, Arianna online, gran parte della stampa non le dà grande credibilità. Qualcuno pensa fosse uno scherzo, altri vedono questo tentativo come l’ennesimo personaggio in “declino” che prova a rilanciarsi sulla Rete. Anche gli amici la dissuadono. Arianna è opinionista in tv e lavora in radio, non ha bisogno di investire in un progetto online. Per realizzare la piattaforma coinvolge Jonas Peretti, è il cofondatore anche di BuzzFeed e Kenneth Lerer, ex vicepresidente di Aol, l’Internet Service Provider che allora vanta 30 milioni di utenti (nel 2015 il gruppo è finito nelle mani del gigante delle telecomunicazioni Verizon, per 4,4 miliardi).

L’idea di Arianna è estremamente semplice: creare un blog dove dare spazio alle opinioni di personaggi famosi. L’imprenditrice capisce che il dibattito su politica e società si è spostato dai “salotti esclusivi” alla rete e pensa alla sua piattaforma come un medium per dare voce alle idee delle personalità più forti della società americana. I tre fondatori sono una macchina perfetta: c’è chi mette i soldi, Lerer (investe 1 milione di dollari, poi sarebbero arrivati investimenti nel tempo 5 round per una cifra di $37 milioni). Chi come Peretti si occupa della parte tecnica, di come creare una piattaforma scalabile. E poi Arianna che ha tante amicizie nel mondo che conta. È proprio attingendo a questo bacino che arrivano i primi blogger “di peso” come lo storico Arthur Schlesinger, l’attore John Cusack.

«Quando abbiamo iniziato non c’era Facebook, non c’erano i video e i social. Ma Arianna ha visto prima di tutti le opportunità. Senza il suo genio nel marketing e i suoi contatti, niente di tutto questo sarebbe avvenuto», ha spiegato Lerer a The Wall Street Journal.

L’exit da 315 milioni

Quando arriva la proposta di acquisizione di Aol condotta da Timothy Armstrong, Arianna capisce le potenzialità dell’affare. Huffington Post ha milioni di utenti, ma non ha trovato ancora il modo di monetizzare quel gran flusso di visite giornaliero. Armstrong sembra l’uomo giusto. Prima di diventare Ceo di Aol  ha lavorato per 9 anni in Google dove ha contribuito in modo determinante a costruire il business dell’advertising del motore di ricerca. L’affare viene chiuso con Aol che sborsa 315 milioni di dollari per portare in casa l’idea di Arianna. L’imprenditrice, che dall’operazione guadagna 18 milioni di dollari (secondo Nymag), viene messa a capo di The Huffington Media Group che include altri siti di Aol, tra cui TechCrunch e Engadget.

Le dimissioni dall’Huff e la nuova avventura (che parte da un cuscino)

Sotto la guida di Arianna, l’Huffington Post è diventato in 11 anni una delle piattaforme di digital media più influenti al mondo. Negli ultimi anni, il sito ha conosciuto un’espansione internazionale che oggi lo porta ad avere versioni in 14 Paesi (tra cui Italia, Grecia, UK, Francia e Messico). Anni duri che le sono costati tanto, la morte prematura di un figlio che aveva in grembo per l’eccessivo stress lavorativo, progetti fallimentari come HuffPost Live, l’idea di creare un servizio di broadcasting in tempo reale, un disastro che è costato 12 milioni di dollari. E le cause, tante, di blogger che l’hanno citata per 105 milioni di danni (il modello di business del sito non prevede un contributo per gli autori, la merce di scambio è la visibilità).

I contrasti con Armstrong in questi anni, il suo ruolo messo in discussione più volte dopo l’acquisizione di Verizon, la scelta criticata di entrare nel board di Uber, sono alcune dei motivi che spiegano la sua uscita dall’azienda. Le dimissioni sono arrivate a settembre di quest’anno dopo l’annuncio di una nuova starup, Thrive Global, un progetto dedicato alla salute e al benessere dei dipendenti delle aziende, lanciato all’età di 66 anni: «Ho gestito l’Huffington Post per 11 anni e non immagino quale altro tipo di rapporto potrei avere con l’azienda» ha spiegato Arianna all’indomani delle dimissioni.

Giancarlo Donadio
@giancarlodonad1

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