Così blockchain e intelligenza artificiale cambiano il futuro dei soldi. Ma stiamo attenti

Blockchain intelligente, AI distribuita, chiamatele come vi pare il futuro di banche e assicurazioni passa da questo matrimonio. Anche perché altrimenti rimarrebbero senza clienti. E c’è già chi paventa scenari apocalittici

Una o più blockchain di banche, assicurazioni e società finanziarie. Collegate tra loro, trasparenti, sicure, veloci e che ottimizzeranno la verifica dei dati e le transazioni. Dove i servizi e i prodotti sono personalizzabili su misura per ogni utente e i customer care anziché da odiose voci guida telefoniche sono gestiti da chatbot guidati da algoritmi e machine learning, che rispondano in modo più rapido e soddisfacente ai dubbi e alla richieste degli utenti. Non è fantascienza, ma solo alcuni degli scenari realizzabili non in futuro ma da domani con l’unione tra blockchain e intelligenza artificiale. Cambiando per sempre il volto (e il futuro) del settore finanziario.

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Perché l’AI non può fare a meno della blockchain

Il modello dell’intelligenza artificiale per poter sviluppare tutte le sue potenzialità ha bisogno di utilizzare un canale dove più soggetti diversi possano comunicare tra loro e scambiarsi info in modo sicuro. Quale migliore ambiente della blockchain? In fondo, la rete peer-to-peer con il suo sistema a nodi e la quantità di informazioni e dati diversi che girano e vengono registrati, può fornire un sistema che imita perfettamente il funzionamento del cervello umano. Così come la nostra mente non è governata da un singolo neurone, ma da miliardi di neuroni e sinapsi che scambiano e registrano tra loro informazioni, allo stesso modo la blockchain non ha un’autorità centrale che la governa, tutti gli scambi avvengono tra i nodi del sistema e validati da tutti in tempo reale.

«La blockchain sarà per l’intelligenza artificiale quello che il linguaggio scritto ha rappresentato per l’evoluzione del cervello umano», questa la tesi un post su Medium di Orlovsky Maxim, ungherese, tra i massimi esperti al  mondo di neuroscienze, secondo cuila blockchain, offrendo un canale per fare comunicare milioni di dati, potrà avere lo stesso impatto sull’evoluzione dell’intelligenza artificiale di quella avuta dalla nascita del linguaggio umano.

Così cambierebbero subito fintech e insurtech

L’interazione tra blockchain e AI potrebbe essere una delle poche salvezze per quelle banche e assicurazioni che hanno bisogno di “svecchiarsi” e catturare soprattutto il pubblico dei millennials, sempre più disintermediato e lontano dai servizi finanziari tradizionali. I settori nei quali le due tecnologie potrebbero cambiare molto velocemente il volto e il destino del mondo finanziario, anche e soprattutto grazie alla disruption delle startup, sono:

– Trasferimento più veloce dei dati. Poiché la blockchain offre la possibilità per i consumatori di risolvere più velocemente le transazioni e interagire con le banche. Ascribe, per esempio, una startup che collabora con Capgemini, usa la blockchain per permettere ai consumatori di collezionare i punti delle carte fedeltà e spenderli su diversi merchant (dove la rete peer-to-peer automatizza le operazioni di verifica);

– Sicurezza. Diverse banche stanno già usando servizi di machine learning per individuare all’istante transazioni sospette;

– Customer service, con algoritmi, chabot, in grado di rispondere a dubbi ed esigenze dei clienti in modo più rapido e soddisfacente;

– Personalizzazione dei servizi. Pensiamo a meccanismi simili a quelli di Spotify e Amazon, con il sistema delle recommendations;

– Lending. Con un’analisi delle credenziali dei clienti registrati sulla blockchain che richiedono molto meno tempo e una (relativa) maggiore velocità nello sbloccare i fondi.

Sono solo alcuni dei tanti verticali aggredibili, a cui si potrebbe presto legare anche la galassia dei robo advisor con il sorgere di startup che usano l’intelligenza artificiale per aiutare gli utenti a investire meglio i loro soldi.

Il terzo (fortissimo) alleato: Internet of Things

Non solo. Qualcuno starebbe già sperimentando utilizzi congiunti di intelligenza artificiale, blockchain e IoT in un unico progetto. Nei mesi scorsi Ibm (già tra i promotori del progetto Hyperledger), ha introdotto la blockchain nell’ambito del suo progetto di intelligenza artificiale, chiamato Watson. L’idea è di usare le tecnologie per migliorare il funzionamento degli oggetti connessi, un settore su cui il colosso dell’informatica statunitense sta investendo ben 3 miliardi di dollari. Blockchain e intelligenza artificiale aiuteranno i dispositivi a dialogare meglio tra loro, identificare da soli i guasti e ripararli e a rendere più sicuro lo scambio dei dati. Un’interazione che avviene in un mercato, quello dell’Internet of Things, che secondo gli analisti di Gartner, crescerà fino a raggiungere i 20,8 miliardi di oggetti connessi entro il 2020. Sempre secondo la società di ricerca saranno 6,4 miliardi alla fine di quest’anno.

Leggi anche: Perché l’Industria 4.0 ha dannatamente bisogno della blockchain

I pericoli di una “superpotenza artificiale”

C’è un post molto interessante su Medium, dove Michael Paton, founder della startup blockchain Yaf Life, immagina una deriva di queste tecnologie integrate. Uno scenario apocalittico distopico alla Matrix, secondo cui l’associazione tra reti peer-to-peer blockchain e sistemi di intelligenza artificiale potrebbe in futuro condurre alla creazione di un network in grado di assumere una potenza di calcolo mai raggiunta prima, con milioni e milioni di nodi connessi.

Potremmo definirla una “superpotenza artificiale”, messa al servizio di algoritmi intelligenti che apprendono, scambiano dati e informazioni, proprio come gli esseri umani, che qualora finisse nelle mani sbagliate potrebbe rappresentare anche un pericolo l’intera umanità. Uno scenario nel quale, secondo Paton, anche solo un singolo difetto del sistema potrebbe dare vita a  una super intelligenza, senza alcun controllo dell’uomo, capace di dominare tutti i mezzi di comunicazione umani e tutti i dispositivi connessi.

Altro che disoccupazione tecnologica.

Aldo V. Pecora
@aldopecora

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