Perché l’Industria 4.0 ha dannatamente bisogno della blockchain

A cosa dobbiamo stare attenti ora che l’Industria 4.0 cambierà per sempre il modo di produrre (e di produrci) le cose e perché solo la blockchain tutelerebbe davvero sia le aziende che gli utenti

Stiamo attraversando una fase di cambiamento epocale, e quasi non ce ne rendiamo conto. Quello che meno di 10 anni fa con il boom del digitale iniziavamo a conoscere come Internet of Things ha già scalato a una velocità impressionante, divenendo Internet of Industry. Non è solo automazione, convergenza tra hardware/robot e software/algoritmi: è dematerializzazione, disintermediazione, ideazione e creazione di nuovi beni on demand, intelligenza artificiale. In una parola, Industria 4.0.
Un mondo nuovo tanto affascinante quanto complesso, e che come ogni cosa nuova è bene che ognuno di noi contribuisca con la propria parte di competenze ed esperienze a renderlo il migliore possibile, perché che ci piaccia o meno è qui che vivremo e vivranno i nostri figli.

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La differenza tra una fabbrica qualsiasi e l’Industria 4.0

L’Industria 4.0 introduce e comprende al suo interno quello che è stato definito lo “smart manufacturing“, ovvero quel sistema di produzione in cui i sistemi informatici monitorano i processi fisici della fabbrica e prendono decisioni decentrate. I sistemi fisici, in questo caso, sono gli oggetti, che comunicano e collaborano sia tra loro che con l’uomo in tempo reale.

Non sarà Industria 4.0 quell’industria che non preveda:

1. Interoperabilità. Con macchine, dispositivi, sensori e persone che si connettono e comunicano tra loro;

2. Trasparenza delle informazioni. Ovvero sistemi in grado di ricreare una copia virtuale del mondo fisico attraverso i dati raccolti dai sensori, e contestualizzare tutte le informazioni;

3. Assistenza, sia in termini di capacità dei sistemi informatici di assistere e guidare l’uomo nel prendere decisioni e risolvere problemi (intelligenza artificiale);

4. Decentramento, o meglio, distribuzione del processo decisionale, tra gli oggetti, certamente, ma soprattutto tra gli utenti/consumatori/produttori.

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Blockchain e produzione di nuovi beni

Non siamo in grado di prevedere con assoluta certezza come queste tecnologie si svilupperanno, tuttavia è possibile iniziare a delineare il campo entro il quale potrebbe muoversi da subito la blockchain.

Già oggi, ad esempio, l’utente medio è in grado di scaricare disegni, studiarli, modificarli, e inviarli a una stampante 3D, creando così un nuovo bene. Ecco, questo su larga scala, con l’industria 4.0 diventa uno dei problemi da risolvere perché pone anche una serie di domande, molte delle quali di carattere legale in merito alla proprietà del bene prodotto, anche intellettuale, alla vendita, eccetera.
Come faremmo ad essere tutelati, ad esempio, qualora non avessimo una stampante 3D e decidessimo di stampare il nostro oggetto attraverso un service, e questo un minuto dopo brevettasse il nostro progetto, la nostra idea, e la rivendesse a una grande industria? L’oggetto è di chi lo disegna o di chi lo produce? Oppure ancora, come sarà possibile registrare nel modo più veloce la vendita tra produttore di un certo quantitativo di prodotti realizzati “on demand”, quando con l’Industria 4.0 viene meno il concetto di prossimità e la supply chain, la filiera, non è più il comune, la regione, il Paese ma il mondo intero, con centinaia di leggi e monete diverse?

Alcuni indizi per capire quanto varrà la blockchain nei prossimi anni

E’ passato alla storia come il libro mastro che registra le transazioni di bitcoin, il motore che lo fa girare. Ma racchiude in sé una serie non trascurabile di vantaggi e servizi “scalabili” sui settori più disparati, perché la blockchain verifica e garantisce l’identità delle persone (e riservatezza e anonimato sono due cose diverse), è distribuita, ovvero le transazioni e le operazioni passano e sono validate dalla rete di persone che la compone, e garantisce l’inalterabilità delle informazioni registrate. Meglio di un notaio.

L’Open innovation è divenuta quasi un hype, e molte grandi banche (leggi Goldman Sachs) si definiscono internet company, stanno acquisendo un numero spropositato di startup, quindi know-how e asset, quindi tecnologie (anche se poi le rivendono, facendo sorgere il dubbio che ciò possa essere un modo per neutralizzare i piccoli competitors del fintech).

Tra poco più di 10 anni, nel 2030, la blockchain sarà nella sua stagione di massimo splendore, aprendo a nuove forme di organizzazione delle relazioni. In particolar modo nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo dove, a causa delle scarse infrastrutture, spesso è difficile fare anche piccole transazioni. Pensate al Kenya, dove oggi ci sono più utenti M-Pesa (la moneta digitale transata col cellulare) che conti correnti bancari.

Leggi anche: Viaggio nel continente nero, dove una startup 3 è fintech

Nell’era della sharing economy, gli attuali modelli di business di molte startup si basano sull’accumulazione di utenti attraverso servizi gratuiti, al fine di raccogliere i loro dati, profilarli. Profilazione vuol dire monetizzazione, certamente. Che arriva attraverso l’analisi di questi dati. Tutto ciò fino a quando le persone non capiranno che i loro dati valgono più dei loro soldi. E allora questi modelli di business non saranno più sostenibili.

Con la blockchain siamo più trasparenti dell’acqua

Per affrontare e risolvere le paure dei consumatori di domani servirà più trasparenza. Nella nostra vita di tutti i giorni l’immagine che oggi abbiamo del mercato dell’energia elettrica, ad esempio, è di uno o pochi fornitori centralizzati, che la distribuiscono ai singoli utenti, privati e grandi imprese, contabilizzandone i consumi attraverso un “contatore”.
Alcuni di questi utenti, però, sono dotati ad esempio di impianti fotovoltaici o eolici, e quindi sono in grado di re-immettere sulla rete elettrica parte dell’energia prodotta dalle e nelle loro case e aziende, ottenendo un compenso dal fornitore.

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In questo caso una suggestione molto prossima potrebbe essere la nascita di uno o più network distribuiti su blockchain: gli utenti sarebbero come i miners per i bitcoin, solo che anziché estrarre con i propri pc monete digitali produrranno e venderanno energia elettrica agli altri utenti della rete, siano essi famiglie, imprese o grandi industrie. Grazie alla blockchain le transazioni sarebbero registrate sulla rete e questo ne garantirebbe la trasparenza. Un mercato potenziale che, secondo Goldman Sachs, potrebbe valere già da domani dai 2,5 ai 7 miliardi di dollari. Il 10% del fatturato dell’Enel, tanto per fare un esempio.

Prevenire la domanda: big data e blockchain

Anticipare eventuali cambiamenti di mercato e prevedere la domanda potrebbe è da sempre la chiave del successo di ogni impresa. L’azienda efficiente è quella che opera sapendo tener in considerazione tanto gli ordini effettivi quando quelli previsti. Prevedere la domanda, infatti, porta con sé diversi vantaggi in termini di supply chain, tra tutti il risparmio di tempo e l’ammortizzazione dei costi delle materie prime.
Materie prime che, ovviamente, si muovono in un mercato ormai globale e, quindi, per ottimizzare al massimo la produzione bisogna tener conto del tempo di attesa dei materiali e, soprattutto, saper scegliere i fornitori.
Questo influenza i costi complessivi, la qualità dei servizi offerti e del prodotto. Per valutarli non basta solo sincerarsi sugli eventuali riferimenti a standard riconosciuti, ma sulla loro reputazione, la capacità di tener fede agli impegni, rispettare le scadenze, e last but not least, la trasparenza.

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La democrazia dei device

Secondo il report di IBM intitolato “Device democracy” sul futuro dell’Internet of Things, nel 2050 ci saranno nel mondo più di 100 miliardi di oggetti connessi. Una grande, enorme, rete che comunque porta con sé anche una serie di ostacoli da superare, dai costi della connettività, alla fiducia nelle istituzioni e nei fornitori, l’obsolescenza programmata delle tecnologie, la gestione dei dati, che rischiano di divenire sempre più eterogenei e non strutturati.

La democrazia dei device, quindi nascerebbe per sopperire al fatto che gli oggetti non dovranno più collegarsi al cloud (che sono comunque centralizzati), ma dialogheranno direttamente tra loro in una gigantesca rete p2p, fatta a sua volta da decine, centinaia di migliaia di altre reti p2p, dove tutti i nodi saranno distrubuiti e attivati attraverso il consenso del sistema, garantendo sicurezza e trasparenza sulla condivisione dei dati e modelli di coordinamento dei dispositivi funzionali e davvero scalabili. Il tutto grazie alla blockchain.
Sono un po’ il codice genetico di Hyperledger, il grande progetto che Ibm sta portanto avanti con la Linux Foundation, gruppi bancari (J.P. Morgan, Wells Fargo e altri) e altri 2 colossi dell’informatica, Intel e Cisco, che mira alla creazione di una blockchain “scalabile” rivolta principalmente alle imprese.

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Ma “tradiremo” la blockchain

Il paradosso dell’Industria 4.0 e dell’era del peer to peer è che oggi chi produce è quasi costretto a fidarsi di tutti e finisce molto spesso per fare affari con nessuno, un domani sarà costretto a fidarsi di nessuno e fare affari con tutti. E questo perché tutto, dalla proprietà di un titolo alla transazione, sulla blockchain, non passerà da una mano all’altra senza che tutta la rete avrà controllato e validato l’operazione.

Certo, l’orizzonte di una o più blockchain “private” apre anche altre questioni, alcune delle quali molto serie, poiché è un po’ come “tradire” oltre che i pilastri che la costituiscono soprattutto i princìpi sui quali si fonda la blockchain.
E’ bene comunque iniziare a discuterne, e che tanto gli utenti quanto soprattutto i produttori inizino a conoscere e usare bene la tecnologia blockchain, prima che la stessa disruption, la distruzione creativa che ha travolto il mondo delle banche e della finanza travolga, e lo sta già facendo, anche quello industriale.

Aldo V. Pecora
@aldopecora

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