Uber in crisi di identità: ora accetta anche pagamenti in contanti

Uber molla i pagamenti elettronici (per ora solo in India e nei paesi emergenti) perché sono pochissime le carte di credito in giro. Ma gli autisti non potranno fare i furbetti coi contanti

Uber cambia faccia e fa un passo indietro. Permetterà i pagamenti in contanti nei Paesi emergenti. La multinazionale di Travis Kalanick, che ha rivoluzionato il mondo dei trasporti, rinuncia così a una delle caratteristiche che l’ha resa famosa ovunque: finora era possibile usare il servizio solo se in possesso di una carta di credito.

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In India Uber ci prova col contante

In molti Paesi emergenti la percentuale di persone che posseggono carte di credito è sotto il 10%. Una realtà dalla quale neanche un gigante come Uber può scappare: «Devi essere empatico con la realtà. Puoi piegarla, ma non spezzarla. Accetteremo pagamenti in cash in India perché vogliamo mettere sempre le esigenze del consumatore al centro. L’unica linea che non è negoziabile» sono le parole di Kalanick in un recente viaggio in India, riportate da TechCrunch. I primi esperimenti sono partiti a Hyderabad, città indiana con quasi 8 milioni di abitanti, e sono estesi a 10 Paesi in tre continenti (Singapore, Kenya, Peru, America Latina…)

Come Uber controllerà gli autisti furbetti

Il modello di business che Uber ha tenuto finora è stato alla base dei suoi successi e rapida espansione nel mondo. L’utente effettua il tragitto, e i soldi della corsa sono prelevati direttamente dalla sua carta di credito. Non deve preoccuparsi se l’autista non ha resto, evita di riempiersi le tasche di monete e soprattutto non ha bisogno di rispondere al dilemma se offrire o meno una mancia. Accettando in contatti dice addio a questo mondo di convenienza, per l’autista, il cliente e Uber stesso. Come funziona allora? I soldi, che vengono dati al passeggero all’autista, vengono scalati direttamente sul conto corrente di quest’ultimo. Una strategia che permette ai driver di non avere mai debiti con Uber e all’azienda di non dover chiedere loro di restituire soldi.

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Ola e gli altri competitor di Uber

Il subcontinente è un banco di prova fondamentale per l’azienda di Kalanick dopo le disavventure legali in Europa (con il blocco di Uber Pop in Italia e in Francia, ndr). Ma  non è un terreno vergine visto che la competizione è altissima. Quattro i competitor che hanno mire in India, come su tutto il sud est asiatico: Didi Kuaidi in Cina, Ola in India, Grab Taxi nel sud est,  e l’americana Lyft. Tutte startup che recentemente hanno firmato un accordo di partnership: i clienti di ognuna delle startup di trasporto potranno usare le app dei competitor quando si troveranno in viaggio nei Paesi coperti da uno dei servizi. Una vera e propria “League of Uber Rivals” che hanno tutte in comune l’investitore: SoftyBank, venture che è di fatto il principale competitor di Uber nel mondo.

Per fare un confronto, Uber serve 11 città in India, mentre Ola, che recentemente ha chiuso un round di i 400 milioni di dollari, è presente in più di 100 città. Mentre Grab ha più di 200mila autisti e 11 milioni di download nei suoi sei mercati del sud est asiatico.

Se il cash funziona in India

Se riuscirà a vincere le tanti sfide in India  – pagamenti in cash e competitor, non sono le sole, qualche mese fa un autista di Uber è stato accusato di aver stuprato una passeggera a Delhi – Uber potrà prepararsi a espandersi e a tirare un sospiro di sollievo dopo le difficoltà sul fronte europeo. Scelta inevitabile per farlo quella di tradire il suo modello: «Quella del cash è una sfida per noi che ne apre tante altre. È un esperimento fondamentale con cui  potremmo espanderci in altri mercati e avrà altre implicazioni sul nostro modo di fare business» spiega Mike Brown, regional manager di Uber nel Sud est asiatico.

Giancarlo Donadio
@giancarlodonad1

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