“Bitcoin Bomber”, quando il riscatto si paga in moneta virtuale

In Olanda, a seguito di diversi attentati dinamitardi è stato richiesto un riscatto in cripto moneta. Ma sono diversi i casi in cui i truffatori preferiscono questa valuta ai dollari e agli euro

Piazza l’ennesima bomba in un supermercato e poi promette: “smetto se mi pagate un riscatto, ma deve essere in bitcoin”. L’ “Unabomber” dei Paesi Bassi è al passo con i tempi e la tecnologia e diventa automaticamente il “Bitcoin bomber”.  La polizia olandese nella settimana di ferragosto ha reso noto l’ultimo caso e ha chiesto aiuto ai cittadini che posseggono informazioni utili per rintracciare il colpevole, visto che lo cercano già dal mese di maggio, quando ha cominciato a mettere in atto i suoi attentati ai negozi di alimentari della rete Jumbo.

bitcoin

Finora sono state trovate tre bombe, la prima è stata scoperta prima che esplodesse, ma la seconda (un mese fa) è stata fatta saltare in aria provocando dei danni al supermarket ma fortunatamente nessun ferito. Con l’ultima bomba, al proprietario del negozio è arrivata anche la richiesta di riscatto. Una lettera in cui l’attentatore chiede una somma in Bitcoin, da trasferire quindi attraverso un pagamento digitale. “Ha scritto che non si fermerà finché non riceverà i suoi bitcoin”, ha riferito la polizia locale.

Persi così 16,5 milioni di dollari in Bitcoin

Ma questo, sebbene sia forse il più particolare, non è il primo caso in cui venga richiesto un riscatto in Bitcoin. Anzi, secondo il New York Times, sarebbe proprio questa la nuova forma di “pagamento” preferita dai sequestratori. A differenza del caso olandese, si tratta però nella maggior parte delle situazioni di truffe via Internet che prendono di mira sia singoli cittadini che navigano e fanno acquisti sul web, sia le grandi società finanziarie e perfino i dipartimenti di polizia. Quasi sempre sono furti di dati personali e alle vittime viene detto che l’unica via d’uscita è il pagamento di un riscatto in bitcoin che può arrivare a toccare (e a volta a superare) anche i 20 mila dollari. Secondo una società di sicurezza informatica inglese, Sophos, sarebbero stati raccolti in questo modo circa 16,5 milioni di dollari in Bitcoin, da parte di alcuni truffatori stabiliti in Russia e Ucraina ai danni soprattutto di cittadini americani.

L’allarme dell’autorità britannica

Proprio per questo tipo di truffe, l’autorità britannica che si occupa di garantire la sicurezza dai cyber attacchi e dalle successive richieste di bitcoin ha lanciato un allarme: attenzione ai finti messaggi inviati dalle autorità governative, potrebbero essere delle frodi.

Secondo il National Fraud Intelligence Bureau, infatti, molti cittadini stanno ricevendo delle mail che solo apparentemente provengono dal ministero della Giustizia britannico o anche dal British Gas. I messaggi contengono invece dei TorrentLocker che, se attivati, bloccano i file del pc fino al pagamento di un riscatto in bitcoin.  Una ricerca ha però verificato che la maggior parte delle vittime sceglie di non pagare.