Tutti i freni di Bitcoin (che una startup porterà presto nei negozi)

Mentre Stati Uniti, Europa e anche Italia provano a regolamentare Bitcoin, The Rock Trading lavora a una startup per portare la criptovaluta tra i clienti

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La fiducia è il fondamento del valore di una moneta. Eppure, “il valore che c’è dietro a Bitcoin è anche la sfiducia nell’attuale sistema delle valute”. A dirlo è Ferdinando Ametrano, analista e professore dell’Università Bicocca, in occasione di una tavola rotonda organizzata dallo studio legale internazionale Hogan Lovells per fare il punto della situazione sui bitcoin e sulla vigilanza dedicata alla moneta virtuale.

Vigilanza in Stati Uniti e Unione europea
Tutti mettono in guardia dai rischi legati all’utilizzo dei bitcoin, ma di norme specifiche non ce ne sono. La spiegazione sta nel fatto che sono ancora troppo poco utilizzati perché le istituzioni comincino a preoccuparsi e si concentrino seriamente sulla stesura di leggi in grado di regolarne l’uso.

Gli Stati Uniti, dove le valute virtuali sono più diffuse rispetto al resto del mondo, si sono mossi prima degli altri, nello specifico l’ha fatto lo stato di New York, cominciando a mettere in piedi una proposta di legge per la Bit License (qui si può scaricare il testo). Come spiega in questa intervista rilasciata alla Cnn Ben Lawsky, il soprintendente dei servizi finanziari per lo stato di New York, “le nuove norme proposte prevedono che gli operatori che si occupano di Bitcoin debbano passare controlli ex-ante ed essere aperti in qualsiasi momento a possibili ispezioni del regolatore”. Lawsky sottolinea che non sarà semplice ottenere la licenza ad operare perché  “i regolatori finanziari saranno molto attenti a controllare chiunque deciderà di aprire un’attività di business incentrata sullo scambio di moneta virtuale. Le autorità verificheranno le loro qualifiche professionali e si assicureranno che non abbiano un passato criminale. Inoltre, giudicheranno se sono adatti o meno a gestire denaro. Se tutto filerà liscio, avranno la loro licenza”.

In Europa, si è mossa invece l’Autorità di vigilanza bancaria (Eba), che prima ha messo in guardia i consumatori dall’utilizzo della moneta virtuale e segnalando soprattutto i rischi di “violente fluttuazioni delle valute elettroniche”, ma anche il pericolo che “i portafogli digitali” possano esser preda di hacker e pirati informatici. Poi, sempre l’Autorità di vigilanza bancaria europea  –  lo scorso 4 luglio –  si è espressa sullo stesso argomento. Il documento identifica più di 70 tipi di rischi legati all’utilizzo dei bitcoin da parte degli utenti e dei non utenti ma comunque partecipanti al mercato. Ci sono anche rischi per l’integrità finanziaria (come il riciclaggio di denaro e altri reati finanziari), per gli attuali sistemi di pagamento e per le autorità di regolamentazione.

Insieme ai pericoli, sono state individuate anche le cause, che indicano quindi su cosa si potrebbe intervenire a livello legislativo. I problemi includono il fatto che un sistema di valute virtuali possa essere creato – e quindi successivamente anche modificato – da chiunque, che le parti dello scambio siano anonime, che gli schemi non rispettino i confini giurisdizionali e quindi sfuggano alle sanzioni dei singoli Stati, e che gli operatori di mercato non debbano rispettare gli assetti di corporate governance previsti. Secondo l’Eba sarebbe quindi necessario un sostanzioso intervento normativo che, fra le varie cose, si occupi di regolare la governance di queste società, il trattamento dei dati dei clienti, i requisiti patrimoniali e soprattutto preveda la costituzione di enti che siano responsabili del controllo del sistema delle valute virtuali, compreso il protocollo e i confini delle transazioni.

In Italia
All’interno dei confini nazionali, si sono occupati del fenomeno Bitcoin sia il Parlamento che il Cnel (con questo documento), mentre la Banca d’Italia lo sta attualmente studiando. Il deputato del Pd, Sergio Boccadutri,  ha prodotto una proposta di emendamento  al decreto Destinazione Italia dello scorso gennaio.

Che ha deciso  però poi di ritirare, come ha spiegato in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: “Ho scatenato due tipi di reazioni: da una parte c’è stato chi mi ha detto che non sapevo di cosa stavo parlando e dall’altra la comunità italiana a sostegno del Bitcoin ed esperti in materia che hanno avuto un atteggiamento interlocutorio. Ritirato l’emendamento, voglio aprire un tavolo con questi soggetti nel mese di febbraio per capire in che modo trattare la questione”. Ma, al momento l’indagine conoscitiva sulle criptovalute non è stata ancora avviata.

Intanto, i commenti di chi studia il fenomeno sono i più disparati. Secondo Jeffrey Greenbaum, responsabile del team financial institution di Hogan Lovells in Italia, “Sarebbe anche necessario pensare all’utilità o meno di regolamentare non solo gli stessi Bitcoin, ma l’attività di chi lo gestisce. Vigilare sull’operatore quindi, non solo sullo strumento”. La pensa allo stesso modo Stefano Capaccioli, commercialista ed esperto di criptovalute, secondo lui “i Bitcoin non causano un vuoto normativo, ciò che è virtuale va regolato con le stesse norme di ciò che è materiale. Le regole ci sono tutte, basta saperle individuare”. Un punto di partenza, come sottolinea Capaccioli, è che “nessun paese occidentale vieta l’utilizzo della criptovaluta o ne limita l’utilizzo in qualche modo. Solo gli Stati Uniti, la Francia e la Germania – continua il commercialista – hanno implementato un regime di autorizzazione per gli exchanger con norme che rientrano nella disciplina anti-corruzione e anti-terrorismo. In Italia invece tutto tace”.

Ma tra poco nei negozi italiani si potrà pagare in bitcoin
È del giugno scorso la notizia del primo bancomat Bitcoin (ne abbiamo parlato qui) installato in Italia (il ventesimo Europa). Ora, invece, si parla dello sbarco della criptovaluta direttamente negli esercizi commerciali italiani. Ad occuparsene Andrea Medri, chief executive officer di The Rock Trading, una delle prime piattaforme di scambio per valute digitali, che spiega: “Mettiamo in contatto chi vuole acquistare e chi vuole vendere bitcoin e prendiamo una commissione sulle transazioni”. La società sta lavorando all’evoluzione di questa tecnologia e ha deciso di aprire una startup fintech innovativa entro fine anno – si chiamerà tinkl.it –  e il suo obiettivo sarà quello di portare il pagamento in bitcoin negli esercizi commerciali italiani.

L’intento di Medri è quello di annullare completamente i rischi che possono correre i commercianti accettando il pagamento in moneta virtuale, ossia: le fluttuazioni di cambio e l’aspetto fiscale.

Il problema dovrebbe essere risolto in questo modo: “Il rischio di cambio è eliminato dal fatto che la transazione è simultanea (si conclude in 15 minuti), mentre dal punto di vista fiscale il problema non si pone – continua Medri – visto che provvederemo noi a convertire i bitcoin subito in euro, così da non farli transitare sul conto del commerciante che emetterà lo scontrino immediatamente dopo il pagamento”. Ma cosa ci guadagna il gestore del servizio, visto che per i commercianti il tutto è a costo zero? Il costo è scaricato sul consumatore,  che nella transazione di cambio perderà una percentuale variabile, che secondo Medri andrà “dall’1% a scendere (grazie ai vantaggi che deriveranno dall’economia di rete)”, la cifra equivale alla commissione che andrà al gestore del servizio. Per quanto riguarda la protezione del consumatore, questa sarà garantita dalle norme vigenti sul diritto di recesso e di rimborso (assicurate anche dal lavoro svolto dall’Autorità Antitrust) e dal fatto che la società di exchange si occuperà di effettuare “ una scrematura attenta degli esercizi commerciali coinvolti”, conclude Medri.

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