Simone Cosimi

Simone Cosimi

Dic 1, 2017

HostMaker, intervista all’inventore della piattaforma che ti gestisce casa su Airbnb

Nakul Sharma, 32 anni, annuncia a StartupItalia! l'espansione del servizio in altre 5 città del mondo e un finanziamento da 15 milioni di dollari

HostMaker è una piattaforma attiva in cinque città europee. Presto, però, ha spiegato il fondatore e Ceo Nakul Sharma in esclusiva a StartupItalia!, allargherà la propria offerta “ad altre cinque città, non solo in Europa”. Cosa fa HostMaker? Semplice: riempie il gap che si crea fra siti come Airbnb, Booking, Homeaway e altre simili con i clienti. S’inserisce cioè nella gestione dell’ospitalità, offrendo servizi “chiavi in mano” e sollevando i proprietari da qualsiasi incombenza. “Tratteniamo il 20% della tariffa richiesta sul sito ma forniamo un’esperienza a 360 gradi – spiega il 32enne Sharma, britannico di origini indiane, di passaggio a Roma, in un caffè di San Giovanni – accogliamo gli ospiti, facciamo le pulizie, scattiamo i servizi fotografici dell’appartamento”. E, soprattutto, monetizzano di più o meglio l’appartamento, che in generale è sempre di medio-alto livello, intorno alla fascia premium.

Cosa fa HostMaker

Come? Grazie alle valutazioni quotidiane del mercato per massimizzare i profitti o fornendo consulenze per l’arredamento. Il servizio, inoltre, ottimizza gli annunci e il loro inserimento in tutte le piattaforme turistiche. Chi si affida a HostMaker alla fine guadagna di più pur dovendo cedere un pezzo della propria tariffa. Sharma è appena rientrato da un viaggio in California, dove ha incontrato i vertici di Airbnb, e sta festeggiando un secondo round di finanziamento ben più corposo del primo da 5 milioni di dollari. Stavolta si tratta di 15 milioni, che fanno salire a 25 la raccolta complessiva a partire dal 2014, anno del lancio. E spostano lo sguardo un po’ a Oriente.

Nakul Sharma e Alice Petralito

Sansiri, 15 milioni di finanziamento

Il nuovo round di finanziamento è infatti guidato da Sansiri, una delle più grandi imprese immobiliari della Thailandia, e da Gaw Capital, investitore immobiliare globale basato a Hong Kong. Sostegno utile a diversificare il loro core business, quello a Hostmaker. A loro si aggiunge l’ulteriore finanziamento di Dn Capital, Ventech e Dsgcpn, tra i primi investitori a credere in un progetto che cresce a un ritmo del 400% l’anno. D’altronde, di concorrenti su scala globale non ce ne sono: “Non ne vediamo altri, se non dei player locali” aggiunge il Ceo, che abita a Londra ma che ha sviluppato l’idea di HostMaker durante una vacanza con la famiglia proprio nella Città eterna. E che fiuta di aver colto l’idea giusta, magari da cedere un giorno proprio ad Airbnb. D’altronde è vero: la fase dell’accoglienza, dello scambio delle chiavi, delle cose che non fanno è sempre quella più problematica, all’epoca dell’home sharing.

Il giro d’affari in Europa

Attiva a Londra, Parigi, Roma (guidata dalla 40enne Alice Petralito, bocconiana, fra le altre cose fondatrice della catena di pasticcerie Ciuri-Ciuri) e Barcellona, piazze dove ha effettuato più di 150mila servizi, ha appena aperto a Lisbona. I numeri sono promettenti: nella capitale britannica gestisce 975 case con una crescita del 50% e un giro d’affari da 12,6 milioni di euro. In quella francese 300 abitazioni, 190 a Barcellona e 233 a Roma, dove il giro d’affari sfiora i 2,5 milioni di euro con una crescita dell’80% e 15.000 ospiti già accolti negli appartamenti e nelle residenze che, come si spiegava, spaziano dal medio-alto livello al lusso. In totale le case gestite sono 1.600 con un boom del 300%. I margini di crescita sono insomma enormi, considerando il modo in cui gli equilibri turistici stanno cambiando pelle in questi anni.

Dai biglietti ai consigli, i servizi in arrivo

In futuro, oltre all’espansione in altre città, potrebbe salta fuori l’idea di fornire gli stessi servizi anche ad appartamenti e alloggi di minore pregio: “Ci siamo pensando ma prima dobbiamo consolidare il business e imparare a fare bene quello che facciamo” spiega Sharma. Che aggiunge, rispetto alle ricadute occupazionali: “Non volevo costruire l’ennesima piattaforma di gig economy. L’80% di chi lavora con noi è un dipendente. In fondo sono spesso case molto costose: il servizio dev’essere attentissimo”. Piuttosto, ciò che potrebbe essere dietro l’angolo è un allargamento dei servizi offerti, dall’acquisto dei biglietti per spettacoli ed eventi all’autonoleggio fino ai consigli su misura. Una sorta di concierge senza l’hotel. O, meglio, “come portare un hotel dentro casa” conclude Sharma, ma senza i vincoli di una struttura di quel tipo.