Simone Cosimi

Simone Cosimi

Ago 23, 2017

Brandless, il supermercato digitale senza marchi (dove costa tutto 3 dollari)

L’obiettivo è democratizzare l'accesso a prodotti di livello proponendo un prezzo corretto e sostenibile, dicono i fondatori. Al posto di loghi e marchi le principali caratteristiche dei prodotti. E presto arriveranno nuove linee, sempre a prezzo fisso e "no brand"

C’era una teoria, qualche tempo fa, che raccontava come i Millennial badassero meno ai brand. Molto meno dei genitori o degli zii. Alcune aziende erano perfino arrivate a rimuovere loghi troppo vistosi dai loro prodotti. Era successo con la catena d’abbigliamento Abercrombie & Fitch più o meno tre anni fa. Sul lato dei cosiddetti casalinghi e dei prodotti alimentari, invece, il marchio commerciale – cioè legato alla catena del distributore e non a un brand specifico – è una realtà consolidata che, almeno in Europa, offre qualità e prezzi contenuti.

La Procter & Gamble dei Millennial

Adesso una startup, che si definisce “la Procter & Gamble dei Millennial” (le auguriamo un futuro tanto pachidermico), ha iniziato a vendere una selezione di prodotti al prezzo fisso di 3 dollari a confezione. Il fatto è che su Brandless si trovano – come spiega efficacemente il nome – prodotti senza logo né marchio. Una sorta di supermercato digitale dove, dall’olio d’oliva al sapone alla granella di cioccolato e nocciole, campeggia lo slogan “chi l’ha detto che il meglio debba costare di più?”. Sulle etichette la parte predominante la occupa l’elenco delle caratteristiche di ciascun prodotto, spesso ottime: le capsule del caffè sono per esempio organiche (formula con cui negli Stati Uniti si indicano i cibi biologici), frutto di commercio equo e solidale, prodotte con materia prima della Colombia e di fragranza al 100% arabica. E così via.

I fondatori

Lanciata nel 2016 dall’imprenditore Ido Leffler e dalla partner di Sherpa Capital Tina Sharkey, la startup ha appena chiuso un round di Serie B da 35 milioni di dollari guidato da New Enterprise Associates, che ha fatto salire il totale a 50 milioni. Fra gli investitori Cowboy Ventures, Redpoint Venture e anche Google Ventures.

L’obiettivo è “democratizzare l’accesso a prodotti di livello proponendo un prezzo corretto e sostenibile” dice Sharkey. Specialmente quando si tratti di prodotti di qualità, organici e frutto di una filiera garantita. Su Brandless d’altronde non c’è altro da domandarsi se non cosa si desidera e in quale quantità. Cibo ma anche prodotti per le pulizie, per la cucina e per l’igiene e la cura personale.

L’obiettivo è democratizzare l’accesso a prodotti di livello proponendo un prezzo corretto e sostenibile

Più avanti arriveranno altre linee di prodotti a diversi prezzi fissi, scelti perché secondo i fondatori fanno sentire a proprio agio gli acquirenti. Ma sempre mantenendo questo approccio essenziale che in Italia in fondo conosciamo bene proprio grazie alla larga diffusione dei prodotti commerciali. Che negli Stati Uniti possono invece costare di meno grazie a una minore tassazione e che in generale vengono meno perché su di essi non ricadono gli investimenti di marketing e di altro genere. Quando si compra un marchio commerciale si va dritti alla riscoperta del valore di base di un prodotto. E non solo per questioni di prezzo, pure essenziali. Invertendo lo stimolo alla scelta.

Come funziona lo store

Curiosa anche l’impostazione dello store online, che propone un’unica scelta per ogni tipo di prodotto. D’altronde, dal momento che non c’è competizione fra marchi, le ragioni stesse di una vasta selezione decadono automaticamente. C’è anche la possibilità di sottoscrivere un abbonamento, battezzato B.More, per 36 dollari all’anno che concede spedizioni gratuite in certe fasce di prezzo (ma presto aggiungerà altre iniziative come la donazione di pasti a Feeding America in aggiunta a quelle automatiche effettuate per ogni acquisto su Brandless). Per tutte le altre c’è una tariffa (fissa pure quella) da 9 dollari a spedizione.

La filosofia alla base è reclamare “la libertà di consentire alle persone di definire se stesse e ciò che sono e non ciò che i brand o la società proiettano su di esse”. Mica male.