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Apr 4, 2018

Aidcoin, Eidoo, Friendz e Xriba, cosa fanno le startup italiane che hanno raccolto 70 milioni con blockchain e Ico

Quattro italiane con il vento in poppa fanno furore fuori dall'Italia. Siamo andati a vedere che cosa fanno mentre si discute ancora delle sicurezza delle Ico

Aidcoin, Eidoo, Friendz e Xriba. Segnatevi i loro nomi perché, nel caso in cui non le conosceste come startup, nei prossimi mesi si parlerà senz’altro molto di loro. Si tratta infatti di quattro realtà italiane che sono riuscite a mettere assieme, complessivamente, 70 milioni di dollari sulla Blockchain grazie alle ICO – Initial Coin Offering. Ne ha parlato Stefano Tresca in questo articolo.   Si tratta di un traguardo ragguardevole, soprattutto se commisurato alla portata del nostro mercato interno. E infatti le “fantastiche 4” i soldi li hanno recuperati altrove, al di fuori dei nostri confini. Siamo andati a vedere chi sono e che cosa fanno queste startup.

 

 

Le fantastiche 4, nel dettaglio

AidCoin, la cui ICO in fase di pre-sale ha raccolto oltre 8K di Ethereum, è un token standard (ERC20) che mira a trasformarsi nel principale strumento per le donazioni. Anche grazie alla piattaforma AidChain, che fornisce una varietà di servizi e permetterà ai donatori di convertire, al tasso di cambio attuale, qualsiasi tipo di criptovaluta (Bitcoin, Ethereum, Litecoin, ecc.) in AidCoin. Una sorta di Bitcoin dedicato al mondo della beneficenza, dunque. Dietro cui, infatti, c’è CharityStars, la piattaforma che permette di raccogliere online denaro per iniziative benefiche mettendo all’asta appuntamenti con personaggi famosi o beni di loro proprietà. “AidCoin è un caso da prendere come riferimento per tutto l’ecosistema italiano”, aveva affermato il CEO di Talent Garden, Davide Dattoli a StartupItalia! “Di sicuro il mondo delle blockchain andrà incontro a cambiamenti repentini, ma la tecnologia in sé offre incredibili opportunità”.

 

 

Eidoo è una startup italiana per molti spuria: è stata fondata da italianissimi (guidati dal veneto Thomas Bertani) ma all’estero, anche se a pochi chilometri dal confine: in Svizzera. In meno di due settimane è riuscita a raccogliere 21 milioni di dollari. Non con un aumento di capitale o sbarcando in borsa ma per mezzo di una Ico: la società ha messo in vendita dei gettoni digitali (i token) che, in futuro, daranno accesso ai servizi dell’app. In cambio ha ricevuto Ethereum (la criptovaluta oggigiorno più diffusa dopo i Bitcoin). Chi segue le notizie finanziarie si ricorderà di Eidoo soprattutto per una querelle con Jamie Dimon, il ceo di Goldman Sachs, che la startup ha saputo sfruttare per pubblicizzarsi: il numero 1 della più grande banca di investimenti del mondo aveva infatti dichiarato alla stampa il suo pensiero sui bitcoin, definendoli senza mezzi termini “una frode” e minacciando licenziamenti nel caso in cui avesse sorpreso i suoi dipendenti a farne uso.  Qualche giorno dopo, Eidoo ha acquistato una intera pagina del Wall Street Journal su cui ha scritto: “Forse Jamie potrebbe licenziarti – diceva il messaggio – ma tu sarai libero di fare affari nel crypto-mondo”, reclamizzando la sua Ico e la sua app che le Ico consente di gestirle via smartphone.

 

 

Friendz, nata nel 2015, è sbarcata nel mondo delle criptomonete qualche settimana fa, lanciando il Friendz Coin. Com’è noto,  con la sua app consente a chiunque di fare da testimonial a un brand condividendo contenuti sui social network.  Insomma, permette di retribuire gli iscritti per ogni foto o selfie da loro pubblicato, relativo alle campagne lanciate ogni settimana. Una volta approvata, la foto è ricompensata con dei crediti spendibili su Amazon o altri siti di shopping online, o sullo store dell’app. “Il business che abbiamo creato – ha detto uno dei suoi fondatori, Alessandro Cadoni qualche settimana fa a StartupItalia! – si basa sulla transazione di ‘monetine’ virtuali, che gli utenti della nostra app scambiano in modo abbastanza decentralizzato: è la community che decide, in base ad alcune regole, quali persone partecipano alla campagna di un brand e come distribuire le ricompense”.

 

 

Xriba è la sola realtà delle fantastiche 4 di cui parliamo oggi in questo articolo a essere ancora in divenire. La startup di Gianluca Massini Rosati infatti aprirà ufficialmente i battenti a partire da maggio, tuttavia ha già raccolto 15 milioni di dollari con una piattaforma per la gestione della tesoreria e la trasparenza degli investimenti.

 

 

 

Leggi anche: Mark Postmaster a StartupItalia!: “Vi spiego perché la rivoluzione della blockchain è paragonabile a quella di Internet”

 

 

La questione della sicurezza

Abbiamo affrontato più volte il tema della sicurezza delle Ico. I casi di successo, la stessa Ethereum è nata con un ICO, non mettono da parte quelli che sono i rischi di questo genere di investimenti. Innanzitutto, la mancanza di forme di tutela dell’investitore. Se qualcuno “prende i soldi e scappa” non c’è alcun modo di proteggersi. La US Securities and Exchange Commission, non ha ancora legiferato sulle ICO. C’è da dire che finora non si sono registrati casi giudiziari, ma c’è da dire che il fenomeno è ancora molto giovane, come aveva dichiarato a StartupItalia! Giacomo Zucco, amministratore delegato di BLOCKCHAINLAB: «Anche se si decidesse di introdurre una regolamentazione, probabilmente questa non può essere efficace. I promotori di un progetto posso facilmente spostarsi da Paesi dove ci sono leggi ad hoc verso altri dove vige ancora libertà d’azione.  E allo stesso tempo, continuare a raccogliere fondi anche da investitori che vivono nelle nazioni dove le ICO sono state regolamentate. Le ICO non hanno la logica della raccolta fondi tradizionali dove cambiare la sede legale può limitare la capacità di attrarre capitali».

 

I rischi delle truffe sono dietro l’angolo secondo Zucco che evidenzia la necessità della tecnologia di maturare per limitare quelli che potrebbero essere seri pericoli oggi e in futuro. L’esperto vede soprattutto tre pericoli potenziali per chi vuole investire: «Il primo rischio riguarda la strutturazione economica dell’offerta. Non è ben chiaro ancora cosa gli investitori ottengono in cambio di queste “coin”, questi token digitali che ottengono. A cosa danno diritto? A dividendi del progetto? Altro? Oggi chi compra i “coin” lo fa perlopiù per rivenderli sul mercato secondario a un prezzo maggiore.

 

Gli investitori non sanno bene cosa stanno comprando e questo li espone facilmente a delle truffe. Il secondo rischio è tecnologico: le modalità usate al momento per quasi tutte le ICO sono ancora inaffidabili, insicure, non scalabili, tecnicamente fragili o immature. Il terzo è di natura legale: molte società stanno lanciando ICO per aggirare, di fatto, tutte le normative sugli strumenti finanziari.  Questo concede loro molta libertà, ma se lo fanno mettendoci faccia, nome, cognome e ragione sociale, prima o poi i regolatori si sveglieranno e andranno a chiedere il “conto”, temo».

 

Mentre il mondo si interroga, le startup fanno milioni. E tra queste, finalmente, anche le prime italiane.

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