Fabiano Sarti

Ott 25, 2017

Charity fundraising alla sfida digitale. Quali mosse per diventare davvero digital?

Chi si converte al digitale ottiene un vantaggio significativo nella raccolta e nella sensibilizzazione del pubblico. Non c'è più tempo per rimandare il cambiamento.

Il mondo charity ha iniziato a sfruttare in modo deciso le connessioni social: più che “beneficenza”, ormai anche trovare un’iniziativa meritoria da sostenere è un’attività che si fa sfruttando il proprio grafo degli amici su Facebook o su altri network simili. Tanto che oggi, finalmente, anche nel nostro Paese si parla di fundraising e si applicano le tecniche professionali messe a punto nel mondo anglosassone per migliorare la raccolta. In Italia, come per la maggior parte delle novità, il processo non è stato velocissimo anche se il padre del moderno fundraising, Henry Rosso, porta un cognome dalle chiare origini nostrane: in particolare sono le non profit che ancora segnano il passo, e che avrebbero bisogno di accelerare rapidamente.

In questo contesto di crescita in materia di competenze per il fundraising, lo scarto è ancora più grande se pensiamo al mondo e alla rivoluzione digital che inevitabilmente ha cambiato anche il meccanismo delle donazioni. Da una recente indagine condotta da Duepuntozero Doxa, in collaborazione con PayPal e Rete del Dono, si evince che nel 2016 l’83% degli internauti si è dichiarato donatore, avendo effettuato una donazione media di 90 euro l’anno. Il contante la fa ancora da padrone, seguito da SMS  e, al terzo posto, compaiono gli strumenti digital: dal bonifico online all’utilizzo di carte di credito e PayPal. Tra chi ha effettuato una donazione online, il 31% ha utilizzato un dispositivo mobile: segno che, dai tempi del caro buon vecchio bollettino postale, le cose stanno cambiando e anche in fretta.

Le non-profit sono pronte?

Resta da comprendere quanto siano pronte a questo cambiamento digitale le non profit. La fotografia fatta al Fundrasing Day di Forlì – dedicato proprio al digital fundraising – è di difficile interpretazione. Quello che è certo è che chi è riuscito ad introdurre strumenti e cultura digitale è stato in grado di imporsi maggiormente nel mercato delle donazioni. Gli esempi sono diversi, ma qui basti citare la crescita esponenziale delle donazioni ottenute da Charity Water, o il grande impatto scaturito dalla collaborazione fra UNHCR e Google in tema di visual-storytelling a proposito del conflitto siriano: grazie a Big G, UNHCR ha raccontato la devastazione della guerra mostrando le foto satellitari delle città prima e dopo il conflitto, legandole poi alle storie della popolazione colpita.

Comparando il modello italiano a quello anglosassone emerge chiaramente che la trasformazione digitale di ONG o di una ONP deve porre l’accento sul come essa viene condotta, piuttosto che sul cosa si mette in campo per attuarla. Di sicuro l’approccio digital non trasforma il charity fundraising, ma è chiaro che la politica degli investimenti dovrà cambiare, spostando almeno il 40% del budget proprio in questa direzione.

I passi per accogliere il digitale

Ma come sono fatte le organizzazioni che si fondano sul digitale?

  • mettono l’utente al centro;
  • adottano un modello collaborativo al loro interno, lavorano per team;
  • sono composte di web oltre che essere semplicemente sul web;
  • sono trasparenti ed innovative;
  • basano la loro attività sull’analisi dei dati;
  • sono inclusive, agili e flessibili;
  • promuovono una leadership forte, lavorano per team dedicati a tutti i livelli aziendali;
  • incoraggiano il dialogo, sia dentro che fuori;
  • selezionano strumenti precisi e dedicati, adottando un approccio “platform thinking”.

Come per molti altri settori, emergerà sicuramente una via italiana alla digitalizzazione del non profit e del fundraising. Quello che è certo è che è giunto il momento di porsi una domanda fondamentale: vogliamo assomigliare a Blockbuster, o diventare come Netflix?