Giancarlo Donadio

Giancarlo Donadio

Giu 5, 2017, 9:25am

Equity crowdfunding, limiti e opportunità | Il punto con Gianmarco Carnovale (Scuter)

Dalla campagna di Scuter su MamaCrowd a come si è evoluto il modello di equity crowdfunding negli ultimi anni. Ne parliamo con lo startupper e advisor romano

«È un gravissimo errore estendere l’equity crowdfunding alle PMI» dice subito Gianmarco Carnovale, startupper seriale e advisor. Ha recentemente raccolto 240mila euro su MamaCrowd, piattaforma di equity con la sua ultima scommessa, Scuter, ciclomotore elettrico su tre ruote che si inserisce nel mercato della sharing mobility. Ha le idee chiare sui limiti dell’ecosistema delle startup italiano (le spiega QUI). E con la stessa lucidità di analisi mette in mostra i difetti dello strumento dell’equity crowdfunding.  In un suo post su Facebook ha offerto diversi spunti dai quali è partita una riflessione sui limiti e le opportunità del modello di finanziamento. Proviamo a fare con lui un punto sulla situazione oggi e a tracciare qualche scenario per il futuro.

 

L’evoluzione del modello negli anni

Insieme a Carnovale riflettiamo su come si è evoluto il modello di equity crowdfunding in questi anni, soprattutto riguardo ad alcune scelte che sono poi risultate decisive per espanderlo: «Alcune cose si sono mosse nella direzione giusta, questo è sotto l’occhio di tutti. Prima c’era il vincolo forte per gli investitori di aprire un conto dedicato e se superavi i 500 euro di recarti in una banca e compilare tutta una serie di noiosi documenti. Oggi tutto questo lo si può fare online. Ha dato una grossa spinta anche l’introduzione del credito fiscale del 30% che ha contribuito a togliere diverse barriere all’ingresso. Ma ce ne sono altre su cui bisogna lavorare» spiega.

Abbassare le barriere all’ingresso

Carnovale spiega che nella campagna di Scuter su MamaCrowd  la piattaforma ha suggerito di aumentare la soglia per investire a mille euro e come questo si sia dimostrato a lungo andare un errore. «Fai più soldi quando abbassi la soglia. D’altronde il senso reale dell’equity è permettere a chi ha 200 o 500 euro di investire.

Se alzi l’investimento minimo tagli automaticamente fuori tutta una serie di persone che avrebbero messo soldi nel tuo progetto. Solo in questo modo riesci a coinvolgere gli investitori “non di elite”

che sono quelli che dovrebbero avere sempre più spazio su questo genere di piattaforme».

Non sono gli unici vincoli che Caarnovale pensa sia necessario abbattere per espandere il modello e renderlo più funzionante. «Le barriere da rimuovere sono ancora tante per metterci a livello di altri Paesi europei. Bisognerebbe, per esempio, permettere di effettuare l’investimento anche con carta di credito, oltre al consueto bonifico, e allargare alla platea straniera: oggi solo chi ha un codice fiscale italiano può mettere soldi sui progetti».

Aprire alle PMI «un errore grossolano»

Gianmarco spiega come sia sbagliato allargare lo strumento dell’equity crowdfunding alle PMI. «Si finisce solo per creare confusione. Le PMI hanno già le loro forme di finanziamento (banche, AIM, minibond).  Le startup hanno già tante difficoltà a farsi finanziare e inserire le PMI nell’equity crowdfunding è come andare tutti a pescare in una pozzanghera. Ma quello che è più rischioso è il messaggio che trasmetti all’investitore. Chi investe in startup sa infatti che sta facendo un’operazione ad alto rischio, ma che se gli va bene moltiplicherà i il capitale che ha utilizzato. Mentre un PMI non farà mai questo percorso di crescita, quindi chi investe potrebbe rimanere deluso dallo strumento».

Due scenari: listino unico e secondary market

Due gli scenari possibili di evoluzione del modello di equity crowdfunding. Il primo punta alla creazione di un listino unico nel quale possano convergere tutte le startup che cercano finanziamenti sulle diverse piattaforme che offre il mercato: «Bisogna immaginarlo un po’ come la Borsa dove trovi tutti i titoli e poi spetta a te decidere con quale banca investire. Allo stesso modo servirebbe utile creare un listino unico dal quale far accedere dai diversi. Ogni investitore potrà poi scegliere con quale piattaforma di equity crowdfunding investire, sulla base di considerazioni personali, come la qualità dei servizi offerti». L’altra ipotesi che permetterebbe al modello di fare uno step successivo è la creazione di un secondary market: «Sarebbe uno sprone agli investitori quello di creare un mercato dove poter vendere titoli delle startup che sono cresciute nel tempo. Per esempio, potrei rivendere a 10mila euro, un titolo comprato per mille. L’ideale sarebbe farlo aderendo a una piattaforma internazionale».