Spotify si compra una startup per cambiare l’industria musicale con la blockchain

La società di Daniel Ek: «Il team Mediachain ci aiuterà nel percorso verso un’industria musicale più equilibrata, trasparente e gratificante per i creatori e i detentori dei diritti»

La notizia: Spotify ha acquisito un team specializzato in blockchain, Mediachain Labs di New York. La startup con sede a Brooklyn sta lavorando a un protocollo peer-to-peer per creare un network decentralizzato per la condivisione dei dati che sono necessari ai musicisti per essere pagati. Così scrive Spotify nel dare l’annuncio: «Il team Mediachain ci aiuterà nel percorso verso un’industria musicale più equilibrata, trasparente e gratificante per i creatori e i detentori dei diritti». Si, ma che vuol dire? Blockchain è un insieme di tecnologie che permette transazioni sicure tra utenti in un network peer-to-peer. L’idea base è quella degli smart-contract, i cui dettagli sono verificati dal codice condiviso tra le due parti in ballo senza bisogno di un ente terzo. Blockchain è alla base del Bitcoin e delle criptovalute, che scavalcano il bisogno che le banche centrali emettano moneta. Ma le sue applicazioni possono andare oltre la finanza.

Spotify

Spotify – il founder e ceo Daniel Ek credits coast2coastsounds.com

Oltre la finanza

Nel caso dell’industria musicale, la terza parte scavalcata potrebbero essere proprio le etichette discografiche: «Non sarebbe eccessivo pensare a questo come un attacco al modello di business delle etichette discografiche. La società di streaming ha aperto la porta verso un modello nel quale i diritti non sono gestiti dalle etichette», scrive Thomas Euler su Attention Econome.

La tecnologia resta open source

Sul blog di Mediachain Labs si legge qualcosa di simile, in tono più prudente: «Il nostro scopo è esplorare come la prossima generazione di blockchain e protocolli peer-to-peer aperti possa permettere ai creatori di musica di raggiungere meglio il pubblico e pagarsi da vivere». Certamente, altri due aspetti da tenere in considerazione sono che Spotify ha acquisito il team di Mediachain Labs e non la tecnologia (che resta open source) e non è chiaro cosa ne farà. Inoltre, il lavoro delle etichette discografiche con gli artisti va oltre la gestione e la raccolta del diritto d’autore (registrazione degli album e promozione, per sottolineare due aspetti).

Mettere ordine nei dati delle canzoni sulla piattaforma

C’è infatti una seconda ipotesi su perché Spotify possa aver acquisito Mediachain Labs, ed è molto più conservatrice. Spotify ha un banale ma grave problema di attribuzione di molte canzoni sul suo sistema. Sembra incredibile, ma

la piattaforma di streaming ha avuto guai legali a causa della dubbia paternità commerciali di centinaia di migliaia di brani: non sapevano di chi fossero e per questo non hanno mai pagato i diritti.

A marzo 2016, la National Music Publishers’ Association e Spotify hanno raggiunto un accordo per creare un fondo di 30 milioni di dollari per pagarli. Potrebbe essere anche questo il motivo per cui Spotify ha acquisito il team newyorkese: mettere ordine nei dati delle canzoni sulla piattaforma, per evitare questi problemi in futuro.

L’esperimento di Imogen Heap

Ma c’è già chi ha fatto esperimenti per applicare blockchain alla distribuzione musicale. La cantautrice britannica Imogen Heap (cinque nomination ai Grammy Awards, due vittorie) già nel 2015 ha distribuito una canzone, Tiny Human, usando la piattaforma Ethereum, basata su blockchain, attraverso la quale i fan potevano scaricare, ascoltare in streaming, remixare o sintetizzare il brano. Ogni pagamento veniva automaticamente e istantaneamente mandato all’artista. «Blockchain è un catalizzatore di cambiamento per questa industria, allo stesso modo in cui lo è stato l’MP3», aveva detto per spiegare la sua mossa. «Distribuire la musica non è un problema. La disruption che serve ora è nel feedback, nei dati che noi, come artisti, riceviamo». L’esperimento di Imogen Heap non è del tutto riuscito e la stessa cantautrice ne ha denunciato i difetti, compreso l’anonimato delle transazioni, utile per le criptovalute ma non per il suo bisogno di interagire con i fan e ottenerne dati che lei considera vitali per il suo lavoro. Ma l’attenzione rimane.

Anche i Pink Floyd

Ne ha scritto anche il batterista dei Pink Floyd, Nick Mason, nella sua prefazione a una ricerca sul tema della Middlesex University di Londra: «Tante opportunità sono state aperte per gli artisti dall’economia digitale, ma

le strutture del vecchio mondo dell’industria musicale non sono adatte a questa era digitale

hanno infatti causato una mancanza di dati e di giusta remunerazione per la maggior parte degli artisti. L’applicazione della blockchain in relazione alla musica è interessante perché sembra offrire soluzioni a problemi che noi artisti abbiamo denunciato per decenni, sulla trasparenza, la condivisione del valore e la relazione con intermediari che si mettono tra l‘artista e il fan, che è la relazione più importante nella musica. Se la tecnologia blockchain può aiutare le relazioni commerciali e contrattuali della musica a tenere il passo con la tecnologia, allora potremmo davvero avere di fronte qualcosa di rivoluzionario». Nel 2013, Thom Yorke dei Radiohead diede di Spotify una definizione che sarebbe rimasta negli anni: «L’ultimo peto di un corpo morente». Nei prossimi anni, potrebbe dover cambiare idea.