La rivoluzione insurtech passa da micro-polizze, blockchain e IoT

Polizze su misura, polizze P2P: si risparmia, o si può scegliere di devolvere la parte eccedente in beneficenza. La nuova vita delle assicurazioni passa attraverso la tecnologia. E in Cina si prepara una vera rivoluzione

La trasformazione digitale ha portato molte industrie a riconfigurarsi e a diventare più fluide e flessibili, per soddisfare quasi in tempo reale le esigenze dei clienti. Potevano le assicurazioni fare eccezione? Domanda retorica. I casi di grandi compagnie assicurative che si alleano con startup innovative sono sempre più numerosi.

Il caso Trōv

Come sta accadendo anche ambito bancario, le startup semplificano i processi, migliorano e rendono più efficace l’interazione con in clienti oppure occupano nicchie ancora poco coperte. Prendiamo il caso di Trōv, una startup californiana attiva in UK e Australia che ad aprile ha annunciato di aver raccolto 45 milioni di dollari di finanziamento grazie al colosso MunichRe e da altri investitori.

Trōv assicura soprattutto oggetti di elettronica come cellulari, tablet, portatili, smartwatch e apparecchiature fotografiche. In cambio di un esiguo premio giornaliero i possessori possono proteggersi da furti, danneggiamento o smarrimenti, attivando o disattivando a piacimento la polizza tramite un tocco dello smartphone. L’aspetto finanziario della copertura assicurativa viene gestito da società consolidate come Axa (in UK) e SunCorp Group (per l’Australia), con cui la startup ha stretto delle partnership.

Lemonade, l’alternativa

L’approccio innovativo di Trōv è niente in confronto a quanto propone Lemonade, startup newyorkese che punta a ridisegnare l’intero modello di business in campo assicurativo. Trasformare, per usare le parole dei fondatori, “un male necessario in un beneficio sociale”. Come B-Corporation, un nuovo tipo di ragione sociale diffusa soprattutto nell’ambito dell’imprenditoria a sfondo sociale, cerca di unire il profitto all’etica.

“Sapere che ogni dollari che ti viene negato per un risarcimento è un dollaro in più per il tuo assicuratore, porta a galla il peggio che è in tutti noi” spiega Dan Ariely di Lemonade. Ariely ha un titolo che è tutto un programma: chief behavioral officer, a indicare che la startup non vuole solo abbassare i prezzi o velocizzare i rimborsi, ma punta proprio a rivoluzionare il rapporto fra assicuratore e assicurato e i reciproci comportamenti. “Abbiamo architettato Lemonade per evitare conflitti di interesse. Prendiamo una commissione fissa del 20 per cento, e versiamo i soldi non riscattati a delle cause benefiche scelte dai nostri sottoscrittori” continua Ariely. Dopo il primo anno di attività la società ha donato 53.000 dollari in beneficenza.

Le polizze di Lemonade sono pensate soprattutto per i proprietari di immobili o gli inquilini che vogliono assicurare i loro beni: per il momento sono disponibili solo in alcuni Stati americani (New York, New Jersey, California e Illinois).

Il resto del (nuovo) mercato

Sempre con un focus sul mercato nord americano sono altre imprese innovative, come Cover (simile a Trōv), Sure (che assicura bagagli, smartphone e oggetti casalinghi ma anche eventi come viaggi e matrimoni), Bunker (assicurazione per freelance), Next Insurance (polizze per lavoratori di tutti i tipi, dal personal trainer all’istruttore di yoga all’elettricista).

Anche in Europa non mancano gli esperimenti degni di nota. La berlinese Friendsurance, ad esempio, applica la logica del peer-to-peer alla copertura assicurativa. I sottoscrittori dello stesso tipo di polizza possono unire le forze e versare parte dei premi da loro pagati in una “cassa comune” da cui verranno attinti i soldi per risarcire i sinistri più lievi.

Nel caso in cui nessuno dei partecipanti chieda un risarcimento, alla fine dell’anno parte della somma (fino al 40 per cento) viene loro restituita. Se i soldi sono in parte stati spesi il risarcimento è minore, e nel caso di sinistri più gravi ognuno risponde per sé.

La Cina è vicina

Ma è dall’Asia, e in particolare dalla Cina che potrebbero arrivare le novità più interessanti del settore.

È cinese Zhong An, una compagnia di assicurazioni con alle spalle investitori del calibro di Alibaba e Tencent e che punta a una valutazione, in vista dell’imminente quotazione alla borsa di Hong Kong, di un miliardo e mezzo di dollari. Zhong An fa tutto online, contando su intelligenza artificiale, riconoscimento facciale e chatbot, e vende oltre 200 tipi di polizze. Presto, stando ai documenti presentati per l’IPO, potrebbe integrare nel flusso di lavoro anche la blockchain, il registro distribuito delle transazioni alla base di molte tecnologie innovative, come il bitcoin.

In questo l’azienda cinese anticipa l’evoluzione del settore: per il 68 per cento degli interpellati nel recente studio Insurance’s new normal Driving innovation with InsurTech di PricewaterhouseCoopers la blockchain entrerà a far parte dei processi produttivi del mondo assicurativo già entro il 2018. Servirà a rendere più trasparenti i processi e soprattutto a cercare di ricostruire il vincolo fiduciario fra assicuratore e assicurato, che oggi è minato da frodi, premi non pagati, risarcimenti non corrisposti.

Oltre che sulla blockchain, le compagnie assicurative puntano molto sull’IoT. Gli oggetti connessi producono dati che possono servire per prevenire comportamenti scorretti, ridurre rischi ed imprevisti. Nel caso degli incidenti stradali, ad esempio, braccialetti intelligenti al polso del guidatore possono servire a misurare il battito cardiaco e altri parametri fisiologici, alla ricerca di eventuali anomalie. Oppure, grazie all’Internet delle Cose, è possibile pensare a polizze su misura per la smart-home.

Chiaramente la convenienza ha un prezzo e anche in questo caso, come in molti altri, è quello di una minore privacy. Per effettuare stime accurate ed evitare frodi, le società insurtech devono conoscere più dati possibili sugli utenti, ricostruire i loro comportamenti passati e predire quelli futuri. Come del resto facevano le compagnie assicurative tradizionali, ma con molti più strumenti di tracciamento e misurazione. Nulla, o perlomeno non troppo di cui preoccuparsi, forse, in regimi tendenzialmente democratici come quelli occidentali. Discorso diverso in paesi (come la Cina) dove le regole sono diverse e l’intreccio fra società private ed enti governativi è più diffuso e difficile da sciogliere.

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