Tutte le mosse dell’Uber cinese che vuole conquistare il mondo. Didi Chuxing

Didi Chuxing non si è accontentata di aver battuto e fatto fuori Uber in Cina, ma sta puntando a diventare globale, e il primo passo è diventarlo dentro il suo Paese

Da qualche giorno, l’«Uber cinese» Didi Chuxing parla anche inglese. Almeno in tre città, Pechino, Shanghai e Guangzhou, gli stranieri che non parlano cinese potranno accedere a una versione dell’app in lingua inglese. E non solo: non vale più la regola «solo carte di credito cinesi», ora Didi accetta carte da nove paesi, inclusi Stati Uniti, Regno Unito e Brasile. Terza e ultima mossa: l’app offrirà anche un sistema di traduzione in tempo reale, per scambiarsi messaggi con gli autisti. Strumento indispensabile in un paese dove la barriera linguistica (soprattutto a Pechino) è ancora quasi insormontabile. Insomma, Didi Chuxing non si è accontentata di aver battuto e fatto fuori Uber in Cina, ma sta puntando a diventare globale, e il primo passo è diventarlo dentro la Cina.

Chi è il presidente Liu Qing

«Stiamo sicuramente diventando globali», aveva detto il presidente Liu Qing a già a ottobre del 2016, in una conversazione con Vanity Fair al New Establishment Summit. Qing ha 41 anni, insieme all’altro co-fondatore Cheng Wei (classe 1983) fa ormai parte a pieno titolo dell’aristocrazia tech cinese. In realtà Liu Qing, che si fa anche chiamare col nome occidentale Jean, di quell’aristocrazia ha sempre fatto parte. Suo padre, Liu Chuanzhi, è stato uno dei pionieri dell’informatica cinese ed è il fondatore di Lenovo. Sua figlia ha lavorato a Goldman Sachs per più di un decennio, prima di diventare la chief operating officer di Didi Dache, la prima incarnazione dell’app. Liu Qing viene da Pechino, il suo compagno di avventura da molto più lontano. Il ceo Cheng Wei (o Will) è nato nello nello Jiangxi, la regione «a ovest del fiume Azzurro»), da giovane ha fatto anche l’assistente al presidente di un’azienda di «massaggi ai piedi», prima di formarsi dentro Alibaba e poi di fondare Didi Dache, che nel 2015 si sarebbe fusa col suo principale concorrente locale, Kua Di Dache, dando vita a Didi Chuxing.

La minaccia cinese a Uber

Due anni dopo la fusione, Liu e Cheng sono impegnati in questo Risiko globale e stanno apertamente minacciando il predominio di Uber, con la quale formalmente sarebbero anche alleati. Dopo la guerra commerciale, Didi Chuxing ha comprato le operazioni di Uber in Cina, mentre Uber possiede il 17,5 % di Didi, che a sua volta aveva investito 1 miliardo di dollari nel principale rivale di Uber in America, Lyft. E si vi sembra complicato, Cheng Wei ha anche un posto (senza diritto di voto) nel board di Uber. Lontano da questi intrecci, Didi si è mossa in modo molto aggressivo per minare la campagna di conquista del mondo da parte di Uber. Ha investito 100 milioni di dollari nell’app di ridesharing brasiliana 99, si è alleata col principale di rivale di Uber nel sud-est asiatico, Grab, e con Ola, che opera in India, dove invece Uber è fortissima. Insomma, guerra aperta.

Il round da 5,5 miliardi di dollari

Per muovere tutti questi carri armati sul Risiko globale del ride-sharing, servono molti soldi. E Liu Qing e Cheng Wei si stanno dimostrando molto abili a trovarli. L’ultimo round di finanziamento di Didi, dominato dalla compagnia di telecom giapponese SoftBank, è stato concluso a 5,5 miliardi di dollari, Nei round precedenti, avevano investito in Didi anche Apple e Alibaba. Tutti questi flussi hanno portato Didi a essere valutata 50 miliardi di dollari, superando anche i creatori di smartphone Xiaomi, altra startup cinese con enormi ambizioni globali dal successo parziale, per ora). Ora al mondo c’è solo un’altra startup con una valutazione più alta di Didi Chuxing: Uber.

Sono intelligenza artificiale e auto a conduzione autonoma sono le prossime sfide per tutti i giganti del ride-sharing. Per rimanere sul pezzo, Didi ha aperto un laboratorio in Silicon Valley, con un indirizzo molto strategico. Didi Labs ha sede a Mountain View, nel cortile di Google praticamente. La struttura in California ha anche lo scopo di attirare ingegneri e programmatori dai concorrenti. La caccia sta già andando bene. Charlie Miller era l’esperto di sicurezza di Uber (è anche famoso per aver hackerato una Jeep a distanza come atto dimostrativo). Ora Miller è passato a lavorare per i cinesi di Didi. I freni a questa espansione, paradossalmente, potrebbero per Didi però arrivare da casa. Pechino e Shanghai hanno messo regole più severe per diventare driver Didi: gli autisti devono essere residenti nelle città dove operano, e questo taglia fuori la forza lavoro che arriva dalle campagne pronta a usare un’auto e l’app per costruirsi una vita migliore nelle metropoli.

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