Così Yahoo! rischia di sparire

Da pionieri della digital economy al si salvi chi può, cronaca della crisi di Yahoo. Sul tavolo del cda la testa della Ceo Marissa Mayer e la cessione di Mail, news e delle quote in Alibaba

E’ andato online 21 anni fa, nel 1994, e inizialmente era solo un algoritmo sviluppato da 2 studenti universitari di Stanford. Tra bravura e fortuna Yahoo ha scalato molto velocemente: primo motore di ricerca del mondo e papà dell’ecosistema web con i suoi servizi di posta elettronica, chat e news per quasi un decennio. Adesso il colosso di Internet sta vivendo una stagione difficilssima. Di più: potrebbe addirittura scomparire.

yahoo_copertina

Il crollo di Yahoo

In un anno il titolo Yahoo ha segnato un -35% al Nasdaq e negli headquarters della società californiana crescono giorno dopo giorno timore e incertezza. Non ci sono progressi sul piano di turnaround varato dalla Ceo Marissa Mayer, e in queste settimane uno dopo l’altro molti manager di primo piano stanno liberando le proprie scrivanie. Un esodo. Quelli che sono rimasti premono affinché il Cda prenda in mano il destino dell’azienda e le varie alternative a disposizione. «Negli ultimi mesi – hanno raccontato a Forbes alcuni dipendenti che hanno scelto di restare anonimi – la Mayer ha perso il suo responsabile marketing, l’account manager, il responsabile dello sviluppo e alcuni senior vice president. Ha inizialmente portato in Yahoo speranza, fiducia e una profonda conoscenza delle tecnologie. Ma c’è una diffusa convinzione che non sia più all’altezza del suo compito».
E’ quella che il Wall Street Journal ha definito «una sfida morale», e in un articolo racconta di un retroscena: ad agosto la Ceo avrebbe riunito i top manager in una saletta riunioni, chiedendo loro di sottoscrivere un accordo in cui si impegnavano a restare nel gruppo per i prossimi tre anni. La stessa Ceo di Yahoo due mesi fa aveva comunicato l’intenzione di adottare una nuova strategia per “resettare” il focus dell’azienda, dando mandato alla McKinsey & Co, una delle più grandi multinazionali di consulenza manageriale al mondo, di valutare tutte le alternative a disposizione.

Cessione delle quote di Alibaba e degli asset web

All’orizzonte ci sarebbe l’idea di cedere al più presto gli oltre 30 miliardi di dollari di azioni del colosso di ecommerce cinese Alibaba, del quale Yahoo detiene attualmente il 15% del capitale, per un valore di 32 miliardi di dollari, e a ruota anche gli 8 miliardi e mezzo del 35% di Yahoo Japan. Ma sulle azioni di Alibaba, che a differenza dell’ex guru dei motori di ricerca gode di ottima salute, la questione è meno semplice di quanto appaia: il fisco americano è contrario a uno scorporo esentasse, quindi ogni eventuale futuro acquirente dovrà tenerne conto.
Non solo. Al vaglio del consiglio di amministrazione, che in queste ore fino a venerdì sarà impegnato in una serie di riunioni, c’è anche lo scorporo se non addirittura la cessione di alcuni asset del portale, a partire da Yahoo Mail e dalle news, che attualmente negli Usa sono i terzi siti internet per numero di utenti giornalieri, con 210 milioni di visitatori a ottobre, dietro solo Google e Facebook.

Al di là delle indiscrezioni, non è dato sapere quale sarà l’esito della lunga maratona di discussioni del Cda dell’azienda. E la montagna potrebbe anche partorire un topolino, come la mancata fusione con Microsoft di alcuni anni fa, sulla quale tanto si era detto e scritto e che alla fine, appunto, non è mai arrivata. Come non c’è stata fusione con Aol, poi acquisita da Verizon Communications per 4,4 miliardi di dollari.

Quanto vale oggi Yahoo? Pochissimo

Alla fine del terzo trimestre del 2015 cassa e liquidità di breve termine ammontano a poco meno di 6 miliardi. Tradotto, per gli investitori il core business web di Yahoo! vale meno di zero. O quasi. In un report di ottobre Youssef Squali, analista di Cantor Fitzgerald, stima il valore degli asset del colosso californiano, senza considerare la cassa, in 3,9 miliardi di dollari, compresi gli investimenti di breve termine.

La Ceo di Yahoo! Marissa Mayer

La Ceo di Yahoo! Marissa Mayer

Marissa Mayer, ascesa e declino dell’ex regina della digital economy

E’ stata la prima donna assunta da Google, dove è entrata nel 1999 e ne ha scalato i vertici sino a divenirne vicepresidente. A lei si deve il successo di prodotti quali Gmail, Google News, Maps e Street View. Quando tre anni fa è stato annunciato il suo passaggio alla guida di Yahoo per 1 milione di dollari all’anno (il triplo di quanto percepiva a Google) aveva 37 anni.
Nella sua corsa alla conquista di un posto al sole nell’impero della digital economy, Marissa Mayer ha raccolto in questi anni diverse critiche, come quelle per la scelta di tornare al lavoro dopo due settimane dal parto e la decisione di bloccare il telelavoro. Ma le qualità di manager non erano mai state messe in discussione. Oggi non è più così, e sono in tanti oramai, tra investitori e dirigenti, a chiedere la sua testa.
Comunque vada, la Ceo del colosso di Sunnyvale ha già maturato in questi 3 anni oltre 12 milioni di dollari di premio azionario, tra azioni vincolate e stock option. Se la caverà, almeno lei.

Aldo V. Pecora
@aldopecora

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ti potrebbe interessare anche

Alibaba schizza oltre i 200 miliardi a Wall Street

Il colosso cinese dell’e-commerce Alibaba ha fissato il prezzo delle azioni per la sua quotazione in Borsa. Vale meno di Google e Facebook, ma più di Amazon.

I guadagni dei colossi della tecnologia in tempo reale: Twitter è in rosso

Guadagna più Apple o Microsoft? Facebook è in attivo? Quanto valgono i cinguettii su Twitter? Yahoo! è ancora all’altezza di Google?

Dal sushi alla Coca-cola, un progetto ci mostra quanto zucchero c’è negli alimenti

SinAzucar è il progetto spagnolo che fotografa gli alimenti che si trovano comunemente nelle nostre case per mostrarci quanto zucchero raffinato effettivamente contengono

Dai soldi al network, i 4 contributi delle corporate alle startup. Il caso Tecno a Napoli

Il contributo di una corporate alla startup, secondo L’advisor Giovanni De Caro, dovrebbe essere erogato secondo una precisa scala di priorità. L’open innovation di una società di Napoli e le modalità di investimento nelle startup