Perché troviamo ovunque il pulsante “compra”, anche su Google e Facebook

Il fenomeno dei Buy Button è in rapida ascesa. Qui tutti i numeri per capire perché tutti vogliono farci comprare online (e soprattutto da smartphone)

Il mobile commerce negli Stati Uniti ha rappresentato una percentuale tra il 15 e il 17% dell’intera quota del retail commerce con un valore complessivo che secondo quanto stimato potrà toccare 120 miliardi di dollari entro il 2017.

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Riempiamo carrelli che poi non compriamo

Oltre alle applicazioni dedicate da parte dei grandi rivenditori online, secondo gli analisti ad incentivare l’adozione dei pagamenti tramite dispositivi mobile sono stati soprattutto i cosiddetti Buy Button.  Grazie a questi bottoni di pagamento infatti l’esperienza di acquisto da smartphone e tablet è diventata sempre più fluida e semplice, one-click per dirla alla Amazon, tanto da contribuire a ridurre il mobile commerce gap, ovvero la differenza tra il tempo speso in media da un utente per riempire il carrello e l’effettivo pagamento dei prodotti. Il gap, secondo i dati di comScore report, sarebbe infatti molto più ampio sui canali mobile che via desktop. Se un utente spende in media il 59% del suo tempo su siti attraverso mobile ma solo il 15% dei suoi acquisti in internet viene effettuato su tale canale, su desktop il tempo di fruizione scende al 44% ma il digital profit per chi vende sale all’85%. Tuttavia c’è da aspettarsi che un’esperienza di pagamento senza frizioni non potrà che accelerare l’oramai progressivo e inarrestabile abbandono dei dispositivi fissi per la navigazione mobile.

Anche i big di internet e i principali social network sono stati in prima linea nello sviluppo dell’offerta di Buy Button e naturalmente non è un caso. Studi e ricerche hanno dimostrato che circa l’80% degli utenti che comprano online (dati Selz.com) ha menzionato dopo l’acquisto almeno un social network. Anche in fase di pre-acquisto i social risultano decisivi.

I Millenials scelgono cosa comprare su Pinterest

Times Trends ha riportato come i Millennials sono per il 247% più propensi rispetto agli altri gruppi di età, nel fare acquisti online solo dopo aver consultato informazioni sulle pagine social o su blog degli stessi brand. Ad esempio il 93% dei Pinners usa Pinterest per trarne spunto per i propri acquisti.  Non a casa proprio Pinterest è uno degli attori più importanti protagonisti della partita. Ha introdotto i Buyable Pins a luglio del 2015, l’esperienza non potrebbe essere delle più semplici: quando l’utente vede il cartellino blu con il prezzo indicato su una foto Pinterest, gli basta un click sulla foto per passare direttamente all’acquisto dell’oggetto sulla stessa app. Pinterest non trattiene nessuna percentuale di commissione sula transazione e il bottone non ha nessun costo per i brand: i guadagni vengono esclusivamente dalla pubblicità dei post, questa si a pagamento.

Con la stessa logica anche Facebook e Twitter hanno lanciato il servizio per acquisti per i rispettivi utenti. Il primo ha addirittura lanciato ad ottobre del 2015, una sezione dedicata, chiamata Shop, per permettere anche ai piccoli brand di vendere direttamente i loro prodotti sul social.

Leggi anche: Social Commerce. Così Facebook e soci hanno capito come fare (altri) soldi

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Ma più che i nostri soldi chi vende vuole i nostri dati

Naturalmente l’obiettivo è quello di entrare in possesso di maggiori dati per poter meglio profilare gli utenti e offrire prodotti e servizi “su misura”. Su questo i big di internet hanno un notevole vantaggio rispetto ai circuiti: il flusso informativo verso MasterCard permette alla società di entrare in possesso dei ‘soli’ dati finanziari. Quello che Facebook e Google hanno è, invece, un ampio ventaglio di gusti personali, relazioni sociali, condizioni professionali.

A proposito di Google, il gigante proprio a luglio del 2015 ha messo a punto la funzionalità “Purchase On Google”, che permette di acquistare con un solo click sull’annuncio pubblicitario del prodotto. Indiscrezioni dicono che Mountain View stia lavorando per un’integrazione anche con i video di YouTube da rilasciare nei prossimi mesi.

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Così Visa e Paypal vogliono fermare Stripe

Intanto le aziende di cui i pagamenti costituiscono il core business non sono state certo a guardare Visa ha sviluppato Checkout. Si tratta anche in questo caso (come per il sevizio MasterPass di MasterCard) di un Buy Button che consente di memorizzare le proprie informazioni di pagamento e gestire l’autorizzazione per i pagamenti successivi inserendo semplicemente una password scelta dall’utente. Proprio quanto fa PayPal, grazie alla startup Braintree un sistema di API che semplifica al massimo l’integrazione con il sistema da parte dell’esercente. PayPal, di fatto leader di mercato che però deve guardarsi le spalle soprattutto per la crescita nel 2015 di Stripe: una startup californiana, tra gli unicorni americani del fintech, che sta facendo i numeri processando in modo semplice pagamenti online e mobile con carte di pagamento.

Leggi anche: Questi 2 ventenni possono mangiarsi PayPal (e ci scommette anche Elon Musk). Storia di Stripe

Da tenere sott’occhio anche perché sembra oramai prossimo il suo arrivo anche in Italia.

Cosa c’è all’orizzonte

Il 2015 è stato l’anno di annunci e lanci. Il 2016 potrebbe essere l’anno delle conferme e della legittimazione di uno di questi servizi, la cui proliferazione per la verità è apparsa più dettata dalla volontà di cavalcare un trend, di seguire una moda, che una risposta ad un bisogno concreto della clientela. Ma su questo, come sempre, saranno proprio gli utenti a dire l’ultima parola.

Emanuela Perinetti
@manuperinetti

 

 

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