Big data: le startup fintech che li usano guadagnano il 12% in più (ma le banche non li capiscono)

Ecco perché conviene usare bene i big data e perché presto Apple, Facebook e soci potrebbero diventare le banche del futuro

L’innovazione nel fintech si fa largo a colpi di dati. Le nuove tecnologie hanno permesso la comparsa già da un qualche anno nel settore finanziario di realtà in grado di sostituire la banca in tutti i suoi processi: un nuovo ecosistema di startup e piattaforme che hanno abbassato le barriere all’ingresso del mercato bancario con soluzioni più rapide, trasparenti ed economiche. Uno dei motivi sta proprio nel fatto che le startup più innovative hanno saputo applicare in modo intelligente la mole di dati che Internet e le tecnologie mettono a disposizione.

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Coi big data +12% di utili all’anno

Da un recente studio di Capgemini si evince che più del 60% delle aziende finanziarie del Nord America sono convinte che le analisi dei big data offrano vantaggi competitivi “vitali” per il futuro delle banche; e più del 90% crede che l’utilizzo dei big data sia in grado di ri-determinare in pochissimo tempo i futuri leader dell’industria finanziaria. Secondo un report del Gruppo Aberdeen le imprese che applicano in modo efficiente i Big Data producono il 12% in più di utili ogni anno. Fino ad oggi gli istituti finanziari hanno di fatto la piena applicazione del “modello di rischio” per concedere prestiti e linee di credito. Un modello basato su fonti di informazioni non esaustive e poco adatte a “tagliare su misura” del cliente il prodotto. Le startup invece, riescono ad incrociare molte più informazioni per avvicinarsi alle esigenze del cliente offrono la gamma dei servizi interamente online e in alcuni casi mobile. Le combinazioni di servizi migliorativi dell’offerta che possono seguire all’utilizzo dei big data sono innumerevoli e forse ancora inimmaginabili.

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Le startup corrono, le banche inseguono

Banche e istituti di credito hanno iniziato ad attrezzarsi per far fronte alla minaccia, alla quale, seppure ne abbiamo preso la piena coscienza, non riescono a far fronte. Ernst&Young in un report sui sevizi finanziari del mercato spagnolo ha stimato che il 30% delle aziende del settore sta sottostimando le potenzialità dell’utilizzo dei big data e sta dunque andando incontro all’erosione di quote di mercato a vantaggio dei nuovi attori sempre più aggressivi. Anche perché i dati non sono fondamentali solo in fase di acquisizione della clientela ma anche e soprattutto per azioni di retention e fidelizzazione. Azioni sui cui le banche non hanno mai brillato e per le quali possono oggi sfruttare l’opportunità messa a disposizione da Internet e le nuove tecnologie. Qualcuna, come dicevamo ha già iniziato a farlo. Sempre volendosi riferire alle analisi condotte sul mercato spagnolo, emerge che nel complesso le aziende spagnole hanno investito nell’applicazione di queste tecnologie l’1,1%  in più nel 2015 e il trend è in crescita.  Ma di fatto il dato indica praticamente, che la stragrande maggioranza delle imprese bancarie, nonostante siano più che consapevoli dell’importanza della posta in gioco, ha appena cominciato ad esplorare le potenzialità dei big data, che  potranno essere invece la chiave di volta per spianare la strada alle startup o risollevare gli attori tradizionali.

Apple, Facebook & Co. diventano (come) banche

L’uso dei big data nel settore finanziario infatti definirà in breve, secondo gli analisti,  i futuri leader dell’industria finanziaria con una spia (ancora soffusa) ma da tenere sotto osservazione: le cosiddette ‘Social Net-Banks’  fra cui Google, Apple, Amazon, Facebook che al momento si sono limitate alle funzioni di pagamento, ma che da giganti data-centric quali sono (una volta integrati servizi bank-like nelle loro funzioni), rappresenteranno un’ulteriore minaccia che sfugge i controlli e alle regole degli istituti più tradizionali.

Emanuela Perinetti
@manuperinetti

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