Equity crowdfunding, 5 cose da sapere in vista del nuovo regolamento italiano

La consultazione è terminata e tra un mese arriva il nuovo regolamento della Consob sull’equity crowdfunding. Prima novità: via la regola del 5%. Cosa ne pensano Aiec e Dettori

L’equity crowdfunding in Italia non è mai decollato. Non è un mistero e nemmeno una novità. Cultura, mercato, regole. Sono diversi gli aspetti chiamati in causa nel dibattito sui perché di questo mancato successo. Eppure, dal punto di vista regolamentare l’Italia è stato il primo Paese in Europa ad essersi dotato di una normativa secondaria specifica e organica: il “Regolamento sulla raccolta di capitali di rischio da parte di start-up innovative tramite portali on-line”.

Equity Crowdfunding, cosa cambia in Italia col nuovo regolamento. In 5 punti

Proprio in questi giorni però quel regolamento, emanato dalla Consob ormai quasi due anni e mezzo fa, sta per essere modificato in base alle esigenze del mercato attuale e soprattutto alla luce dei suggerimenti avanzati dagli soggetti interessati: investitori, piattaforme e potenziali utilizzatori di quello che è a tutti gli effetti uno strumento di finanziamento. Abbiamo ricostruito i passaggi chiave di questa revisione arrivata quasi al traguardo e con l’aiuto dei professionisti della materia ha fatto il punto di quelle che saranno le modifiche più importanti, le loro conseguenze e i possibili scenari futuri dell’equity crowdfunding all’italiana, tenendo presenti tutte le caratteristiche del mercato nazionale.

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1. Perché dopo 3 anni si devono riscrivere le regole

Che sarebbe stato necessario un “restyling” del regolamento, la Consob l’aveva affermato sin da quando l’aveva emesso nel luglio del 2013 e quel momento è arrivato neanche due anni dopo, quando lo scorso 19 giugno è stato dato il via all’operazione con una prima consultazione pubblica lanciata proprio dall’Autorità indipendente che si occupa di vigilare sui mercati finanziari e sulla borsa.

La sintesi dei risultati di questa indagine – conclusasi il 10 luglio e a cui hanno partecipato 35 realtà, tra le quali Confindustria, Consiglio nazionale dei commercialisti, studi legali specializzati, Assogestioni e naturalmente anche l’associazione che rappresenta le piattaforme italiane – è stata resa pubblica lo scorso 3 dicembre, contestualmente all’emanazione di una bozza di revisione del regolamento e alla successiva seconda consultazione sulla stessa.

Il termine per la presentazione dei nuovi contributi e suggerimenti è scaduto pochi giorni fa, l’11 gennaio. Il prossimo appuntamento, quello conclusivo, dovrebbe arrivare fra 3-4 settimane. Il tempo necessario a chi in Autorità sta lavorando alla lettura dei risultati dell’indagine per poter modificare ulteriormente la bozza di revisione e pubblicare il nuovo regolamento.

2. Dove si inceppava il vecchio regolamento

A sentire gli addetti ai lavori, il problema normativo c’è e si concretizza soprattutto nella necessità di dover uscire dalla piattaforma nel momento in cui si deve concludere l’investimento, per rivolgersi a banca o una Sim, e fare una valutazione di appropriatezza dell’investimento. «Questo è il problema dei problemi perché vuol dire interrompere il percorso di investimento, il contatto con internet e andare off line molte volte per sedersi in una sede bancaria e perdere così l’immediatezza caratteristica dello strumento del crowdfunding, snaturandolo», spiega Alessandro Maria Lerro, avvocato e presidente dell’Associazione Italiana Equity Crowdfunding (Aiec), aggiungendo però che ora, grazie alla nuova bozza di regolamento, tutto questo non sarà più necessario. O meglio, chi vorrà,  potrà continuare a fare come prima, le piattaforme che invece preferiscono non passare più dalla banca potranno fare da sole la valutazione dell’appropriatezza dell’investimento, dicendo direttamente loro al potenziale investitore che quell’investimento è adeguato o meno al suo profilo di rischio.

3. Come si risolve il problema della regola del 5%

C’è però anche una seconda questione che  è quella relativo alla cosiddetta “regola del 5%”, secondo la quale “…ai fini del perfezionamento dell’offerta sul portale, il gestore verifica che una quota almeno pari al 5% degli strumenti finanziari offerti sia stata sottoscritta da investitori professionali o da fondazioni bancarie o da incubatori di start-up innovative previsto all’articolo 25, comma 5, del decreto”, si legge nel regolamento Consob. Lo scopo di questa norma è quello di garantire all’investitore retail una valutazione positiva anche da parte di un investitore professionale, più qualificato per l’analisi di rischi e opportunità. Eppure, questa previsione si è dimostrata più un limite che un incentivo all’investimento.

Anche se su questo argomento la Consob poteva fare ben poco, visto che è costretta a muoversi nei limiti di una legge primaria e non del solo suo regolamento, eppure nella bozza di revisione è riuscita comunque ad andare incontro agli operatori, aprendo la possibilità di far parte di questo “5%” non solo agli investitori professionali “di diritto” (banche, fondi, società che fatturano oltre 200 milioni) ma anche a quelli “su richiesta”, ossia a quei soggetti che rispondono a determinati requisiti di tipo patrimoniale e che si auto-dichiarano qualificati, (soprattutto la categoria dei business angel che hanno grande familiarità con questo tipo di investimento).

credits: blog.coworkingfor.com

4. In Italia ci sono più soldi che progetti

«La realtà è che adesso in Italia c’è più disponibilità di denaro che di progetti da finanziare». Questo il commento con cui l’avvocato Lerro descrive l’attuale panorama dell’equity crowdfunding italiano. E per farlo si fa aiutare dagli ultimi dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano secondo i quali dal 2013 ad oggi il tasso di successo delle campagne è del 44%. «Questo vuol dire che una campagna su due ha avuto successo in termini di importi investiti (ne sono state finanziate 12 su 30) – spiega Lerro – certo, c’è da dire che si tratta di un dato irreale e da prendere con le pinze proprio perché influenzato dalla modesta dimensione del mercato, ma fa comunque capire che la voglia di investire c’è».

Quello che manca rispetto alle esperienze d’oltreoceano ma anche d’oltremanica sono i finanziatori retail. Lo si capisce anche prendendo ad esempio l’ultimo progetto di equity crowdfunding appena finanziato, quello di Mee Scooter che con la piattaforma Tip Venture ha raccolto 300 mila euro. In questo caso, ha spiegato Lerro, «la media di investimento per investitore è stata superiore ai 9.500 euro, non stiamo quindi ancora parlando di un mercato retail, ma di investitori sofisticati perché la cifra puntata su un’unica azienda e abbastanza alta e fa capire che questi soggetti hanno molti soldi». È possibile che la novità del regolamento sull’appropriatezza dell’investimento, facendo tutto online, attiri più investitori retail, ma per arrivare ai livelli di Usa e Uk ci vorrebbe molto altro.

Nonostante le modifiche vadano chiaramente incontro alla volontà degli operatori del settore, questa revisione del regolamento non cambierà infatti la platea dei soggetti, o meglio non contribuirà ad allargarla seriamente. Negli Stati Uniti e in Uk grazie all’equity crowdfunding si possono raccogliere anche milioni di dollari e sterline (vedi il caso della catene di birrerie Camden Town Brewery di cui abbiamo parlato qui) e la possibilità di utilizzare questo strumento è estesa anche ad attività commerciali già avviate ma molto semplici come ristoranti, negozi e lavanderie i cui proprietari possono rivolgersi ai loro stessi clienti per finanziarne la crescita.

Gianluca Dettori

Gianluca Dettori

5. Servono leggi non solo regolamenti

In Italia attualmente possono accedere all’equity crowdfunding le startup innovative, le Pmi innovative (come previsto dal decreto Investiment Compact) e le startup turistiche. Alla possibilità di aprire a nuove attività è favorevole anche Gianluca Dettori, fondatore e presidente di Dpixel, che a Smartmoney però ha spiegato come questo tema non possa essere affrontato da una normativa secondaria come quella della Consob, ma sia necessario un intervento legislativo che venga direttamente dal governo o dal parlamento. «È la normativa primaria quella su cui bisognerebbe intervenire, lo dico anche come partecipante all’advisory group di Assolombarda – ha spiegato Dettori – i cui suggerimenti vanno nella direzione di rendere questo strumento accessibile a qualunque impresa che risponda a certi caratteri patrimoniali, come succede nel mercato americano, dove dopo tre anni di lavoro della Sec è entrata in vigore la nuova normativa e qualunque impresa americana può effettivamente raccogliere cifre anche importanti sul mercato online». Secondo Dettori, quello intrapreso dalla Consob è comunque un percorso che va nella giusta direzione: «la strada è quella e bisogna proseguirla finché non si trova una misura che renda efficiente l’utilizzo di questo strumento e lo armonizzi con il mercato».

Leggi anche: 8 consigli per una campagna di equity crowdfunding

Il nuovo regolamento piace

«Alla post-consultazione abbiamo risposto dicendo che siamo molto contenti della bozza e speriamo che le modifiche vengano approvata in tempi rapidi», dice il presidente dell’Aiec, secondo cui, a questa post consultazione non saranno arrivate tantissime risposte, soprattutto da parte delle piattaforme che «sono assolutamente soddisfatte della prima formulazione del nuovo regolamento. Fra gli obiettivi che avevamo segnalato nella prima consultazione ce n’erano alcuni prioritari e altri meno. Ci aspettavamo che la Consob ci venisse incontro almeno su quelli secondari, ma invece ci hanno ascoltato proprio su quelli principali», ha aggiunto Lerro.

Dobbiamo aprirci di più e far spendere chi risparmia

Al di là delle leggi però oggi nessuna azienda italiana già strutturata, anche se potesse, ricorrerebbe a questo strumento per raccogliere capitali. «Basta guardare al numero piuttosto modesto delle quotate in Borsa, insieme al problema del passaggio generazionale», dice Lerro sottolineando che quello che stanno vedendo con le piattaforme di equity crowdfunding è che anche da parte dei risparmiatori manca la mentalità di apertura all’investimento verso le aziende private. La situazione secondo lui è influenzata dal fatto che siano ancora poche le aziende che possono accedere a questo strumento anche se quello che serve «è un cambio di mentalità da parte degli imprenditori,  la voglia di allargare il capitale sociale e quella della gente comune di investire non più solo in prodotti quotati e standard ma più vicini a loro: nel mercato sotto casa  e in tutte quelle attività che creano valore sul territorio». La pensa così anche Dettori che mette al centro il tema culturale ed esprime la necessità di cambiare i paradigmi di comunicazione e magari anche con l’aiuto dei media: «cominciare a fare formazione dei risparmiatori, facendo capir loro pregi e difetti di questo strumento».

Mariachiara Furlò
@mariachiarafur

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