8 giovani su 10 sono freelance (in Italia solo grazie al crowdfunding)

Per il 90% dei freelance la Rete è uno strumento prezioso per acquisire nuovi contatti e incrementare il fatturato: l’Italia si distingue per richieste e fondi erogati.

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Per essere freelance e restare sul mercato, in tempi di recessione, si deve fare di sé stessi una startup. E così, nell’era digitale, si moltiplicano le possibilità di funding attraverso le piattaforme online. Lo sanno bene i Millennials, la generazione dei nati tra i primi anni ottanta e gli inizi del duemila, cresciuti con il Web. Perché l’83% ritiene che essere freelance e lavorare in modo indipendente, sia una strategia fondamentale per la propria carriera. Il 94% si rivolge a siti di lavoro online e il 40% integra con i social media la normale ricerca di lavoro. Lo rileva uno studio realizzato da Elance, una piattaforma digitale per l’ingaggio dei freelancer, condotto su un campione di giovani americani dai 18 ai 34 anni.

Elance funziona in modo simile a Twago, o a Freelancer, altre piattaforme che servono per mettere in contatto i freelancer con i datori di lavoro, attraverso Internet.  Un segmento di mercato, su cui si è lanciata anche la startup italiana Addlance. La maggior parte delle piattaforme, consente al freelance di iscriversi e creare il proprio profilo con competenze. Allo stesso tempo i datori di lavoro caricano dei progetti con una descrizione e un budget. E poi si apre un’asta al ribasso, in cui vince il freelancer che fa l’offerta migliore.

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Questa è un po’ l’arena digitale, su cui si confrontano spesso lavoratori da tutto il mondo, dall’India all’Europa, agli Usa. Le piattaforme guadagnano ricavando delle commissioni sui progetti contrattati tramite le aste, e si fanno garanti dei termini di pagamento, che devono avvenire di solito alla consegna. Gli accrediti, in particolare, avvengono direttamente sulle carte di debito degli utenti.

“I Millennials devono iniziare la professione in un periodo di recessione storica” sottolinea l’analisi economica del Council of Economics Advisers della Casa Bianca. E per questo diventano un ulteriore indicatore, perché ricercano forme alternative per l’accesso al credito, per trovare finanziamenti, grant e fellowship da dedicare al loro percorso professionale di lavoratori indipendenti. Come fanno le startup. A questo punto anche un anno o sei mesi di lavoro, ad esempio, possono essere garantiti dal funding o dal crowdfunding, secondo la strategia dei freelancer. È indicativo il fatto che questo vale, in maggioranza anche per le altre fasce d’età: il 57% dei freelancer dichiara di avere incrementato così il proprio business, attraverso l’online, secondo la ricerca The State of the Freelance Market (2012).

In questo scenario, per l’Italia, ad esempio, è significativo quanto registrato dal fondo per il giornalismo europeo, nel suo sito journalismfund.eu. I dati evidenziano le ultime richieste di finanziamento di settembre, ma il trend continua dal 2009. Si può visualizzare sulle mappe, come l’Italia è il paese da cui partono più richieste di finanziamenti per progetti giornalistici (73), seguita da Germania (49), Francia (31), e UK (20). Ed è anche il Paese che ha ricevuto il maggior numero di grant: Italia (16), Germania (11), Francia (10) e UK (3).

La ricerca da parte dei freelancer di soluzioni di funding e di piattaforme per il lavoro online in Italia, infine, è da rapportare alle 274.690 aperture di nuove partite Iva di persone fisiche avvenute, da gennaio ad agosto del 2014, secondo i dati diffusi dall’Osservatorio sulle partite Iva. Se si guarda il totale del 2013, sono 390.210. Di queste, 65.437 nuove partite Iva riguardano in particolare le attività professionali, scientifiche e tecniche, e altre 10.222 per servizi di informazione e comunicazione. I freelancer.

(foto via Flickr)

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