Anche le Università italiane si danno al crowdfunding (ma bisogna migliorare)

L’Università degli Studi di Milano attiva una campagna di crowdfunding. Chiara Spinelli ci spiega cosa manca, però, perché possa definirsi davvero tale.

Crowdfunding

La campagna che ha permesso al Festival del Giornalismo di Perugia di realizzare la 14esima edizione della manifestazione o l’abbattimento del muro del primo milione di fondi raccolti dalle startup con il meccanismo dell’equity: sintomi, questi, della vivacità del crowdfunding nel nostro paese e del crescente interesse per la raccolta di denaro per progetti o nuove aziende tramite questa modalità. A fare capolino nelle ultime ore anche l’Università degli Studi di Milano.

L’Ateneo, come si legge sul portale, “promuove campagne di crowdfunding (dall’inglese crowd, folla e funding, finanziamento, o “finanziamento collettivo” in italiano) per consentire il sostegno economico “dal basso”, libero e diretto, a singole iniziative e progetti nei diversi campi del sapere in cui è impegnato. Nella stessa pagina, piuttosto spartana, viene pubblicato il codice Iban da utilizzare per partecipare alle diverse campagne indicando “con precisione la causale di riferimento” di quella che si intende sostenere. La prima, come si scopre cliccando sul link di riferimento, promuove “una raccolta fondi per contribuire alla realizzazione della mostra Egitto dal cielo, 1914. La riscoperta del fotografo Theodor Kofler, pioniere, prigioniero, professionista”. Segue una descrizione, esclusivamente scritta, del progetto e la richiesta di 10mila euro per  “realizzare uno straordinario allestimento scenografico”. Chi contribuisce troverà il suo nome su un pannello esposto durante l’inaugurazione e avrà uno spazio all’interno del catalogo in base al contributo messo a disposizione. Torna anche al termine di questo spazio il famigerato Iban.

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Abbiamo chiesto a Chiara Spinelli, esperta di crowdfunding e speaker dell’evento SmartMoney 2014, un commento sull’iniziativa. “È interessante che un soggetto come l’Università di Milano guardi al crowdfunding come un mezzo per coinvolgere i cittadini nella scelta dei progetti da portare avanti. Sicuramente la crisi e la mancanza di fondi sono la leva primaria di questo interesse, ma non solo: il crowdfunding è un mezzo democratico che le istituzioni possono usare per avvicinarsi al cittadino”, ha esordito Spinelli. Bisogna però chiarire, ha proseguito, “almeno un minimo comune denominatore che possa definire cosa è e cosa non è una campagna di crowdfunding”.

Tre gli elementi da cui non si può prescindere, secondo Spinelli: “ la raccolta deve svolgersi online (quindi che il Web non è solo una vetrina, ma lo strumento tecnico di raccolta); devono essere indicate chiaramente sia la cifra da raccogliere, sia la scadenza del progetto; il sito deve segnalare quanto si raccoglie in tempo reale e l’elenco dei finanziatori. La trasparenza nella raccolta è un elemento fondamentale. Non si tratta di mettere paletti: un fenomeno come il fundraising ha bisogno di integrare sempre nuove forme di coinvolgimento. Ma ho la sensazione che in questo momento la parola crowdfunding sia usata un po’ come un mantra, una parola “facile”, di moda, che mette un pizzico di sale su qualsiasi attività, con il rischio, comune a tutte le parole di moda, di consumarne il vero senso”.

 

 

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