Cosa ci insegna la storia di Diaman Tech sull’equity crowdfunding

“L’equity crowdfunding è un’operazione di finanza buona, io la chiamo così”. Esordisce in questo modo Daniele Bernardi, amministratore delegato di Diaman Tech, prima startup italiana ad aver iniziato e concluso con successo una campagna di vendita di quote e raccolta di capitale in Rete (ne abbiamo parlato qui). Classe 1969, nel commentare a SmartMoney l’avventura… Read more »

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“L’equity crowdfunding è un’operazione di finanza buona, io la chiamo così”. Esordisce in questo modo Daniele Bernardi, amministratore delegato di Diaman Tech, prima startup italiana ad aver iniziato e concluso con successo una campagna di vendita di quote e raccolta di capitale in Rete (ne abbiamo parlato qui).

Classe 1969, nel commentare a SmartMoney l’avventura appena conclusa – o iniziata, dipende dai punti di vista – Bernardi tiene a sottolineare come si sia trattato di un “lavoro faticoso. I giovani che vogliono sfruttare questo strumento devono capire che i soldi non arrivano gratis, ma bisogna conquistarseli lavorando sodo giorno per giorno per convincere gli investitori”.

La recente storia di Diaman Tech ci insegna infatti qualcosa sull’equity crowdfunding, sulle differenze concettuali con il reward alla Kickstarter e, soprattutto, sui primi passi compiuti nella Rete italiana.

La prima particolarità è insita nella genesi stessa della startup: Diaman Tech nasce come spin off del gruppo di consulenza Diaman per “scorporare la vendita di software dalle attività sottoposte alla vigilanza”. Perché rivolgersi alla Rete con una campagna di equity? “Me ne haparlato Frigiolini (l’amministratore delegato della piattaforma Unicaseed che ha ospitato la raccolta, nda) e ho capito che poteva essere un’ottima opportunità per creare un gruppo di persone che poteva darci una mano a sviluppare e a distribuire i nostri software”. Più che alla ricerca di capitale Bernardi puntava quindi a generare una comunità forte che lo aiutasse sia a promuovere i suoi programmi per la creazione dei portafogli di investimento e per la gestione dei titoli azionari sia a dare feedback in fase di successivi sviluppi e aggiornamenti.

Daniele Bernardi racconta la sua startup 

Ecco perché puntare sul crowdfunding piuttosto che andare a bussare alla porta di clienti e investitori con cui, attraverso Diaman, aveva contatti già avviati. In realtà le due linee si sono unite e sovrapposte: solo il 15% di chi ha partecipato alla campagna su Unicaseed non aveva rapporti precedente con Diaman. Gli altri sono tutti operatori finanziari che sono stati avvicinati e ingolositi con sconti successivi sull’acquisto dei software, il 90% per chi investiva almeno 1.500 euro, o con la possibilità di rilevare quote privilegiate, soluzione che non dà diritto di voto all’interno del consiglio di amministrazione ma permette di ottenere il doppio dei dividendi rispetto a quanto previsto. Così facendo, come sappiamo, Diaman Tech ha rastrellato 157.780 euro in tre mesi. “L’investimento più basso è stato di 490 euro, che era anche la soglia minima per partecipare, quello più alto da 11mila”, racconta Bernardi. Il prossimo passo con l’aumento di capitale appena ottenuto sarà il rinforzo della rete di vendita (cercano a Milano, Roma, Torino e Firenze) e, più avanti, lo sviluppo di altri software. La startup ha sede a Marcon, Venezia, ed è composta da due persone, un commerciale e un esperto di statistica, oltre a Bernardi.

Questa prima esperienza di equity tricolore dimostra come il canale si possa affiancare e quasi sovrapporre a quelli tradizionali. L’esito della campagna di Cantiere Savona su Starsup ci dirà invece qualcosa in più sulla risposta spontanea della Rete alla possibilità di credere e investire in idee imprenditoriali.

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