Ha ragione Ferrari: alle banche non servono più soldi e sportelli, ma la fiducia delle persone

Corsi e ricorsi storici, la storia delle banche, grazie al fintech, è torna al punto di partenza: il rapporto di fiducia che lega chi i soldi li usa, li spende o ne ha bisogno. Una recensione del libro di Roberto Ferrari

La nascita della banca intesa in senso moderno viene collocata dagli storici tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, agli albori della civiltà umanistica e rinascimentale. Grazie alla girata delle note di banco gli scambi commerciali divennero via via più sicuri, mentre l’oro rimaneva al sicuro nei forzieri e meno appetibile per i ladri, contribuendo alla rinascita di un’economia europea la cui unità era venuta meno con la fine dei grandi imperi romani e altomedievali. Nello stesso tempo la crescita e diffusione dei primi “Banchi” fece la fortuna di famiglie (come quella dei Medici) che sarebbero diventate tra i principali finanziatori dell’arte e dell’architettura europee.

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A distanza di cinquecento anni, le banche hanno mantenuto quasi intatte le caratteristiche di un tempo, salvo essere divenute ormai insufficienti ad alimentare le esigenze di liquidità della cosiddetta economia reale, per non parlare del sostegno offerto alle imprese innovative, culturali e tecnologiche. Dalle ultime rilevazioni di Bankitalia risulta evidente come i prestiti delle banche alle imprese non finanziarie siano diminuiti nuovamente a luglio di quest’anno, mentre non accennano a diminuire le sofferenze. Con la crisi del 2008 le banche hanno perso l’ultima occasione per assolvere interamente le esigenze finanziarie di persone e imprese secondo il modello di “banca universale”: il denaro, nella sua forma sempre più immateriale, inizia a muoversi per altri canali al di fuori dei circuiti bancari.

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Quando è nato il fintech

L’Era del Fintech” di Roberto Ferrari (direttore generale di CheBanca!) è uno dei primi libri italiani che traccia un quadro esaustivo dei più importanti fenomeni di innovazione tecnologica in ambito finanziario e delle sue presenti e future ricadute nella nostra società. “Il termine FinTech alla fine può essere visto rispetto al banking come l’ecommerce è stato ed rispetto al retailing – scrive Ferrari – il banking non sarà più solo questione di banche, anche nel mondo finanziario ci saranno gli Amazon e gli Yoox”. “Il Fintech propriamente detto nasce nel 2009 con la creazione di Innotribe e la nascita di Bitcoin”.

Lo sviluppo del digitale, la pervasività dei device mobile e la predisposizione dei clienti nei confronti di strumenti digitali più immediati e personalizzati è alla base della diffusione del fenomeno Fintech, la cui origine può essere fatta coincidere con la nascita della prima community di settore, InnoTribe, e la nascita di Bitcoin, entrambe avvenute nel 2009, anche se alcuni importanti player di oggi vantano date di nascita antecedenti (Lending Club nel 2006, Zopa nel 2005…).

Dei tre servizi core della banca (pagamenti, prestiti, gestione del risparmio) quello dei prestiti è quello che è maggiormente venuto meno proprio negli anni dell’ultima crisi, con la conseguenza che numerose imprese sono state costrette a chiudere e altre a non aprire mai: non è un caso dunque che sullo sviluppo di startup fintech dedicate a sviluppare soluzioni alternative alle banche per soddisfare la domanda di prestito alle imprese si siano maggiormente concentrati gli sforzi dei Venture Capital, con oltre 10 miliardi di dollari di investimenti complessivi destinati a oltre 250 startup. Di queste, quelle inquadrate nel peer-to-peer lending rappresentano solo “la punta dell’iceberg” secondo Ferrari, di cui Lending Club è solo la più famosa nel mondo occidentale, e Smartika, Borsa del Credito e Prestiamoci le più conosciute in Italia.

I numeri (e i verticali) del fintech

“Il mondo dei finanziamenti alle piccole e medie imprese sicuramente è stato abbandonato o quanto meno trascurato dal sistema bancario – scrive Ferrari nelle prime pagine dell’”Era del Fintech” – solo nel mondo dei Paesi emergenti esiste un funding gap non coperto nei confronti delle aziende small business di 2 trilioni di dollari, mentre negli Usa dal 2008 la quota di finanziamenti agli small business è scesa di circa 11 punti percentuali sul totale dei finanziamenti, e di 30 punti in Uk, dove il segmento small business del P2P lending è già più grande di quello consumer”. “La competizione con i GAFA obbliga fintech companies e banche a perfezionare ogni aspetto del rapporto con il cliente”.

Insieme alle piattaforme di marketplace lending si stanno espandendo anche quelle dedicate al crowdfunding, specialmente nelle declinazioni “reward-based” ed “equity”, dove gli investimenti iniziano a coprire anche fasi successive al seeding arrivando fino ai round di Series A e B, fornendo canali di finanziamento alternativo agli imprenditori e aspiranti tali, soprattutto nel settore tecnologico e culturale.

Fuori dagli schemi più tradizionali (se può esserci qualcosa di tradizionale in un settore che non ha ancora un decennio di vita) si collocano piattaforme già strutturate come Sardex, dal nome dell’omonima valuta complementare che consente alle aziende aderenti di farsi credito vicendevolmente e senza interessi tramite l’utilizzo di un’unità di conto digitale.

Come girano i soldi nell’era digitale

Al di fuori del circuito bancario, si stanno dunque strutturando e diversificando soluzioni innovative per assolvere alle esigenze di finanziamenti e liquidità di piccole e medie imprese e dei singoli individui. L’innovazione finanziaria rende potenzialmente ciascuno di noi al tempo stesso una banca, in grado di ricevere ed emettere prestiti a una molteplicità di soggetti la cui reputazione, non solo digitale, viene continuamente sollecitata e messa alla prova da sofisticati algoritmi. L’ingresso nella competizione di player non tradizionalmente finanziari, come i GAFA, costringe inoltre le stesse fintech a curare maggiormente il rapporto con gli utenti e la propria reputazione nei confronti degli utilizzatori (in questo senso, non dovremmo assistere a un monopolio delle fintech companies, così come è stato finora per le banche).

L’internazionalità delle piattaforme consente infine ai capitali di circolare più liberamente da un Paese all’altro, da un’impresa all’altra, e tra i privati stessi, senza limiti in termini di tempo e di spazio: “l’allargamento geografico di attori, soluzioni, modelli di business e fruitori stessi sarà parte dello scenario di evoluzione dei servizi finanziari nei prossimi dieci e venti anni”, conclude Ferrari. La diffusione pervasiva del mobile, anche nei Paesi più poveri, sta infatti allargando l’inclusione finanziaria a fasce di popolazioni tradizionalmente unbanked (si pensi solo al successo di M-Pesa, in Kenya).

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Da internet alla blockchain

A ben vedere, l’era del Fintech contiene in sé le premesse per una rivoluzione che va ben al di là del mondo strettamente finanziario. Blockchain, per citare l’esempio più famoso, non esaurisce la sua applicazione nei bitcoin, ma può essere potenzialmente applicata a ogni attività umana che contempli la certificazione del possesso di un bene e la validazione della sua avvenuta cessione, sia esso un bene fisico o virtuale, materiale o frutto del pensiero e della creatività. Blockchain potrebbe essere la soluzione che risolve il problema della replicabilità dell’oggetto digitale, rendendo quest’ultimo economicamente sostenibile per chi lo crea.

Dai soldi

Allo stesso modo, la diffusione di piattaforme di P2P lending in Paesi come l’Italia storicamente caratterizzati da enormi masse immobili di risparmi privati offrono da un lato nuove possibilità vantaggiose di investimento ai risparmiatori, e dall’altro un canale di finanziamento alternativo e maggiormente meritocratico per le imprese più giovani e innovative, quelle che più di altre faticano a ottenere prestiti dalle banche, riducendo al contempo il rischio specifico del singolo prestatore, ripartendo il prestito tra una molteplicità di soggetti.

Per non parlare di piattaforme come Sardex, che creano contemporaneamente nuovi distretti artigianali e industriali connettendo in Rete aziende lontane tra loro ma che possono divenire fornitrici o distributori le une delle altre. Infine, le piattaforme di reward e equity crowdfunding consentono a idee fino a oggi reputate irrealizzabili o troppo rischiose anche per i venture capitalist più spregiudicati (comunque assenti nel nostro Paese) di vedere la luce grazie al sostegno in primo luogo di chi potrebbe essere maggiormente interessato alla loro applicazione, ancora prima che la progettazione dei loro prodotti e servizi sia conclusa.

Il valore della fiducia

“Il successo del Fintech si basa su un capitale di fiducia che non si esaurisce nella singola transazione finanziaria”, scrive Ferrari. Il successo delle startup Fintech, come per la maggior parte delle nuove piattaforme digitali, si basa sulla creazione e consolidamento di un capitale di fiducia di cui le banche hanno ormai da tempo perso il monopolio.

Una fiducia che tuttavia non è più unicamente tra l’utente e l’azienda, ma tra utenti e aziende stesse, e che una volta instauratasi va al di là della singola transazione finanziaria: il Fintech rende possibile la creazione di rapporti di mutua collaborazione tra individui lontani nel tempo e nello spazio, ma accumunati da un identico slancio verso la crescita.

Superando i limiti e le lentezze del sistema bancario, il Fintech realizza il sogno di un’economia e di una società globale fondata, ancor prima che sulle norme e le organizzazioni sovranazionali, sulla creazione di rapporti di fiducia tra finanziatori e imprenditori: può rimettere in moto l’economia reale laddove questa si è arenata tra gli scogli della crisi, può smobilizzare risorse con la promessa di rendimenti più redditizi o più sicuri laddove queste si erano cementificate in case e beni di lunga durata, è in grado di muovere i capitali verso la destinazione in cui questi sono più necessari, superando egoismi nazionalistici, barriere geografiche, differenze linguistiche.

Scenari possibili

In tempi in cui si indicono referendum sulla chiusura delle frontiere ai migranti, il terrorismo globale riduce gli spostamenti da un Paese all’altro ed economie come quella italiana risentono più di altre gli effetti della crisi e di un’insana austerità, la ventata di ottimismo e fiducia portata dalle fintech companies potrebbe essere un preludio alla ripresa di nuovi rapporti commerciali tra imprese e comunità separate dai conflitti, o marginalizzate a causa del venir meno della loro posizione strategica sullo scacchiere globale.

Se volgiamo per un attimo lo sguardo al passato, anche quelle prime “note di banco” non erano nient’altro che un primo attestato di fiducia tra individui, separati da decenni di conflitti e pestilenze, che gettava le premesse per una rinascita economica e culturale senza pari, ben al di là delle ristrette frontiere degli staterelli e ducati italiani: e se questa era del FinTech fosse in realtà, oggi come allora, solo l’inizio di un “rinascimento” generale della nostra società?

Jacopo Franchi
@JacopoFranchi87

(Reblog dell’articolo originale pubblicato sul sito “Umanesimo digitale” il 12/10/2016)