Perché chi usa bitcoin non deve temere i nuovi 007 voluti dall’Europol

Cosa sappiamo finora della nuova task force su bitcoin e monete digitali e la spiegazione, con le parole di chi li usa, del perché non c’è nulla da nascondere né da aver paura

Della task force investigativa di Europol e Interpol sulle monete digitali ne abbiamo scritto ieri. Ma possono esserci delle conseguenze alle sue attività, e se sì, quali?

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Cosa sappiamo finora della nuova task force

Il gruppo di 007 interforze è nato ufficialmente il 9 settembre, dovrà indagare su episodi di riciclaggio di denaro e, soprattutto, di finanziamento ai gruppi terroristici, e si propone, essenzialmente, 3 obiettivi, dalla raccolta di informazioni su come (eventualmente) vengono usate le monete digitali per finanziare le azioni di Isis e simili, alla promozione di corsi di aggiornamento indirizzati alle forze di polizia, in modo che queste avranno più elementi e competenze per indagare sui crimini nei quali la valuta virtuale e coinvolta. E, infine, la creazione di “camere di compenazione” tra esperti e organi di controllo.

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I pilastri che hanno fatto forte bitcoin

Tra le caratteristiche che hanno segnato anche il successo di bitcoin, quelle più hanno contribuito all’espansione della criptovaluta sono l’anonimato e l’assenza di un’autorità centrale (leggi, una banca) che ne controlla le operazioni.

«Così almeno capiscono come funzionano»

Ora che c’è una task force di polizia, la community bitcoin deve temere qualcosa? Alcuni potrebbero anche pensare che l’intensificarsi delle attenzioni degli inquirenti possa portare timori nella community e allontanare insieme ai malintenzionati anche chi li usa rispettando la legge. Ma non è affatto così, e chi lo pensa (e addirittura lo scrive) non conosce bitcoin. Basta seguire il dibattito in corso tra chi i bitcoin li utilizza e li gestisce quotidianamente. La community, appunto.

Uno dei primi commenti arrivati proprio al nostro post sul gruppo Facebook “Italian Blockchain and Bitcoin Network è di Marco Amadori, founder e Ceo della startup InBitcoin. «I terroristi – scrive Amadori – usano dollari e euro, sarebbe utile usassero bitcoin, ma sono permanentemente tracciati a differenza della anonima carta. Utile però che si formino». Insomma, indagandoli almeno si potrà capire come funzionano.

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Degno di menzione è certamente anche il parere del giovane Jonathan Chester, fondatore di Bitwage, piattaforma di pagamenti internazionale che sfrutta la tecnologia blockchain nonché membro di un gruppo di studio del Parlamento europeo. Secondo lui le attività investigative possano portare solo benefici: «Molti nella community credono che l’imputazione del finanziamento ai terroristi non abbia nessun fondamento. Questi gruppi potranno collaborare per mostrare la veridicità delle loro tesi. Se loro e le forze investigative riusciranno a dimostrare che non c’è nessun legame tra i due fenomeni, tutto andrà a vantaggio del settore, con le startup che avranno meno pressioni dalle banche per operare», ha detto il founder a Cointelegraph. Chester ritiene, inoltre, che sgomberare il campo dalle accuse, darà la possibilità a chi come lui ci ha investito di dimostrare tutti i benefici e soprattutto la trasparenza della blockchain, il libro mastro che registra le transazioni in bitcoin.

Aldo V. Pecora
@aldopecora

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