Il Financial Times fa nere le banche italiane. Ma un elemento può riscrivere il finale

Il quotidiano britannico scrive del fondo Atlante e non le manda a dire alle nostre banche. Ma forse il piano di Draghi e una “variabile impazzita” potrebbero ribaltare la situazione

Di banche italiane non è la prima volta che il Financial Times ne scrive, e probabilmente non sarà l’ultima. Il principale quotidiano economico britannico non è per nulla ottimista. Di più, evidenzia debolezze nel nostro sistema bancario e scarsa ambizione a proposito delle ultime riforme in materia. Ma allargando l’orizzonte potrebbero esserci delle sorprese.

Financial Times

L’articolo è di Sarah Gordon, giornalista, editor alla redazione business FT, che dà la chiave della sua analisi sin dalle primissime battute: «Italy’s banks, and its government, face difficult decisions. The danger is that their pain spreads further». Scelte difficili e pericoli maggiori, quindi, per il Financial Times, che tira in ballo non solo le banche ma anche il governo italiano. E poi c’è la questione dei capitali: «Molte banche italiane – scrive Gordon – non hanno abbastanza capitale e sui loro bilanci pesano prestiti non performanti (crediti per i quali la riscossione è incerta, ndr) per 360 miliardi di euro».

Le piccole banche possono farcela?

Come scrive FT, le grosse banche come Unicredit e Intesa Sanpaolo si sono già mosse per supportare i piccoli istituti bancari come la Banca Popolare di Vicenza e la Veneto Banca, ma questo strategia di “prendere dalle banche più forti per dare a quelle piccole rischia di indebolire tutto il sistema”.

Poi il quotidiano analizza le soluzioni del Governo, come la costituzione di “Atlante”, un fondo di solidarietà che vede la compartecipazione di grandi banche (Unicredit, Intesa Sanpaolo), fondazioni bancarie e la partecipazione statale della Cassa depositi e prestiti. Strategia che nelle intenzioni vuole aiutare le banche a liberarsi dalle sofferenza e ricapitalizzarsi: «Il fondo non ha abbastanza “potenza di fuoco”. Nessuno sa quanti dei 5 miliardi proposti riusciranno a riempire il gap nella raccolta di capitali delle banche. Secondo alcuni analisti – come Bernestein – dopo l’approvvigionamento ci saranno ancora 80 miliardi di prestiti non performanti nel sistema», scrive il Financial Times.

I prestiti non performanti

Un report del Fondo Monetario (il Global Financial Stability Report) ha evidenziato che i prestiti non performanti sono l’11,2% del totale dei finanziamenti concessi dalle banche. Una media nettamente più alta di altri sistemi bancari europei, come la Spagna (6,7%), Il Regno Unito (4,3%) e la media dell’area euro del 4,3%. Un problema che l’Italia, secondo il quotidiano britannico, «è stata lenta nel riconoscerne la grandezza. Mentre altre nazioni come Spagna e Irlanda sono state in grado di liberarsi dai prestiti non performanti e ripulire il sistema con aiuti statali, cosa che se l’Italia facesse oggi violerebbe le nuove norme della Commissione europea (più restrittive sugli aiuti dello Stato nei confronti degli istituti bancari, ndr)».

La recessione e i nostri vicini di casa

Il Financial Times spiega che per l’economia italiana, che sta combattendo ancora con una forte recessione, una soluzione alla debolezza del sistema bancario diventa la priorità. E poi conclude la sua riflessione con una panoramica generale sul sistema bancario europeo, che secondo gli inglesi non sta messo meglio di noi: «Prestiti non performanti sono nascosti in tutto il sistema delle banche europee che devono fare i conti anche con gli interessi negativi sui tassi, l’appiattimento della curva dei rendimenti, e una crescita economica che rende i prestiti poco attraenti».

Non succede, ma se succede…

Fin qui l’analisi del Financial Times, ma a questo punto, con tutta l’umiltà del caso, vorremmo provare a fare un piccolo sforzo giornalistico in più. Forse affrettato, ma che merita comunque di essere affrontato. Di di cosa sono fatte le banche? Credito, risparmio e transazioni. E al di là dei piani di salvataggio del nostro governo per questa o quella banca, presto l’intero sistema bancario italiano, paradossalmente, potrebbe addirittura consolidarsi. Molto dipende dalle capacità resilienti di alcuni gruppi bancari, che si stanno aprendo all’innovazione e, in alcuni casi, a cambiamenti radicali. Moltisssimo, però, dipende da una “variabile impazzita”, ovvero, gli italiani. Da quei tanti milioni di cittadini che difficilmente riescono ad accedere al credito, a risparmiare o investire e, soprattutto, a spendere.

Mario Draghi

Molto dipenderà anche da Mario Draghi

Alcune possibili sorprese sono già all’orizzonte, e a tranquillizzare un po’ le penne britanniche potrebbero essere presto alcuni dati, quelli che molti auspicano, riguardo la possibile crescita economica italiana. Ipotesi nella quale uno dei primi effetti potrebbe essere che gli italiani ritornino davvero a spendere. Ma la partita si gioca anche (e soprattutto) in Europa.

Siamo entrati nell’ultima decade di aprile, mese dal quale è partita la rimodulazione del piano di Quantitative Easing voluto dal presidente della Bce, Mario Draghi: abbassamento a zero del tasso di rifinanziamento delle banche, ovvero quanto gli istituti pagano per finanziarsi presso la Bce, che in buona sostanza facilitano l’accesso al credito degli italiani presso le banche.  E soprattutto, sul piano più squisitamente politico, lo stanziamento di quei 20 miliardi in più, che hanno fatto salire da 60 a 80 miliardi l’ammontare mensile del programma di acquisizione del debito avviato lo scorso anno dalla Banca centrale europea. Se poi consideriamo che, tra le 5 mosse a sopresa c’è stata anche l’introduzione della possibilità, per la Bce, di utilizzare parte di questi 80 miliardi per acquistare anche bond di grandi aziende, i giochi si fanno ancora più interessanti, e al tempo stesso imprevedibili.

Approfondisci: Le 5 mosse a sorpresa della Bce, spiegate senza giri di parole

«Se avessimo incrociato le braccia dicendo “nein zu allen” saremmo davanti a una deflazione disastrosa» disse Draghi, al termine della riunione del consiglio del 10 marzo scorso. E ha scelto di dirlo in tedesco, forse non a caso: «Abbiamo sconfitto quelli che dicono sempre no». Chi? La Germania, in primis. Non lo disse chiaramente e direttamente, in quell’occasione, ma lo disse nella loro lingua. Dopo aver ottenuto in seno al consiglio dell’Eurotower una maggioranza che lui stesso ha definito «schiacciante».

Aldo V. Pecora – Giancarlo Donadio
@aldopecora
@giancarlodonad1

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