Il banchiere amico delle startup anticipa che succede alle banche italiane (e si mette in aspettativa)

Le startup stanno rosicchiando soldi e mercato alle banche, che sembrano diventate supermercati finanziari. Ma entro 5 anni cambierà tutto

Una vita nelle banche e nella finanza, da manager del Banco di Napoli e del gruppo Sanpaolo a pioniere dei fondi d’investimento, dal fondo “Mezzogiorno” ad Atlante Ventures. Nel mezzo, collaborazioni con l’università e il CNR. Giovanni De Caro è anche, soprattutto, un cacciatore di teste, e negli ultimi anni ha fatto girare tanti soldi verso le startup italiane. In questo articolo spiega come e perché le banche italiane cambieranno radicalmente (sono costrette a cambiare) in pochissimi anni. E per studiare meglio i nuovi scenari si prende un anno di aspettativa.

Giovanni De Caro (a sinistra). Foto: Giusva Cennamo - NAStartup

Giovanni De Caro (a sinistra). Foto: Giusva Cennamo – NAStartup

Mi aspetto che entro 5 anni il sistema bancario italiano cambierà radicalmente aspetto. La maggior parte degli italiani fa ancora la fila allo sportello per fare operazioni, per depositare soldi e per chiederne in prestito. Non credo che provi piacere a farlo, credo piuttosto che non possa farne a meno o che ignori l’alternativa, ma l’innovazione di prodotto e la “consapevolezza digitale” dell’italiano medio stanno crescendo rapidamente e stanno riducendo drasticamente la frequenza degli accessi allo sportello.

Dalle banche senza persone alle banche senza filiali

Più o meno tutte le grandi banche italiane stanno già aprendo o studiando filiali unmanned, senza personale, per automatizzare la maggior parte delle operazioni che richiedono l’accesso fisico in banca, ma la tendenza a spostare online ogni tipo di transazione le renderà forse inutili prima ancora che si diffondano.

Unmanned bank

Non c’è banca che non abbia un canale online ricco di funzioni e possibilità. Personalmente, pur lavorando in banca, negli ultimi dieci anni sarò entrato in uno sportello al massimo cinque volte, e sempre per operazioni non disponibili online, anche se tecnicamente possibili.

Le banche sono abituate a farsi la guerra l’una con l’altra, ma non hanno mai dovuto combattere un nemico “esterno”, con la significativa ma governabile eccezione delle compagnie di assicurazione. Ora c’è un sacco di gente che sta invadendo il campo. Ci sono i supermercati, le startup, i siti di e-commerce, concorrenti pericolosi alla cui pressione è necessario trovare una risposta.

Se la banca diventa supermercato, e viceversa

Le banche oggi sono di fatto supermercati di prodotti finanziari; perché i supermercati – quelli veri – non dovrebbero fare la stessa cosa? La verità è che lo fanno già: lo fa Tesco che presta soldi e apre conti correnti, lo fa Walmart che ha lanciato GoBank, una banca online da promuovere attraverso i propri punti vendita. Esselunga si sveglierà presto.

Molte banche gestiscono le transazioni dei siti di eCommerce ai quali costano un sacco di soldi, rosicchiando una quota importante del risicato margine sul quale molti di quei siti possono contare. E’ inevitabile che un sito che abbia raggiunto una massa critica importante apra una banca propria, come ha fatto Alibaba in Cina con MYbank, e che offra i propri servizi ai propri concorrenti a prezzi inferiori di quelli praticati dalle banche, puntando su know how e bassi costi di gestione.

Per fortuna c’è il Fintech

Ma il vero “nemico” sono loro, le startup: si infilano ovunque, sanno dove mordere e lo fanno con rapidità. E’ il fintech, uno dei temi più caldi del mercato del venture capital.

Le banche pagano poco il denaro e lo vendono a caro prezzo? Lending Club negli Usa mette in contatto diretto chi ha soldi con chi ne ha bisogno, nel 2015 ha già intermediato 4 miliardi di dollari ed è approdata in borsa con una valutazione di 5 miliardi. L’italianissima Prestiamoci fa la stessa cosa e ha appena ricevuto un investimento di un milione da Digital Magics e Innogest. Si chiama P2P (Peer to Peer, da uomo a uomo) lending, ne sentiremo parlare.

Leggi anche: P2p lending, i prestiti tra persone senza banche dietro
Il team di Affirm

Il team di Affirm

Il credito che dipende dalla reputazione online

Il credito al consumo delle banche è sotto attacco da Affirm, startup del fondatore di PayPal, che assegna un punteggio al comportamento finanziario e sociale di chi acquista online: se sei un buon pagatore e godi di buona reputazione sui social network, il tuo punteggio è alto e lo shop online ti fa credito a un costo che rappresenta una frazione di quello che dovresti pagare alla banca.

E poi ancora, Google Ventures ha finanziato una startup che ha digitalizzato il salvadanaio. Digit analizza i movimenti del tuo conto corrente e ogni giorno mette automaticamente da parte una somma variabile fra cinque e cinquanta dollari, che puoi utilizzare quando vuoi, proprio come un salvadanaio. Perché non ci ha pensato una banca?

Così le startup stanno fregando il reddito alle banche

Sono tante le startup che si occupano di money transfer, la gestione dei pagamenti, un canale aperto dal colosso PayPal; sono realtà mature, come le criptomonete, Bitcoin e la blockchain, un mondo al quale tutte le grandi banche stanno guardano con attenzione.

La gestione del risparmio è il campo dei robo-advisor, quelle startup che hanno elaborato algoritmi comportamentali i quali individuano la combinazione più o meno sofisticata ma comunque ottimale di strumenti finanziari da proporre ai risparmiatori. L’italiana Moneyfarm nel 2015 ha chiuso un round di 16 milioni, un record per il mercato italiano, round peraltro guidato da un fondo italiano dal nome anglofono, United Ventures. Moneyfarm propone combinazioni di ETF (una sorta di fondi di investimento) semplici e facilmente comprensibili e mediamente preferibili all’offerta spesso poco trasparente e poco redditizia delle banche.

Leggi anche: I premi, il round di 16 milioni e lo sbarco in UK. Che anno, MoneyFarm!

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Le piattaforme di p2p lending come Lending Club attaccano la prima componente del reddito prodotto dalle banche, il margine di interesse. Tutte le altre, money transfer, cripto monete, personal financial management, robo-advisor, in generale tutte quelle che erogano non soldi ma servizi al cliente-risparmiatore-investitore attaccano la seconda e più importante componente del reddito di una banca, il margine di intermediazione.
Tutte lo fanno con una struttura di costi, in particolare quelli del personale, che è pari a una frazione di quella delle banche, e con un livello di efficienza enormemente superiore. Le banche sono protette da un muro di regole in apparenza inattaccabile; il punto è che i manager di Tesco e Walmart che hanno la responsabilità dei servizi finanziari, così come molti fra i fondatori delle startup che ho citato, quelle regole le conoscono bene e in qualche caso le hanno scritte loro.

Troppe regole

La tabella qui sotto riporta questi dati in milioni di euro riferiti ai bilanci semestrali delle più grandi banche commerciali italiane. Sono numeri enormi, che sembrano una montagna troppo alta da scalare, ma sono numeri in calo e sotto pressione, con un vantaggio competitivo che si sta spostando dalla qualità del servizio alle barriere regolamentari. Un muro di regole, sotto assedio.

banche-italia

Chi paga i soldi che le banche non recuperano

In quel muro c’è una crepa, i cosiddetti NPL, i Non Performing Loans, i crediti inesigibili verso debitori falliti o comunque insolventi. Oggi quei crediti hanno raggiunto livelli di guardia (200 miliardi a ottobre, il 10% del Pil, quasi il doppio del 2012) perché le banche, a dispetto dei luoghi comuni, prestano i soldi anche a chi non ce li ha e quando il ciclo economico si rovescia sono le banche a pagare il conto, soprattutto quelle minori, che hanno maggiori difficoltà a trovare capitali per coprire le perdite. Di fatto, oggi Intesa e Unicredit sono le banche italiane di maggiori dimensioni con un buon equilibrio patrimoniale, almeno a prestar fede ai loro bilanci, almeno fino a quando a fallire saranno solo le banche minori.

Euro-banche

La storia insegna che le banche in Italia non falliscono, che quando una banca è in difficoltà viene rilevata da una banca più grande la quale assorbe le perdite e tutela i depositanti. Con il livello di rischio raggiunto dalle banche italiane ed europee non si può più andare avanti così: il costo del fallimento deve essere sostenuto anche dai depositanti. La pressione esercitata dai NPL sui bilanci delle banche è alla base del Bail In, la direttiva UE ormai legge anche in Italia che limita la protezione dei depositi a centomila euro per banca, per ridurre il costo di eventuali salvataggi a carico delle altre banche, contenere il parcheggio di liquidità sui conti correnti, che alle banche rende poco o nulla, e frenare l’uscita delle famiglie dai titoli di Stato, che per il Tesoro può diventare un problema.

Nuovi canali distributivi, concorrenza di operatori non bancari e crediti inesigibili sono le sfide che il sistema bancario deve affrontare per sopravvivere. Lo sta facendo? E’ pronto a farlo? Dite la vostra. Io, nel dubbio, ho preso un anno di aspettativa.

Giovanni De Caro
@giadecaro

  • Fulgenzio

    Io a metà degli ’90 lavoravo in una società che organizzava eventi per il settore bancario, che avevano come sponsor aziende e startup (di allora, un pelo più serie di quelle odierne) tecnologiche. Parlo quindi di 20 anni fa. Il mantra era “banca multicanale” e “fine delle filiali fisiche”, con queste ultime date per spacciate entro un lustro o due al massimo. Direi che la previsione è risultata totalmente sballata. Ho forti dubbi che entro pochi anni lo scenario di riferimento cambierà, almeno non in Italia, perchè la maggioranza dei clienti bancari è anziana e sostanzialmente neoluddista, mentre i giovani, a farla breve, non c’hanno un soldo in tasca.

    • Giovanni De Caro

      La mia è una provocazione, ma parla con qualcuno che lavora in filiale, troverai gente distrutta dalla pressione degli obiettivi e una proliferazione di prodotti non finanziari, venduti a prezzi improponibili. I numeri delle startup fintech sono ancora piccoli ma crescono a una velocità disarmante. E poi io non ho detto che le banche spariranno, ho solo inteso dire che la tecnologia è destinata a incidere profondamente sul modello di business, e questo le banche maggiori lo sanno, altrimenti non si giustificherebbero le tante iniziative di corporate venture capital delle maggiori banche italiane e straniere. L’industria ha sempre cambiato pelle sotto la spinta della tecnologia e questo sta già accadendo in banca.
      Mi preoccupa piuttosto l’inevitabile esubero di personale, che sarà un problema gestire.
      Comunque grazie del commento, davvero. Chiudo con una variante della battuta di Sean Parker (Justin Timberlake) in The Social Network: “vuoi aprire una filiale? “

  • Gianpiero

    Sono completamente d’accordo, bell’articolo. Finalmente qualcuno che parla senza fronzoli. Le banche quotate italiane non riescono più a coprire il costo dell’equity con il proprio roe (dal 2008, ke>Roe), non solo i margini di interesse ed il margine di intermediazione si riducono sempre più, sembrerebbe che le Rettifiche/Riprese di valore nette per deterioramento sul margine di intermediazione, per il 50% del campione del 2014 (di 16 gruppi bancari quotati italiani ), hanno assunto valori compresi tra 39,06% ed il 233,78%. (Guardate i bilanci). L’unico trend che sembra crescere è quello delle sofferenze. Anche io come te, ho deciso di cambiare settore, il settore bancario ha bisogno di ripulirsi, rimodellarsi, e di tornare a crescere, e per fare questo avrà bisogno di molti anni. Sarà forse dopo il 2020? Io spero prima soprattutto per chi ci lavora dentro. Grazie buona giornata.

  • Stefano De Masi

    Gran bell’articolo! Io dopo 4 anni di banca(piccole dimensioni), mi ritrovo senza lavoro per “esubero personale”(la banca è stata acquisita). Avevo un contratto di apprendistato, sono una persona volenterosa e sempre pronta a mettersi in gioco, in banca avevo portato innovazione (tablet con firma elettronica già ad aprile 2013, a novembre dello stesso anno ho vinto un premio in confindustria per un progetto sugli NFC, nessuno della banca ha partecipato all’evento in cui mi consegnavano il premio).
    Questo per confermare che forse non tutte le banche si accorgono o intervengono ai cambiamenti in atto.
    Ps: ci siamo conosciuti in Confindustria Benevento, se hai bisogno di una persona caparbia e vogliosa di fare io ci sono. 😉

  • Roberto Pierantoni

    Bell’articolo.
    Ho sempre pensato che i servizi bancari sono una commodity, il vero valore è la capillarità e la fiducia del cliente.
    Passera con Poste Italiane insegna. Banco Posta è un caso di successo.. basta vedersi intorno, chi è ha capillarità ed è trusted? Le stazioni ferroviarie, le farmarcie i supermercati, i tabaccai (Banca dei Tabaccai, un’altra realtà), etc…
    Ciao
    Roberto

    • nonickname

      I servizi bancari come commodity è un’osservazione interessante

  • Forse banalizzerò la situazione. Ma dal mio punto di vista la motivazione di tutto ciò è semplice: le banche non fanno innovazione da un paio di secoli. Dalla loro posizione dominante non ne hanno mai avuto bisogno.
    Il fondo di investimenti (di una banca) che ha investito nella mia start-up ha adoperato un processo durato 18 mesi con garanzie, contratti, assicurazioni e consulenti che non ho visto neanche per il mutuo sull’acquisto di una casa. In fondo questo sanno fare: mutui e prestiti.
    Forse una soluzione potrebbe essere quella di copiare: le grandi aziende hi-tech fanno innovazione tramite acquisizioni di altre startup. Magari potrebbero fare lo stesso anche le banche?

  • Andrea Lucchesi

    Sono uscito dal sistema bancario nel 2003, ma ho continuato a bazzicarlo come consulente per altri dieci anni. Ho partecipato in prima persona alla prima ondata del web banking, ho messo su i servizi online e i customer care di un paio di banche, mi sono occupato di multicanalità per almeno dodici anni. Tutti i problemi che ha elencato erano palesi vent’anni fa, e nessun banchiere (né in Italia né all’estero, va detto) si è dimostrato all’altezza delle sfide. Tutti a trincerarsi dietro la supposta ritrosia dei clienti per ATM e internet, tutti a difendere le strategie prese a prestito da McKinsey venticinque anni fa, con migliaia mini-sportelli inefficienti e decine di migliaia di “gestori” tuttologi.
    Io da tre anni faccio il gelataio, è un mestiere più serio.

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