Giancarlo Donadio

Giancarlo Donadio

Nov 24, 2016

Tutto il mondo dei soldi intorno a Trump. Gli scenari per banche, wall street e fintech

Alcune buone ragioni per ritenere che la prima cassaforte di banche e finanza sarà la Casa Bianca, e altre per iniziare a dubitare (seriamente) sul futuro delle startup fintech negli Usa

“Make America great again” è la frase che ha accompagnato la campagna vincente di Donald Trump alla Casa Bianca. In attesa di capire se il magnate riuscirà o meno a “rendere l’America una grande potenza”, c’è un risultato che ha già raggiunto, senza muovere ancora un dito. Da quando è stata annunciata la sua vittoria i titoli delle principali banche americane sono balzati del + 15% in quello che viene chiamato “pre-inauguration period”, ovvero il lasso di tempo che intercorre dal post elezioni alla presa effettiva del potere.

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Per trovare un risultato del genere bisogna risalire al mandato del presidente Herbert Hoover, il 31esimo presidente della storia americana, dal 1926 al 1933, come scrive Quartz. Un dato ancora più sorprendente se si pensa che in media i titoli bancari sono sempre andati al ribasso nel post elezioni almeno di due punti.

“Make Wall Street great again”

Alcuni economisti americani fanno notare che alla luce dei risultati finora ottenuti dalle banche, Trump dovrebbe cambiare lo “slogan” della sua campagna elettorale. Da “Make America great again” a “Make Wall Street great again”. I numeri dicono che dal giorno delle elezioni, l’otto novembre a oggi, le principali banche americane hanno visto un incremento della loro capitalizzazione di mercato: + 30 miliardi per JP Morgan e Bank of America, + 10 miliardi per Goldman Sachs.

Come si spiega? I risultati sembrano ancora più sorprendenti vista la campagna elettorale di Trump che ha ripetutamente attaccato il suo avversario politico, Hilary Clinton, per il rapporto troppo stretto con Wall Street. «Hilary Clinton si incontra in segreto con le banche internazionali per sovvertire la sovranità popolare», è solo una delle tante frasi che Trump ha usato “per la sua tesi”.

Al di là della retorica politica, Trump ha giocato sempre su questo doppio binario, ha attaccato la finanza per aumentare il consenso degli americani, è dall’altra parte ha fatto promesse che le banche hanno accolto come un’ancora di salvataggio.

Perché Trump piace a Wall Street

Le ragioni del rapporto che potrebbe diventare sempre più solido tra Trump e Wall Street sono spiegate nel programma del presidente eletto in materia di economia. Pur attaccando le banche, Trump ha più volte dichiarato di voler smantellare il Dood-Frank Act, “per rimpiazzarlo con politiche che incoraggiano la crescita economica e la creazione di posti di lavoro”. Il Dood-Frank Act, è la riforma voluta dal presidente uscente Barak Obama per promuovere una più stretta collaborazione della finanza statunitense e “proteggere i consumatori”.

Tradotto per le banche centinaia di nuove regole da osservare e tanti soldi da spendere per recepire le nuove misure. Se Trump smantellerà questa legge, Wall Street avrà le mani più libere e potrà tornare a fare affari con operazioni più rischiose, quelle che portano più soldi in cassa.

Trump ha anche promesso nel suo programma di tagliare le tasse e investire sul miglioramento delle infrastrutture per creare posti di lavoro. Uno stimolo fiscale, che secondo alcuni analisti, aumenterebbe l’inflazione, costringendo la Federal Reserve ad anticipare l’aumento dei tassi di interesse, una manovra che viene fatta proprio quando si è preoccupati da un rialzo eccessivo dell’inflazione.

In altre parole, la Banca Centrale alza i tassi perché spinge le banche a chiedere meno liquidità e a prestare meno soldi a imprese e famiglie, che potrebbero indebitarsi troppo. Un rialzo dei tassi di interesse andrebbe a vantaggio di Wall Street. Secondo gli analisti di Morgan Stanley, l’incremento di un punto percentuale porterebbe a un + 5,5% degli utili per azione per le big bank.

A rassicurare Wall Street c’è anche la scelta del Segretario del Tesoro, che dovrebbe cadere su Steven Mnuchin, che è un veterano del mondo bancario, 17 anni in Goldman Sachs.

Trump il “salva banche”

Le banche possono dormire sonni sicuri con Trump alla guida. Anche quelle banche che rischiano il collasso, come la Deutsche Bank, che come le grandi banche di Wall Street ha già guadagnato miliardi di dollari dall’elezione di Trump, il valore dei suoi titoli sono saliti del 20% alla Borsa di Francoforte, nel post elezione. Secondo il Wall Street Journal la banca tedesca avrebbe versato prestiti di circa 2,5 miliardi ad aziende affiliate a Trump che si sarebbe già messo in moto per salvare l’istituto finanziario che per molti analisti avrebbe rischiato di avere la stessa sorte nefasta di Lehman Brothers.

Ma ora le cose potrebbero andare meglio con Trump che potrebbe sostituire alcune figure chiave all’interno del Dipartimento di Giustizia americano, lo stesso che ha penalizzato la banca con una multa di 14 miliardi di dollari, per aver venduto alcuni titoli garantiti da ipoteca prima della crisi del 2008.

Una “manovra” che potrebbe essere il primo grosso conflitto di interesse del presidente eletto.

Trump e il fintech

Questo sostegno di Trump verso il vecchio sistema finanziario potrebbe far molto male al fintech americano nei prossimi anni. Il primo grosso ostacolo allo sviluppo dell’ecosistema potrebbe essere l’abolizione del Consumer Finance Protection Bureau, un’agenzia prevista dal Dood Frank, che ha molto aiutato le fintech a venire a patti con i regolamenti finanziari. Con la “morte” dell’agenzia, come Trump ha fatto intendere nella sua campagna elettorale, le startup dovranno rivolgersi al FINRA o SEC, i quali potrebbero essere «scogli molto più difficili da superare».

Gli analisti inoltre prevedono un calo degli interessi verso il fintech. L’incertezza del post elezione, aggiunta ai tanti cambiamenti economici previsti dal presidente eletto, potrebbero portare gli investitori a una maggiore prudenza, come sta succedendo in Inghilterra nel post Brexit.

Infine, c’è un altro punto del programma di Trump che spaventa il fintech come tutto l’ecosistema startup americano ovvero la stretta sui flussi migratori. Il 51% degli unicorni americani, inclusa Stripe, sono stati fondati da immigrati.

Giancarlo Donadio
@giancarlodonad1