Le 3 fasi del fintech e il futuro delle banche, secondo Goldman Sachs

Prima le banche hanno snobbato le startup fintech, poi le hanno temute e ora le corteggiano per sopravvivere e garantirsi il mercato. L’analisi di un colosso di Wall Street

Secondo Jeff Gido, Global Head of Fintech di Goldam Sachs, sono 3 gli stadi di sviluppo del fintech. Nella prima fase le startup hanno riempito i buchi lasciati dalle banche. Nella seconda gli istituti finanziari hanno capito che senza innovarsi sarebbero giunti al capolinea. E tra poco arriveremo alla terza nella quale fintech e banche finiranno di farsi la guerra e collaboreranno, per non essere schiacciati dai big del tech (Google, Amazon, Facebook) che hanno un appetito insaziabile, miliardi di dati degli utenti, e vogliono impossessarsi dei servizi finanziari.

A view of the Goldman Sachs stall on the floor of the New York Stock Exchange July 16, 2013. Goldman Sachs Group Inc said on Tuesday quarterly profit doubled, beating Wall Street estimates, boosted by returns from investing the bank's own money. REUTERS/Brendan McDermid (UNITED STATES - Tags: BUSINESS) - RTX11OFA

La prima ondata. Dopo la crisi

Reuters riprende le dichiarazioni che Jeff Gido ha rilasciato durante la conferenza annuale sullo stato del fintech che la multinazionale di Wall Street tiene ogni anno a New York. Gido parla dei tre stadi che a suo parere il fintech ha attraversato finora. Il primo, all’indomani della crisi finanziaria, ha visto come protagonista le authority, le nuove tecnologie e i cambiamenti delle abitudini dei consumatori: «Dopo la crisi finanziaria i nuovi regolamenti hanno reso diversi business poco redditizi per le  banche. Questo ha creato una serie di opportunità che ha permesso ad alcune startup (es. quelle del lending) e altri servizi di riempire il vuoto. Allo stesso tempo, big data, il cloud e la crescita dei servizi wireless, hanno reso più facile l’accesso delle startup al mondo bancario», spiega Gido. Il manager di Goldman Sachs mette un’altra carta sul tavolo quando parla delle abitudini dei nuovi consumatori, i millennial che le banche non hanno saputo intercettare: «Hanno iniziato ad adottare il mobile e i servizi in tempo reale per bypassare la complessità dei processi e i tempi lunghi dei servizi finanziari tradizionali».

La seconda, quella che stiamo vivendo

A questa prima fase ne è seguita un’altra e per Gido è quella in cui siamo ancora oggi. Le banche e in genere i big della finanza hanno capito che le startup sono una minaccia ai loro modelli di business. Si rendono conto che il fintech dopo la conquista del payment (PayPal, Square…) sta puntando al loro core business, il banking. Intimorite, iniziano a innovarsi dall’interno e fanno concorrenza alle startup. «I big della finanza usano i loro brand e infrastrutture per restare competitivi sul mercato», spiega. È il caso di Zelle, il servizio di istant payment ideato da un gruppo di banche (tra cui Bank of America, Capital One, JP Morgan Chase, U.S. Bancorp e Wells Fargo). Oppure di GS Bank, il servizio di online banking lanciato proprio da Goldman Sachs. In altre parole, le banche capiscono che o si rinnovano o rischiano di morire. Hanno più soldi, più infrastrutture e i dati di milioni di consumatori a loro disposizione, del fintech. La formula della collaborazione tra loro, come nel caso di Zelle, è un modo anche per ridurre i rischi che l’innovazione comporta. Innovare al proprio interno ha in genere costi molto più alti, rispetto all’outsourcing.

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La terza fase (prossimo futuro)

Gido vede la collaborazione tra banche e fintech come qualcosa che caratterizzerà il futuro del fintech, anche se c’è da dire che è una sentiero che entrambe hanno imboccato già da tempo. Le startup sono agili e possono innovarsi rapidamente, rispetto ai tempi più lunghi delle banche. Ma hanno uno svantaggio: non possono accedere facilmente ai dati che vengono custoditi gelosamente dagli istituti finanziari e ai soldi, tanto necessari per un business fintech. Le banche, dal loro canto, hanno bisogno della capacità delle startup di catturare un pubblico giovane. Le partnership nascono dalla comprensione di questa interdipendenza: da qui la nascita di competizioni e incubatori promossi dagli stessi big della finanza. La ratio è semplice da capire, meglio crescere i nemici in casa che essere costretti ad affrontarli fuori in futuro. Anche le startup acquisiscono questa consapevolezza e scelgono di focalizzarsi di più su modelli di B2B, allo scopo di cercare accordi più facili con le banche e crescere velocemente: «In un ambiente in cui è sempre più dura trovare soldi, le startup difficilmente possono andare da sole, mentre per la finanza tradizionale può essere costoso costruire tecnologie al loro interno», spiega Gido.

La guerra dei dati e i nuovi nemici comuni

A favorire questo clima di collaborazione contribuiranno anche i nuovi regolamenti europei. Come abbiamo scritto qualche giorno fa l’Unione Europea ha modificato parte della legislazione che regola il mercato del paymentLe startup fintech avranno diritto ad accedere ai dati che gli istituti finanziari possiedono sui loro clienti, se questi le autorizzano. L’aggiornamento toglie in sostanza alle banche il monopolio delle informazioni dei consumatori che fino a oggi hanno custodito gelosamente. La partnership con il fintech può spiegarsi anche in questo senso: innovarsi velocemente, fare squadra, per non dare terreno ai big del tech. Google, Amazon, Facebook potrebbero fare a gara per raccogliere le informazioni finanziarie dei clienti  e imetterle tutte in un solo sito per offrire servizi di payment. All’interno di una guerra dei dati che potrebbe danneggiare le banche, le startup e dare le chiavi del fintech nelle mani dei giganti del web.

Giancarlo Donadio
@giancarlodonad1

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