Brexit, cosa cambia per startup e fintech dopo il referendum

Il Regno Unito farà brexit, ovvero lascerà l’Unione Europea. E mentre esplode il dibattito anche il mondo delle startup e delle fintech inizia a dividersi

Il 23 giugno i cittadini del Regno Unito hanno deciso, con un referendum, di non restare in Europa. Un report di Ernst and Young analizza quali potrebbero essere gli impatti della Brexit sul principale ecosistema del fintech, Londra.

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I numeri del fintech in Uk

Lo studio di EY mostra un legame tra la crescita del fintech e l’aumento degli investimenti stranieri in UK, “mai così alti dal 2006”. L’incremento è favorito proprio dall’industria finanziaria, che ha creato più di 8 mila posti di lavoro. D’altronde non è una novità che Londra è il polo attrattivo per chiunque voglia realizzare una startup di successo nel settore finanziario. Su un totale di 95 investimenti nei primi tre mesi del 2016 (570 milioni di dollari tra Europa e Israele), ben 23 sono avvenuti proprio in terra britannica, un percentuale che raggiunge il 25% del totale. In questa classifica il secondo posto spetta alla Germania con 14 deal, come spiega la ricerca di Business Insider.

Gli effetti, visti dai sostenitori del sì e del no

Il report di EY ha intervistato imprenditori, analisti e studiosi, appartenenti a entrambe le fazioni che si sfideranno tra una settimana: «Chi è a favore dell’Europa sta conducendo una campagna incentrata unicamente sui danni che l’economia inglese subirebbe in caso di Brexit, senza considerare il dinamismo del nostro sistema», spiega il leader del comitato Vote Leave, Matthew Ellio. Mentre per i sostenitori del no, Will Straw di Britain Stronger in Europe sostiene che i dati di EY sugli investimenti stranieri «evidenziano che l’economia inglese è più forte in Europa, che 9 economisti su 10 sostengono che lasciare l’Europa e il mercato unico costerà investimenti, lavoro e danneggerà la nostra economia».

Quelli che in Uk fanno impresa, più che tra sì e no si dividono tra ottimisti (quelli che voteranno sì all’uscita) e pessimisti. I primi mettono in risalto i numeri: in quest’ultimo anno nel Regno Unito il numero delle startup è cresciuto (90 mila), malgrado l’incertezza che regna sulla Brexit. Mentre il governatore della Bank of England, Mark Carney, dice a Bobsguide che «l’uscita farà perdere al Londra la sua reputazione di capitale dell’innovazione e la costringerà a rinegoziare tutti le sue relazioni con l’Unione Europea».

«Uscire vuol dire meno investimenti»

Secondo un altro sondaggio di Business Insider, in caso di Brexit 1 investitore estero su 3 (il 31%) intendeva ridurre gli investimenti in Uk. I vantaggi indiretti di questo scenario sarebbero tutti per la Germania, che “vedrebbe aumentare i suoi investimenti sul fintech”. A pesare su queste scelte ci sono le voci “incertezza” in caso di Brexit spaventavano le barriere commerciali che potrebbero nascere, visto che oggi il principale mercato di export per Uk sono i Paesi europei).

Leggi anche: Brexit: il fintech di Londra è pronto a fare la valigia, Berlino possibile meta

La Brexit vista dalle fintech

Ma cosa pensano della Brexit le startup e le fintech? Riescono a mimetizzarsi e non esporsi troppo unicorni come Funding Circle e Transferwise, e acceleratori come Level39 o Startupbootcamp. Parla Rajesh Agrawa, fondatore del servizio di payment Xendpay, il quale dice che «l’uscita dalla UE mette l’industria finanziaria, che contribuisce all’economia inglese per un valore di 20 miliardi, in una situazione di grande rischio, in un momento storico in cui molti Paesi vogliono spodestare la nazione dal “trono” del fintech e prendersi la parte grossa della torta». Di opinione opposta Chris Geledhill, Ceo di Secco Bank, che paragona il Regno Unito a una startup che deve scegliere se «agire da sola, o come un impiegato di una grande organizzazione come l’Europa».

Recentemente il Financial News ha intervistato 118 protagonisti del fintech che hanno raccontato le loro paure in caso di Brexit. Tra le più comuni, le barriere al “talento tecnologico”, soprattutto dall’Estonia e dall’Ungheria. E un calo dell’attrattiva di Londra come sede delle più importanti fintech europee, oggi guidate in molti casi da startup provenienti da Francia, Spagna e Paesi Nordici. «In caso di Brexit – scriveva il quotidiano finanziario britannico – le imprese fintech che oggi, con l’approvazione della Fca, possono agire su tutto il continente, dovranno affrontare i divieti e le limitazioni dei singoli Stati». Divieti, limitazioni, vincoli, insomma. Tanta burocrazia in più, che preoccupa l’84% degli imprenditori intervistati.

Altri scenari

Sul mercato occupazionale, secondo uno studio Cbi-Pwc, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea provocherebbe la perdita di oltre un milione di posti di lavoro. Gli stessi analisti ipotizzano per le imprese, anche e soprattutto quelle fintech, trasferimenti di sede. Dal Lussemburgo, noto per le sue politiche fiscali, o verso altri hub già maturi: chi intende restare in Europa punterebbe a Berlino, gli altri staccherebbero un biglietto intercontinentale per Hong Kong o San Francisco.

Aldo V. Pecora
@aldopecora

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