Aveva «una camionata di debiti», poi chiama la sua startup Blockchain (e raccoglie 30,5 milioni)

Quasi simultaneamente Draghi, Putin e il Corriere si interessano di blockchain. Perché stanno saltando i paradigmi della finanza mondiale, e i protagonisti di questa svolta epocale sono i trentenni

In una settimana: la Bce pubblica un report sul “futuro dell’infrastruttura del mercato finanziario europeo” nel quale «si propone di valutare la rilevanza di tecnologie come la blockchain», la Banca centrale russa insedia una taskforce per studiarla e nell’Italia di Banca Etruria e di Mario Draghi, il Corriere della Sera dà ampio risalto a bitcoin e blockchain: lo fa col suo vicedirettore Federico Fubini, uno di quelli che quando scrive di economia e banche centrali arriva sulle scrivanie di mezza Europa.

Tre indizi fanno una prova, si dice. Sta accadendo qualcosa, o forse è già accaduta: algoritmi, protocolli, reti e tutte quelle cose che sembravano solo affari da nerd, per forza o per necessità si stanno imponendo sui mercati e stanno cambiando per sempre i paradigmi della finanza mondiale.

Mi name is Blockchain. I trentenni stanno togliendo i soldi alle banche

Blockchain, un brand più forte di Coca Cola

Non sappiamo praticamente nulla di chi c’è dietro bitcoin (e credetemi, è meglio così), ma del motore che lo fa funzionare sappiamo molto di più, o meglio… molti ne parlano, altri la studiano, altrettanti la usano. Si chiama Blockchain (anche se tecnicamente si scrive block chain, staccato), la catena di blocchi p2p che rende praticamente invulnerabile il processo di trasmissione e validazione delle transazioni in bitcoin. E Blockchain è anche il nome di una startup, molto fortunata o semplicemente molto furba, perché ne sfrutta non solo la tecnologia ma anche il nome. Un nome che, secondo alcuni, potrebbe essere destinato addirittura a diventare più noto della Coca Cola.

Sono partiti in 3 e adesso ci lavorano in 36. Fanno 6 milioni di utenti e hanno raccolto 30,5 milioni in un round A tra investitori della Silicon Valley, Wall Street e Londra.

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I founders sono 3 Millennials

Peter Smith, Ben Reeves e Nicolas Cary. I founders di Blockchain sono tutti trentenni e sono un pezzo di quella generazione di Millennials (che poi è anche quella di chi scrive) che ha visto nascere e crescere l’ecosistema Internet così come lo conosciamo oggi, dai primi browser, alla nascita di Google, ai social network e, infine, quella che oggi potremmo definire la “code economy”, dove una riga di codice scritta bene può davvero cambiare il mondo. Alcune diventano stars e emblema vivente delle proprie creature, come Mark Zuckerberg, ad esempio. Altri, come quelli di Blockchain, appunto, sono nomi che tra addetti ai lavori conosciamo, ma che preferiscono stare nelle retrovie. Scelta anche molto comprensibile, visto che conviene soprattutto a loro giocare sull’equivoco blockchain tecnologia/Blockchain startup che usa la blockchain.

Il recinto di Nicolas

Il vicedirettore del Corriere della Sera, durante una pausa caffè al World Government Summit di Dubai, è riuscito a scambiare 2 battute con Nicolas Cary, e grazie a questa breve intervista (anche se il titolo è un po’ misleading) riusciamo anche noi a scoprire qualcosa in più su uno dei 3 trentenni che usando i suoi algoritmi sui protocolli della blockchain viene indicato come uno di quei ragazzi che sta riscrivendo le sorti della finanza mondiale. «Le banche – dice Cary al quotidiano di via Solferino – dovranno ripensare il loro ruolo. Un terzo dei millennials non prevede di aprire un conto in banca, basta una app sul cellulare».

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Titoli e meriti a parte, il founder di Blockchain (la startup) rivela anche al Corriere una cosa che potrebbe sembrare banale, ma non lo è: «Sono uscito dall’università con una camionata di debiti». Aveva chiesto prestiti alle banche per pagarsi gli studi. E oggi non nasconde la sua quasi naturale antipatia verso “i padroni dei soldi”: «Per fortuna ora ho saldato tutto. Ma è stata un’esperienza formativa per la mia visione del denaro, della diseguaglianza e delle opportunità». Forse dietro il successo della sua startup c’è anche questo: la necessità o voglia di risolvere un problema personale. E’ successo e succede alle migliori startup, quelle che davvero sono destinate a farcela e sulle quali un venture o un investitore decide di investire, sono sempre quelle nate da un problema da risolvere. 

Il problema dei trentenni come Cary si chiamava recinto. Un recinto che purtroppo tende a chiudere i soldi e spesso, troppo spesso, a darne e/o a farli girare solo a chi ne ha già. Per questo Nicolas ha colto l’attimo e fondato Blockchain. Non perché voleva riscattarsi: voleva diventare lui il recinto. E forse i tempi sono anche maturi per iniziare a scrivere chiaramente che di recinti, nel fintech, ce ne sono tanti ormai e lì tutti, tra fornitori e utilizzatori, sono poco più o poco meno che trentenni: messi insieme fanno un recinto ancora più grande. Un recinto col quale le banche dovranno molto presto fare i conti.

Aldo V. Pecora
@aldopecora

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Così Goldman Sachs entra nella blockchain
Anche i russi studiano la Blockchain

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