Viaggio nel continente nero, dove una startup su 3 è fintech

Ha il suo primo unicorno fintech, anche se le banche peccano di scarsa solidità. Così l’Africa sta arrivando al fintech prima ancora di passare dagli sportelli. L’analisi di SmartMoney

E se il futuro del fintech fosse l’Africa? Certo, gli investimenti e il giro d’affari generato dalle startup non possono essere paragonati ai grandi hub mondiali. E l’ecosistema è ancora (molto) acerbo. Ma, in un mercato dove le infrastrutture bancarie sono meno capillari, l’impatto del fintech potrebbe essere rivoluzionario. E intanto cresce.

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Il 29,6% degli investimenti in startup è fintech

I numeri sono ancora contenuti. Ma il tasso di crescita e l’attenzione che gli investitori mostrano nei confronti del fintech fanno intravedere la maturazione in corso. Secondo un report di Disrupt Africa, gli investimenti ricevuti da startup tecnologiche del continente si sono fermato poco sotto i 186 milioni di dollari. Una cifra raddoppiata nel giro di un anno. A impressionare non sono tanto i numeri assoluti quanto l’impatto del fintech: il settore ha attirato il 29,6% delle risorse. Solo l’energia solare ha fatto meglio (con il 32,9%). Non sorprende allora che il primo unicorno del continente, Interswitch, sia un unicorno fintech.

Sono numeri che “potrebbero rappresentare solo la punta dell’iceberg”, afferma Tom Jackson, co-fondatore di Disrupt Africa. L’ecosistema, infatti, è talmente frammentato da rendere difficile la raccolta di numeri attendibili. Ad esempio: secondo un’altra ricerca, intitolata The Next Africa, le cifre in ballo sarebbero ben diversi: i fondi da venture capital finiti nelle casse delle startup tecnologiche africane sarebbero stati 414 milioni già nel 2015. E saranno 608 milioni nel 2018.

Naturalmente il flusso del denaro è assai disomogeneo. Perché l’Africa non può essere considerato un ecosistema unico (come quello europeo, asiatico o americano). Il Sud Africa si afferma come hub principale, capace di attrarre il 36% degli investimenti. Seguono la Nigeria, con il 24%, e il Kenya con il 14,4%. Qualche passo indietro Tanzania, Egitto e Ghana.

Anche le exit si muovono in un sistema nebuloso. Ma si muovono: secondo un report di VC4Africa, un terzo dei 125 investitori intervistati ha realizzato “almeno una exit” e uno su sei “più di cinque”.

Nascita di un ecosistema

Quello che manca, soprattutto, è un sistema organico che metta in contatto startup e capitali. VC4Africa è stato uno dei primi a provarci. È un network di circa 600 investitori (in gran parte business angel), che accoglie imprese in cerca di risorse (con limite fissato a un milioni di dollari). Nel 2011, al primo anno di attività, le richieste di accesso al programma erano state 350. Nel 2014 erano già diventate 2600. Le imprese hanno fame di capitali e contatti.

Anche il fintech ha il suo network. Si chiama Fintech Africa e fa capo alla sudafricana Cfo. Si tratta di una rete che organizza eventi e dibattiti per promuovere “l’inclusione finanziaria”. La loro filosofia è tutta nello slogan che apre il loro sito web:

We don’t need banks, we need banking

Anche se nella traduzione si perde parte del senso, in italiano suonerebbe più o meno così: “Non abbiamo bisogno di banche ma di un sistema bancario”.

Dall’esclusione finanziaria al fintech

Nel bene o nel male, il fintech africano deve fare i conti con una caratteristica: il sistema bancario è meno capillare rispetto a quello occidentale. Anche la penetrazione di smartphone e la diffusioni del web è minore. Ma, in questo secondo caso, è solo questione di tempo. In un certo senso, larghe fasce della popolazione, per nulla avvezze alla frequentazione delle banche, sono “native fintech”.

L’assenza di una struttura solida è un vantaggio o uno svantaggio per le imprese che degli sportelli non hanno bisogno? Vinny Lingham, imprenditore seriale con interessi nella blockchain, intervistato da Quartz, ha affermato che “il sistema bancario africano sarà disintegrato prima rispetto al resto del mondo”. Proprio perché un sistema meno strutturato facilita l’emersione di attori governati da logiche nuove.

Questo non significa che gli istituti tradizionali (o comunque nati come tali) non interverranno. Già adesso, nei mercati più maturi, le banche sono passate dall’avversione alla partecipazione delle startup fintech. E se in alcuni casi sono state un freno, adesso iniziano ad essere linfa (attraverso corposi investimenti) del cambiamento.

Potrebbe succedere così anche in Africa. Barclays, ad esempio, ha già allungato lo sguardo. Con particolare attenzione alla blockchain, definita dal capo dell’Open Innovation Arian Lewis, “la più significativa innovazione sociale e politica vista in Africa negli ultimi cento anni”. Porte aperte, quindi, anche agli investitori esteri. Che però dovranno confrontarsi con un sistema differente. Tutto da costruire e per questo nuovo. Un sistema che potrebbe passare dall’esclusione finanziaria di milioni di persone al fintech. Senza passare dalla filiale.

17 protagonisti del fintech in Africa

Tra le iniziative di FintechAfrica c’è il Fintech Award, un premio riservato alle imprese africane del settore. Già la lista dei nominati fornisce alcune indicazioni. Il Sud Africa, l’ecosistema di startup più maturo, si conferma anche come principale hub del fintech. Con la Nigeria seconda forza. In molti casi, si tratta di startup alternative e non complementari alle banche. Ed emerge con forza il microcredito.

Nella lista del Fintech Award ci sono anche startup nate in altri continenti (Lendico, Microcred, InVEnture). Ma sono hanno già una sede o attività consistenti in Africa. (come la tedesca Lendico e Microcred).

1 – M-Pesa. La “M” sta per “mobile”. “Pesa” significa “soldi” in Swahili. Nato come servizio di microfinanza, si è da subito allargato al money transfert. Lanciato nel 2007 e cresciuto sotto l’ala di Vodafone, M-Pesa opera soprattutto in Tanzania e Kenya. Ma ha ormai superato i confini continentali, puntando anche su Afghanistan, India ed Europa dell’Est. È l’esempio più compiuti di fintech africano. Assieme a InterSwitch.

2- InterSwitch è una società africana che da un lato fa da advisor per chiunque voglia puntare sui pagamenti mobili. E dall’altro ha lanciato propri servizi (il circuito Verve e l’app Quickteller). Nata in Nigeria, si avvia alla quotazione in borsa. Diventerà così la prima società africana valutata più di un miliardo di dollari.

3- Paga. Altra impresa nigeriana, altro servizio di pagamenti a tutto tondo, che consente di inviare contanti, comprare e pagare via mobile. Fondata nel 2009 e lanciata nel 2011, si è fatta notare per tre round d’investimento: dei primi due non si conoscono le cifre. Il terzo, un round B chiuso lo scorso ottobre, ha portato nelle casse di Paga 13 milioni di dollari.

4 – IMB ha sede in Sud Africa e si occupa di servizi finanziari integrati. Punta sulla possibilità di coniugare virtuale e reale. Con un portafoglio gestibile via mobile e la possibilità di appoggiarsi ai servizi di una prepagata del circuito Mastercard. Senza passare da una banca.

5 – Nomanini nasce in Sud Africa e ha il suo prodotti di punta in una scatolina arancione chiamata Lula. Si tratta di una sorta di Pos, che però non ha bisogno di connessione internet né di un conto corrente bancario. Stampa in tempo reale un voucher (per i servizi più diversi), che potrà poi essere acquistato. La società l’ha definito “business in una scatola” perché facilita e formalizza scambi economici in aree con scarse infrastrutture.

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6- Microcred già dal nome lascia pochi dubbi: è una piattaforma di microcredito attiva, oltre che in sei Paesi africani, anche in Cina. Conta 430 mila clienti e prestiti per 108 milioni.

7 – Cellulant offre servizi di pagamento digitali. A differenza di altre realtà africane, non punta solo sul mercato consumer ma allarga la rete a imprese, operatori telefonici e banche.

8- Gust Pay punta sul mobile commerce. Utilizza lo smartphone (e un’app) come hub per fare acquisti, sia direttamente online sia guidando gli acquirenti (con mappe in 2D) verso le attività commerciali più vicine. L’ultimo finanziamento, un seed da 100 mila dollari, è datato settembre 2015.

9- RocMyPeer è un piattaforma di peer-to-peer, fondata da un ex produttore televisivo, Grant Mashale. Per ora si muove solo in Sud Africa, ma prevede di espandersi a breve in altri Paesi.

10- Lendico  è una piattaforma di prestiti peer-to-peer. Non può essere considerata una startup africana perché è nata a Berlino. Ma nel continente si espande rapidamente, grazie a una divisione in sudafricana, controllata da Africa Internet Group e partecipata da RocketInternet.

11- InVenture (con sede negli Stati Uniti) si piazza nello spazio vuoto tra il sistema bancario e coloro che non hanno identità finanziaria. In sostanza, la società (che nel 2014 ha ricevuto 1,2 milioni di dollari), analizza dati diversi da quelli solitamente utilizzati dalle banche per arrivare una valutazione del rischio. In questo modo si dà attendibilità (o meno) a un potenziale creditore che, altrimenti, non avrebbe alcuna possibilità di accedere a un prestito bancario.

12- Wizzit è una banca “nativa digitale” con sede in Sud Africa. È uno dei pionieri del settore nel continente, avendo ottenuto la licenza bancaria nel 2004. La piattaforma proprietaria si appoggia al circuito Maestro per le operazioni extra-digitali. Opera in nove Paesi con due attività oltre confine, in Romania e Honduras.

13- Bsavi, altra sudafricana, è una piattaforma pensata per la finanza personale. Consente di avere sotto controllo i propri risparmi e la gestione del portafoglio. Ma anche di discutere di prodotti finanziari (suggeriti dalla piattaforma in base alle esigenze finanziarie dell’utente) con la comunità o con advisor esperti. E volendo, Bsavi calcola una spesa media giornaliera che le tasche possono sopportare. Il modello di business affianca alle classiche commissioni anche alcuni contenuti pubblicitari.

14- 22Seven è un’altra creatura del Sud Africa, grande hub fintech del continente. È un’app che traccia le abitudini di spesa e guida verso gli investimenti giusti.

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15- Snapscan è una startup sostenuta dalla Standard Bank, il maggiore istituto africano. Per gli utenti è un’app (gratuita e senza commissioni). Per i commercianti uno strumento che consente di far pagare il conto, anche direttamente al tavolo, con il proprio smartphone e un QR Code.

16- GetBucks è una piattaforma che consente, online e in modo rapido, di accedere a prestiti su misura (in base a esigenze e condizione economica). L’utente inserisce le informazioni che riguardano conto corrente, informazioni personali, lavoro. In pochi minuti, GetBucks elabora i dati e redige una lista dei prestiti accessibili. Se esigenze e offerte combaceranno, ecco il prestito fatto e finito.

17- Zoona è una società fondata nel 2004 a Cape Town che opera anche in Zambia e Malawi. Si rivolge a un mercato fatto di piccoli commercianti e popolazione a basso reddito. La piattaforma consente pagamenti mobile, emissione di voucher e money transfer. Cui aggiunge strumenti di supporto e monitoraggio del business. Nike Foundation e Unreasonable Group hanno incluso Zoona tra le dieci compagnie al mondo che meglio sostengono l’uscita dalla povertà delle giovani donne.

Paolo Fiore
@paolofiore

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